In breve, il potere delle lobby in USA ed in Europa

Il presidente americano Trump sembra deciso di puntare sulla ripresa dell’economia americana utilizzando qualsiasi mezzo. La sua tabella di marcia però accende nuove e più forti tensioni in campo internazionale e riapre ai conflitti di interesse dell’apparato militare-industriale che aveva detto di voler combattere.

di Patrizio Ricci

Tutti noi abbiamo visto Trump in Arabia Saudita sconfessare sé stesso, abbiamo visto che per fare la sua ‘america first’ e salvare la sua economia, non si è fatto scrupolo di fare la sua inversione di 180° e rinunciare a quei valori che diceva di voler salvaguardare. Trump infatti, aveva detto che, se fatto presidente,  non avrebbe accettato lobbisti e ‘grandi donatori ‘.

Tuttavia non è successo niente di tutto questo. Le promesse elettorali sono ormai lontane, Trump  per dare stabilità e consenso alla sua presidenza, ha aperto alle lobby che diceva che voleva combattere: già da gennaio Trump ha proposto al Senato l’assunzione di 500 lobbysti che ha definito come ‘testa di ponte’ della sua amministrazione presso le agenzie federali. Il risultato è che i potenziali conflitti di interessi, stanno risorgendo in tutto il ramo esecutivo.

Si badi bene, all’apparenza non c’è niente di illegale. Fino al periodo di presidenza Obama i lobbisti accreditati e le loro visite alla Casa Bianca venivano registrati. Ora però Trump ha tolto questa regola che aveva voluto il suo predecessore: nonostante lui stesso avesse firmato un ordine esecutivo che vietava ai lobbisti di entrare a lavorare nei settori statali che avevano tentato di influenzare, ha in seguito permesso di tenere nascoste varie collaborazioni.

Sebbene molti di questi nomi siano stati rivelati dai media (vedi alcuni qui e qui ), l’entità e l’identità di varie collaborazioni è sconosciuta: come già detto, Trump ha rimosso la norma dell’Office of Governement  che prevedeva che le attività lobbistiche dovevano essere registrate e rese pubbliche in una relazione annuale.  Il presidente ha aggirato questo requisito aggiungendo che tale regola può essere infranta nel caso l’ eccezione sia dovuta a motivi di pubblico interesse.
Purtroppo, non c’è modo per il pubblico di sapere se tale principio sia stato rispettato ma alcuni di questi nomi trapelati sono in aperto conflitto di interesse. Ciononostante, per la suddetta eccezione, Trump può esonerare qualsiasi lobbista dai limiti imposti dall’ordinamento, in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo, senza alcuna comunicazione al pubblico.

Le lobby incidono profondamente nella vita democratica degli Stati Uniti d’America da decenni.  E’ a questi apparati che hanno fagocitato la vita politica del paese che Trump aveva promesso di far guerra. Aveva giurato che avrebbe prosciugato loro ‘la palude’. Aveva detto che avrebbe vietato ai lobbisti di partecipare ai processi decisionali del governo, che avrebbe legiferato per impedire la ‘transumanza’ dei politici e degli industriali e dei vari generali tra i due settori (governativo e privato). Tale battaglia però non ha avuto mai luogo: sebbene i lobbysti sono diminuiti numericamente, le donazioni sono aumentate (vedi grafico).

I fatti dicono che Trump sta seguendo le vecchi logiche di profitto cedendo ai vari gruppi di pressione che gli si erano scatenati contro.  Come sapete, l’apparato che sopravvive ai governi ed alle elezioni  insieme alle varie associazioni filantropiche, le Ong per i diritti umani (che fanno capo alle stesse lobby), si sono impegnate insieme ad indirizzare il consenso e le proteste . Lo hanno accusato, indebolito politicamente fino quasi a provocarne l’impeachment. Così alla fine Trump ha accettato di essere un uomo del sistema a patto che gli concedessero tutti gli onori e portare avanti la sua politica di risanamento interno. Il prezzo è che il suo staff presidenziale si è lentamente riempito di personaggi che rappresentano l’apparato industriale-finanziario-militare che portano avanti i propri interessi e i ‘think thank’ che perseguono  la propria visione del mondo.

grafico: Center of Responsive Politics


Si direbbe che per le lobby vincere sia stato facile, il Russia-gate ne è la prova.
Questi gruppi hanno il dominio incontrastato di tutti i mezzi di comunicazione in patria ed all’estero e di tutti gli organismi statali federali.  Se Trump aveva promesso più posti di lavoro e la ripresa economica, le lobby sono in grado di farlo. Naturalmente questo ha un prezzo.

