Epoch Times: “Deutsche Bank simbolo del declino tedesco”

Germania: Martin Schulz candidato alla Cancelleria

Source

“C’è stato un tempo in cui Deutsche Bank era considerata l’incarnazione delle virtù tedesche: serietà, affidabilità, solidità e onestà…”, peccato ora non sia piu’ cosi’. Quello di Deutsche Bank è solo uno fra i numerosi scandali degli ultimi anni, e qualcuno inizia a chiedersi se anche per la grande Germania i tempi buoni non siano definitivamente passati. Una interessante riflessione di Hubert von Brunn da Epoch Times, una testata online con qualche simpatia populista.

C’è stato un tempo in cui – i più anziani ricorderanno – Deutsche Bank era considerata l’incarnazione delle virtù tedesche: serietà, affidabilità, solidità e onestà… E grazie a queste qualità eccezionali DB godeva di un’ottima reputazione internazionale, arrivando ad essere una delle più grandi banche mondiali. Fino a quando lo svizzero Josef Ackermann nel 2002 ne ha assunto la guida e nei suoi 10 anni di mandato ha trasformato questo faro dell’economia tedesca in un cumulo di macerie. Proprio laddove un tempo dei potenti imprenditori e degli statisti facevano la fila per siglare degli affari, nelle ultime settimane ci sono state le perquisizioni dei funzionari della polizia criminale, della polizia federale e del dipartimento investigativo fiscale, perquisizioni che hanno riguardato anche gli uffici esecutivi.
Ancora una volta si tratta di riciclaggio di denaro. Per ora ci sarebbero due dipendenti di alto livello sospettati di aver aiutato i clienti a creare delle società fittizie nel paradiso fiscale delle Isole Vergini per ripulire del denaro. Secondo le comunicazioni iniziali della procura, in ballo ci sarebbero anche i “profitti” derivanti dalle attività criminali. Le indagini sono in corso da agosto e si riferiscono agli anni fra il 2013 e il 2018. Ackermann era già da tempo a proprio agio nel suo castello in Svizzera. Le irregolarità che ora sono oggetto di indagine si sarebbero quindi verificate sotto i suoi successori: Anshu Jain (indiano britannico) e John Cryan (britannico).
Non siamo ancora fuori dal pantano
Avete notato qualcosa? Per oltre 16 anni la più grande banca tedesca non è stata gestita da un tedesco. 16 anni in cui arroganza, avidità e debolezze di carattere si sono fatte largo nelle torri gemelle di Francoforte e hanno trasformato Deutsche Bank, un tempo un istituto rispettato, in una banca dalla reputazione molto dubbia. Dalle file della sinistra si è anche alzata la richiesta di ritirare la licenza bancaria appesa al muro della banca. Non siamo ancora arrivati ​​a questo punto, ma il mondezzaio che l’attuale presidente Christian Sewing – di nuovo un tedesco – dovrà cercare di ripulire, è davvero un compito titanico. Operazioni rischiose sui mutui (in particolare negli Stati Uniti), tassi di interesse manipolati, riciclaggio di denaro, Panama Papers, off-shore Leaks, transazioni azionarie cum-ex, ecc – i dirigenti di Deutsche Bank hanno partecipato a tutti questi affari loschi riempiendosi le  tasche. E ciò ha già portato a innumerevoli procedimenti legali e a oltre 20 miliardi di euro di multe. E il pantano – come si può ben vedere – è tutt’altro che asciutto.
Come abbia fatto una banca così rispettabile a portarsi in casa un incosciente come Josef Ackermann, una mente ragionevole difficilmente riesce a capirlo. Lo svizzero nel 2004 era già stato inquisito nel processo Mannesmann per irregolarità nella battaglia per l’acquisizione combattuta con Vodafone. Non importa, si è comportato come un Messia, ha mostrato il segno della vittoria e si è seduto comodamente sulla poltrona di presidente esecutivo di DB con uno stipendio annuale di circa 13 milioni di euro. Nel 2005 ha suscitato un vero scandalo quando contro tutte le voci che lo mettevano in guardia ha voluto fissare il folle obiettivo di raggiungere un rendimento sul capitale proprio pari al 25% (!).  