Il freddo dentro

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di Costanza Miriano

Questa volta non ho parlato con padre Maurizio, quindi non so cosa dirà venerdì al primo dei cinque passi di quest’anno, dedicato alla paura, e purtroppo io non ci sarò perché ad Arezzo e Prato. Però voglio dire qualcosa anche io sulla paura, che sarà il tema dell’incontro.

Innanzitutto voglio dire che anche io avrei una paura tremenda se non confidassi in Dio, e ogni volta che stacco la mano dalla sua mi torna, la paura. Paura di morire e di tutte le piccole morti che sono gli insuccessi, gli abbandoni, la paura della solitudine, di non essere amati, della casa piccola dello stipendio basso e via dicendo. Avrei soprattutto, paurissima della morte dei nostri figli, molto più che della mia o di mio marito. Mi sembrerebbe intollerabile. Io penso che  tutte le paranoie e le ipocondrie dell’uomo contemporaneo vengano dalla paura della morte, e ci mancherebbe che non ne avesse, avendo eliminato Dio. Io se non credessi sarei morta di paura. Soprattutto paura di non essere amata abbastanza. Non mi ricordo se fosse santa teresina, comunque c’è una santa che si stupiva che tutta la gente lontana dalla fede non la facesse finita con la vita. Come fanno a reggersi in piedi? Probabilmente distraendosi (l’industria più fiorente è senza dubbio quella dell’entertainment).

Con i miei figli – due in particolare – quando erano piccoli e le paure ancora me le dicevano direttamente, facevo il gioco “alla peggio”. Dicevo sempre: va bene, mettiamo che sia come dici tu, che succeda la cosa peggiore. Che ti perda. Che i compagni ridano del tuo costume di carnevale. Che il compito vada male. Che tu cada. E allora? Qual è il problema? Che succederà mai? Tutt’al più muoio, mi rispose una volta un figlio che immagino voglia mantenere l’anonimato, svelando appunto quale sia la paura che sta dietro ogni timore. Ma il Signore ha vinto la morte, ricominciavo ogni volta a raccontare, mentre per sicurezza controllavo dietro la porta, sotto il letto e dentro l’armadio che non ci fosse un mostro o un furetto (la paura l’avevamo ereditata da una storia di scoiattoli).

Siamo in un tempo che vuole esorcizzare tutte le paure: quella della sofferenza, quella della malattia (con l’eutanasia), quella dei figli disabili (con la diagnosi prenatale: leggi, l’eliminazione dei malati), quella del futuro in generale (non si fanno figli), quella dell’impegno (non ci si sposa), quella della noia e della solitudine (siamo sempre connessi). Quanto alla morte, poiché non si può esorcizzare, non se ne parla mai (quando qualcuno “si spegne”, o “ci lascia”, o “sale in cielo” vietato farlo vedere ai bambini). Non si vive preparandosi, come con l’esercizio della buona morte, non si nomina mai, e giustamente, perché se non ci fosse un Padre buono ad aspettarci sarebbe un incubo.

Ma quella di controllare le paure ignorandole è un’illusione, funziona solo per un po’. L’unico modo è andare in fondo alle paure, sperimentandole. Vivendo e verificando. Andando da soli in cantina a prendere il latte (cantare Heidi molto forte aiuta). Andando alla festa dove non conosci nessuno e hai paura di passare per sfigata (ovviamente passerai davvero per sfigata, ma scoprirai che sopravvivi lo stesso). Uscendo con quella persona, facendo quel lavoro per il quale non sei perfettamente adeguata. Lo puoi fare, ma solo se sai che c’è qualcuno che ti ama pazzamente, con un amore più tenero di quello del primo bacio che Maria diede a Gesù bambino (non so quale mistico lo abbia detto, ma da quando l’ho sentito dire da un sacerdote non riesco a smettere di pensarci).

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