Siria: l’ultimatum dell’ONU ha riacutizzato il conflitto

fonte :  La Perfetta Letizia – autore: Patrizio Ricci

Perché si realizzi un “cessate il fuoco” occorre che nessuno delle parti in conflitto si avvantaggi della cessazione delle ostilità per riconquistare posizioni o per esercitare rappresaglie. Non è un particolare di poco conto, ma al piano dell’Onu questo deve essere sfuggito. Così l’ultimatum del 12 aprile, aggiunto successivamente dagli “amici della Siria” al piano di pace iniziale, non ha avuto molto successo. Per poter permettere al governo di trattare da una condizione di forza, l’esercito regolare ha interesse a riprendere il controllo del territorio nel minor tempo possibile e proprio per la presenza di una ‘data di scadenza’ lo sta facendo in modo più cruento.

Assad da parte sua ha dichiarato domenica che è disposto a far cessare il fuoco se l’opposizione fa una dichiarazione scritta che deporrà le armi. Il “Free Sirian Army”, incapace con i propri mezzi di risolvere la situazione sul piano militare, fa di tutto per alzare il livello dello scontro e legittimare un più deciso appoggio militare esterno. In questo momento, più che una guerra civile il conflitto appare un conflitto regionale combattuto in terra siriana. Le frontiere vengono oltrepassate continuamente da forze anti-governative provenienti dal Libano, dalla Turchia, dall’Arabia Saudita e dal Qatar. Come riferito dall’Agenzia Reuters, ad infoltire le fila dell’ ’esercito libero siriano’ sono arrivate per ultime le tribù sunnite delle province irachene di Anbar e Ninawa, al confine con la Siria.

Come in tutte le guerre moderne, le ostilità avvengono a vari livelli, anche tramite la propaganda e una attenta opera di disinformazione. L’attendibilità delle fonti è un aspetto spesso trascurato dai media. Che questo sia quanto mai vero ne è la prova che la maggior parte delle informazioni fanno riferimento all’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede a Londra. Nell’enfasi di ‘bucare’ con la notizia, si omette però di dire che esso è un organo allineato con l’opposizione siriana e quindi di parte, i cui referenti sul terreno sono i combattenti antigovernativi. E’ come se si riportassero le notizie dell’agenzia governativa SANA, cosa che invece non avviene perché, giustamente, troppo grande sarebbe il sospetto di partigianeria.
Comunque, anche tralasciando tali fonti, e privilegiando le poche fonti indipendenti (come i gesuiti, le suore carmelitane, i francescani, i patriarcati, Misna, Fides, Human Rights), è certo che gli scontri tra le parti in causa si vanno imbarbarendo sempre di più, ed infatti Kofi Annan ha definito “inaccettabile” l’escalation di violenze che si registrano nel Paese e si è detto “scioccato” da quanto sta accadendo. Bisognerebbe dire chiaramente che è altrettanto inaccettabile che l’opposizione compia attentati e azioni di sabotaggio verso le infrastrutture e gli obiettivi civili, le centrali elettriche, gli acquedotti, che danneggi o impedisca le attività commerciali private necessarie per il sostentamento della comunità civile e che abbia spostato sin dall’inizio i combattimenti nei centri abitati densamente popolati. Chiunque metta in atto questi metodi dovrebbe essere altrettanto condannato dalla comunità internazionale.

Quale può essere allora l‘exit strategy? Paradossalmente Il conflitto prosegue anche se sono state soddisfatte tutte le richieste iniziali di libertà e democrazia: la protesta di piazza ha ottenuto la costituzione, il multipartitismo, la possibilità di libere elezioni, le libertà fondamentali che richiedeva. Le aspirazioni sono state trasformate in leggi e non c’è richiesta che non sia stata accettata. Sembrerebbe allora facile, con una attenta mediazione e con il compromesso, porre termine al conflitto. Appare invece chiaro che l’obiettivo più importante è la caduta del governo della minoranza alauita, filo-iraniano, tolto solo formalmente dagli USA dalla lista degli “stati canaglia”, fortemente antisraeliano e unico alleato dei russi nel Mediterraneo (che hanno nel paese l’unico porto militare nel mediterraneo). Tenendo conto di questi elementi, non meraviglia che il Comitato di Coordinamento Nazionale della Siria (SNCC), che costituisce la parte più moderata dell’opposizione anti-regime, non è quella più privilegiata come interlocutore dagli “amici della Siria”. La comunità internazionale ha invece preferito il sostegno ai rappresentanti del Consiglio nazionale siriano (CNS) e alla sua ala militare, l’Esercito libero siriano (finanziato dai paesi del Golfo), che rappresenta la parte più radicale dell’opposizione e ha una forte connotazione salafita e jihadista. Il credito dato al CNS è totale, pur nella consapevolezza che se questi prevalesse il rischio concreto è che le componenti più radicali sarebbero le sole legittimate a decidere il futuro del paese. Se così avvenisse, in una società complessa, costituita da innumerevoli gruppi etnici e religiosi, vaste porzioni della comunità nazionale perderebbero i loro diritti: i primi a farne le spese sarebbero i cristiani, come già avvenuto (la fonte è l’agenzia Fides) il 21 marzo ad Homs, dove “è stata attuata una pulizia etnica” operata da membri della “Brigata Faruq” vicini ad Al Qaeda: “Militanti islamismi armati sono riusciti a espellere il 90% dei cristiani di Homs (50.000) e hanno sequestrato le loro case con la forza”.

Abbandonare gli sterili atteggiamenti di revanscismo e incassare e avvalorare tutto ciò che la protesta iniziale chiedeva sarebbe l’unico modo di pensare realmente al bene comune siriano e rappresenterebbe l’unica soluzione realistica per il paese, o almeno la base da cui partire per un processo di pace e ricostruzione. Ma questo passo, almeno per ora, sembra sia stato scartato decisamente dall’opposizione e dai suoi fervidi sostenitori…

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