Rivoluzione libica: la Primavera dei jadisti appoggiati dalla Nato

Rivoluzione libica: la Primavera dei jadisti appoggiati dalla Nato 1
La partecipazione alla guerra libica è stata frutto di una decisione non ragionevole presa dal nostro paese in ossequio alle alleanze con i più forti. Per questo, non è corretto dire che le rivoluzioni costruite dall’esterno in casa d’altri che devastano interi popoli, si rivelano solo a posteriori (e solo se la ciambella non riesce col buco) ‘un errore’. [su_spacer]
di Patrizio Ricci  [su_spacer]

Negli anni scorsi alcuni nostri leader politici che hanno accettato l’aggressione libica hanno recitato il ‘mea culpa’, altri sono ancora seduti in poltrona, occupano ancora incarichi pubblici come nostri rappresentanti. Ma in tutti i casi – dato la gravità di quanto hanno commesso – non era  sufficiente una spolveratura sull’abito.

Cosa ci fanno ancora lì? Come mai ricoprono impunemente ancora cariche politiche? Gli ‘errori’ quando si chiamano ‘crimini’ si dovrebbero pagare ma naturalmente la resa dei conti, la giustizia su quegli eventi, non esiste e quindi non ci sarà nessuna ammenda. Eppure questo tipo di ‘errore’ ha causato migliaia di vittime innocenti ed ha azzerato la speranza nei sopravvissuti.

Ma almeno i nostri leader politici riconoscono oggettivamente l’errore? Visto il tardivo ripensamento che abbiamo visto a distanza di anni, è improbabile. Piuttosto, la presa di coscienza’ ha tutto il sapore del rammarico per le conseguenze di una rapina riuscita male.

Innanzitutto, l’errore è stato un atto illegale di aggressione premeditato: in una intervista del 2011 a Democracy Now, il gen. Wesley Clark racconta come l’attacco alla Libia fosse già stato programmato dai vertici militari USA subito dopo l’11 settembre .

Nathalie Guibert su Le Monde, gli stati maggiori francese e britannico hanno cominciato a designare gli obiettivi e pianificare l’intervento militare prima dell’intervento della NATO, quando la situazione era ancora tranquilla (Nathalie Guibert, Le Monde, 8 novembre). Queste informazioni corroborano in parte ciò che Réseau Voltaire ha potuto constatare sul teatro delle operazioni: le forze regolari francesi , britanniche e qatariote, ma anche forze italiane e irregolari saudite erano state dispiegate dal 17 febbraio 2011. Sono tutti dati ammessi dai rispettivi governi a fine guerra e pubblicati in numerosi articoli (vedi qui).

L’intervento occidentale ha fatto leva, alimentandone i contrasti , sulla frammentazione del paese in tribù (in Libia cene sono 140 di cui 30 le maggiori). Al Qaeda che è stato il ‘nocciolo duro’ delle milizie combattenti. Tant’è che il primo governatore di Tripoli sarà Abdelhakim Belhaj, uno degli uomini più vicini al leader di al-Qaeda in Libia. Egli comunque non sarà il solo membro di Al Qaeda (o di altre reti più o meno vagamente affiliate) in seno al Consiglio nazionale di transizione (Cnt). Con simili premesse non si capisce come ci si meravigli della situazione attuale…

Neanche il fine ha giustificato i mezzi: anziché la ‘riconciliazione nazionale’, nel dopo Gheddafi è cominciato il massacro, naturalmente legalizzato. La resa, successiva ai pesanti bombardamenti Nato, è stata caratterizzata da vendette: la legge governativa n. 37: prevede che chi manifesta la sua nostalgia per il regime di Gheddafi incorre nel reato di “apologia” della rivoluzione e incontra pene severissime che possono arrivare fino al carcere a vita. Mentre il successivo articolo, il n. 38, prevede l’assoluta immunità per chi si sia macchiato di reati gravi “a patto che siano serviti per proteggere la rivoluzione”.