Mentre annunciava la riduzione di 6.400 posti di lavoro, un grido di indignazione attraversava il paese. E tutto ciò accadeva proprio il  giorno dopo che il numero dei disoccupati in Germania per la prima volta aveva superato i cinque milioni. I politici e i sindacalisti all’epoca parlavano di un “porcheria”, vedevano al lavoro “stupide persone che pensano solo al denaro” e chiedevano di boicottare la banca. Da allora in poi è andato tutto a picco. Ackermann & Co. non solo hanno rovinato il bilancio e il prezzo delle azioni di Deutsche Bank, ma anche la sua reputazione, che per molti decenni fin ad allora in tutto il mondo non era mai stata messa in discussione.
Il mondo ci ride dietro
Ma non è abbastanza. Il disastro Deutsche Bank, anche preso singolarmente, sarebbe già abbastanza grave, se poi lo si inquadra nel concerto dei fallimenti che in questi ultimi anni la Germania ha mostrato al resto del mondo, la questione allora si fa enorme. C’è il tentativo senza speranza di costruire un aeroporto nella capitale. Semplicemente non ne vuole sapere di avere successo. I guasti si sommano ai guasti – e il mondo ride a crepapelle. Il Dieselgate! L’avidità e l’arroganza hanno messo a repentaglio il fiore all’occhiello dell’economia tedesca, l’industria automobilistica, in particolare Volkswagen. Quali incredibili profitti siano stati fatti dalla società negli ultimi decenni, lo dimostra il fatto che i 20 miliardi di dollari di sanzioni che VW è stata condannata a pagare negli Stati Uniti non hanno impressionato piu’ di tanto l’azienda. Il danno di immagine che i marchi premium tedeschi con i loro imbrogli hanno fatto al marchio di qualità “Made in Germany” tuttavia è immenso. Mentre le condanne contro le aziende tedesche arrivano principalmente dagli Stati Uniti.
Alla stessa maniera è stato colpito anche il gigante della chimica Bayer, dopo aver inghiottito il concorrente americano Monsanto. All’improvviso c’è una valanga di cause legali – e persino multe per ca. 80 milioni di euro – dovute alla produzione di glifosato. Per decenni la Monsanto ha fabbricato questo pesticida e l’ha usato in tutto il mondo,  Stati Uniti compresi. Ma ciò non era mai stato un problema. Solo dopo che la società tedesca ne è diventata proprietaria, si è invece trasformato in  un problema.
Cosa c’è che non va in Germania?
Per non dimenticare la Bundeswehr. In varie missioni all’estero, dove di fatto l’esercito non ha nulla da cercare, le truppe vengono duramente messe alla prova, mentre  in realtà non riescono nemmeno a garantire il loro compito primario, cioè la difesa nazionale: perché le navi non galleggiano, i sommergibili non si immergono, gli elicotteri non volano e i Panzer non si muovono.  Il mondo ci ride dietro, e poi l’aereo del governo, che ha sempre dei problemi, e che recentemente ha costretto la Cancelliera ad arrivare al vertice del G-20 a Buenos Aires con un giorno di ritardo. La situazione è ancora più imbarazzante e il mondo intero ci ride dietro.
Cosa c’è che non va in Germania? La terra di poeti e pensatori, inventori, ingegneri, scienziati e innovatori? Non ce la facciamo piu’? Abbiamo già sparato tutte le nostre cartucce e dobbiamo solo guardare a come altri paesi – Cina, Svizzera o Turchia – riescono a terminare grandi progetti apparentemente senza troppi sforzi? Al momento sembra proprio che sia così. L’antica reputazione che un tempo avevamo di economia di grande successo, è stata messa in discussione da ben note società (vedi sopra) per avidità e arroganza.
Un paese con un’economia forte ha anche bisogno di una leadership adeguata, specialmente nell’era della globalizzazione. Ma questo è esattamente ciò che non abbiamo – e sembra che non lo avremo anche nei prossimi anni. Come abbia fatto la rivista americana “Forbes”, a nominare la cancelliera Merkel la “donna più potente del mondo”, non mi riesce proprio di capirlo.

Source link

Exit mobile version