I modi con cui le lobby esercitano la loro forza persuasiva è essenzialmente il denaro ma è logico che ci sono altri modi come il prestigio, l’influenza in particolari settori e quant’altro. Sono metodi all’apparenza legali: donazioni alle Fondazioni all’uopo istituite, compensi milionari per ameni congressi, favori, collane di oro massiccio di cavalierato da parte di stati esteri come nel recente viaggio in Arabia Saudita. Questi gruppi traggono profitto dall’economia dei disastri, cioè da uno stato di tensione mondiale permanente, dalle guerre. Ma non solo: i lobbisti che portano avanti gli interessi delle multinazionali fanno leva sul governo americano per penetrare nelle economie dei paesi più poveri tramite un continuo processo di indebitamento e di asservimento ai loro interessi (svolto anche con l’aiuto della FED e della Banca Mondiale e delle varie istituzioni internazionali).

I media main-stream raramente informano su queste dinamiche o si azzardano a dire che certe decisioni politiche possano derivare da pressioni esterne. I mass media preferiscono distogliere l’attenzione da ciò che avviene realmente, occultando e sviando l’attenzione  del grande pubblico sulla supposta xenofobia di Trump, sul non rispetto delle donne, sulla sua islamofobia, sulle beghe familiari con la consorte (etc): sono queste insomma, dopo le armi di distruzione di massa, le armi di ‘distrazione di massa’.

(1).  a titolo di esempio, “l’industria Usa del Gas e del petrolio nel 2013 ha sborsato poco meno di 400.000 dollari al giorno per esercitare pressioni sul Congresso e sul funzionari del governo americano; inoltre, ha dispensato la cifra record di 73 milioni dollari in campagne federali e donazioni politiche durante il ciclo elettorale del 2012, un balzo dell’87% rispetto alle donazioni del 2008”. (Naomi Klein – This Changes Everything 2014). La Clinton ha ricevuto (secondo lo stesso Trump) dalle lobby 16 milioni di dollari per finanziare la sua campagna elettorale.

Ed in Europa?

Come gli Stati Uniti d’America anche l’Unione Europea non fa eccezione (impara rapidamente). La differenza è che mentre la pressione negli USA si esercita sul Congresso di Washington e sui vertici dell’esecutivo, guidato dal Presidente degli Stati Uniti, in Europa le lobby svolgono la loro funzione di influenza presso la Commissione Europea che ha sede a Bruxelles, e in misura minore presso il Parlamento, che ha sede a Strasburgo. Come accadeva negli Usa prima di Trump, ci sono appositi registri in cui le lobby vengono registrate. Forse avrete indovinato che in Europa – in cui tutto a parole è lindo pulito ed ‘alto’ – questi registri non potevano non chiamarsi che ‘libro della trasparenza’…

Quindi tutto regolare. Ma come giustificare questa commistione tra interesse pubblico e privato ad armi impari che comunque poi avviene? E’ presto detto: per le istituzioni europee si tratta di nient’altro che della  partecipazione democratica della parte attiva e produttiva della società al potere decisionale. Secondo la UE  l’apertura alle lobby significa l’apertura della politica alla governance della base, come un mezzo concorrente a quello politico nella rappresentanza della società civile. Tutto naturalmente viene giustificato in nome del bene della collettività. Il problema attuale è pero che c’è una fusione completa tra quelli che dovrebbero essere i rappresentanti politici e i rappresentanti del potere bancario-industriale e i vari gruppi di pressione…

E’ chiaro che questa giustificazione sia una copertura bella e buona di certi interessi privati (ed è perciò moralmente riprovevole e politicamente censurabile). Tuttavia, gli ‘europeisti “senza sé e senza ma’, non sembrano rendersene conto.