Non sono solo chiacchiere: il 31 luglio 2013, la Corte di Appello di Misurata ha condannato a morte Ahmed Ibrahim, per un mero delitto di opinione, e cioè per “ avere incitato alla discordia e di aver minato la sicurezza dello stato libico durante il conflitto“. Le stragi hanno trovato conferma: Human Right Watch, Amnesty International, la Croce Rossa Internazionale ed anche l’ONU, nel rapporto del 2013 redatto dalla sua missione in Libia (UNSMIL), hanno denunciato l’uso sistematico della tortura, dello stupro, di omicidi, di indicibili e feroci atrocità perpetrate nelle prigioni e nei siti di detenzione a disposizione delle milizie e delle bande criminali che controllano il paese. Ma la ferocia dei vincitori non si è scatenata solo sui vinti: l’indomani della morte di Gheddafi, si è innescata una vera e propria guerra tra bande jiahdiste e criminali che si sono spartite geograficamente la Libia e le sue risorse.[su_spacer]

Per tutto il tempo del conflitto, la disinformazione è regnata sovrana: alla Nato serviva una base giuridica che giustificasse l’intervento. I media europei si sono prestati al gioco diffondendo dati ingigantiti circa la repressione di Gheddafi. La rivolta, da subito, è stata armata e non pacifica. Altri che avevano preparato il kerosene aspettavano la scintilla: in proposito, ecco l‘eloquente testimonianza del vescovo di Tripoli, Mons Martinelli rilasciata il 23 marzo 2011 a Gregorio Scira (giornale del Popolo): 

“Dalle notizie che ho potuto raccogliere, ho motivo di credere che a un certo punto la rivolta è stata effettivamente strumentalizzata dal network di bin Laden. È questo che ha dato il via all’atroce repressione del colonnello”. 

A maggio dello stesso anno, mons. Martinelli ha rilasciato un’altra intervista, questa volta a Alberto Tundo (Peacereporter). Così descriveva Tripoli sotto le bombe della Nato:

 “Quello che succede è quello che la Nato fa succedere. Sono le bombe che cadono senza tregua. Lei può immaginare quello che dicono giornali e televisioni: la tv libica non fa che mostrare vittime civili a Brega, Tripoli, in ogni parte della Libia.L’Europa sta compiendo un disastro, distruggendo la vita sociale di un Paese”. 

Il giornalista a questo punto domanda se le bombe dei bombardamenti sono vere. Ecco la risposta di mons. Martinelli:

“Sono vere! Le bombe cadono sulle case e io che devo pensare, che sono vittime false? – ed aggiunge – “Le bombe cadono sugli ospedali. Venga a vedere! Dica ai responsabili che vengano a vedere quello che stanno facendo le loro bombe che cadono vicino alle case. Muoiono bambini, muoiono anziani. Adesso a Marsa el Brega ieri sono morti sessanta imam, uomini di religione. Non sono storie, basta venire a vedere e constatare. La televisione sta documentando costantemente quello che accade, le morti di innocenti. La notte, poi, è una cosa impossibile: tutta la notte sembra che ci sia un terremoto. Io non capisco che cosa vogliono colpire ancora, perché colpiscono siti civili. Dicono che sono siti militari ma non è vero. (…) Chiedo quindi di venire a vedere cosa sta facendo l’Europa, solo questo”. 

Nella stessa intervista il Vescovo di Tripoli denunciava:

“L’Alleanza ha persino rifiutato una tregua per dare respiro alla popolazione, nonostante le richieste dell’Onu e del Santo Padre. Di notte e di giorno si bombarda, non si può più nemmeno dormire. Continuare a bombardare è una cosa immorale”. 

Le drammatiche parole troveranno innumerevoli riscontri. Ad esempio il 29 agosto 2011 il direttore di “Unicef Italia”, Roberto Salvan, denunciava l’elevato “rischio di un’epidemia sanitaria senza precedenti” nella zona circostante Tripoli per carenze idriche provocate dai bombardamenti della NATO. Gli aerei della coalizione avevano deliberatamente bombardato l’acquedotto libico conosciuto come ‘Grande fiume artificiale‘ .

Con il falso pretesto umanitario si giustificarono 20.000 incursioni aeree. I bombardamenti secondo fonti dei ribelli hanno causato 20.000 vittime tra i civili, secondo altre fonti 50 mila.

Alla luce di tutto questo, può bastare oggi dire. ‘è stato un errore’? E sorge spontanea una ulteriore domanda, ancora più angosciante: se è stato un errore, allora perché è in corso da anni – con le stesse modalità –  la ‘replica’ in Siria?!

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