SIRIA – Aleppo nei terribili anni dell’assedio nel libro di Nabil Antaki e Georges Sabé

SIRIA - Aleppo nei terribili anni dell'assedio nel libro di Nabil Antaki e Georges Sabé 2

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Di Maria Antonietta Carta

Fra due settimane circa, uscirà in Italia Lettere da Aleppo. Testimonianze dalla Siria in guerra, di Nabil Antaki e Georges Sabé (ed. L’Harmattan), un libro sugli anni tremendi di una città divisa e sotto assedio e della sua sventurata popolazione, entrambe lacerate profondamente dalla guerra scellerata e funesta contro la Siria.

In quella città martoriata, gli autori vivono, soffrono, agiscono e gridano al mondo le ignominiose atrocità che vi si consumano.

Il libro comprende  serie di lettere scritte negli oltre cinque anni di conflitto (per aggiornare amici, estimatori e donatori stranieri sull’evolversi della situazione ad Aleppo e sulle numerose attività di sostegno svolte dalla loro associazione, i Maristi Blu, in favore degli sfollati e dei più indigenti), alcune interviste, brevi note su giorni o avvenimenti molto critici o cruciali e passi di una narrazione più personale, in cui traspaiono lo sconforto, una dolorosa impotenza, una giusta collera, momenti di accesa inquietudine, quando sopraggiungevano situazioni particolarmente dure, e la speranza, coltivata con fede incrollabile. Questi scritti impressionano per la tremenda realtà che raccontano ma anche per l’autentica e toccante umanità dei sentimenti rivelati, per la straordinaria forza d’animo e per la spiritualità profonda che li permea e che riflette la concezione dell’esistenza dei due autori, Siriani cristiani. Ma ognuno, credente, ateo o agnostico, può incontrare spunti di riflessione proficua nel loro libro, che tocca temi universali quali la dignità umana, la giustizia, l’asservimento dei mezzi di comunicazione, l’autodeterminazione dei popoli, la sofferenza e la devastazione causate dai prepotenti che si arrogano il diritto di dominare il mondo etc.

L’autore siriano Hanna Mina scrive nel romanzo al-Shira‘ wa al-‘Assifeh (La Vela e la Tempesta): La speranza è come una fune lunghissima che si prolunga sino al confine estremo della vita.

Un amico di Latakia, Rami Makhoul, in un post che ho tradotto per un articolo recente, Voci dalla Siria, considera: Questa nostra vita che perde gusto e colore se non concediamo spazio alla speranza nel rinnovamento.

Speranza (Amal) è anche un nome femminile molto comune in Siria.

Forse, è proprio la speranza, declinata in varie maniere, che tiene i Siriani ancorati alla vita, nonostante patimenti e difficoltà indicibili.

Amo questo libro e sono grata a Nabil Antaki che me l’ha affidato per la versione italiana. In certi momenti, mentre traducevo, i miei occhi si velavano di lacrime per la commozione o per la pena. Sicuramente, vi sono errori e imperfezioni dovuti alla mia negligenza ma anche al fatto che ho voluto rispettare il testo. Nella versione originale in francese, infatti, non furono apportate correzioni per lasciare intatto il carattere di urgenza e di spontaneità a quelle pagine scritte mentre si svolgevano gli eventi che gli Aleppini pativano: era la volontà degli autori e ho scelto di non tradirla.

Mentre lo leggevo per la prima volta, le riflessioni si affollavano nella mia mente, ma ora provo quasi ritrosia a commentarlo. Noi Occidentali ci arroghiamo troppo spesso la pretesa di capire, interpretare o commentare la realtà di coloro che consideriamo ‘’diversi’’ invece di ascoltare ciò che hanno da dire o leggere ciò che scrivono.

Propongo quindi alcuni brevi passaggi con l’augurio che vi stimolino a voler conoscere Lettere da Aleppo, che non è soltanto un documento esemplare sul conflitto siriano ma una testimonianza inestimabile sul valore della conciliazione, dell’altruismo, del mutuo rispetto e sull’insensata, indecente bestialità di questa guerra. Per ciò, è un’opera che merita di essere letta e diffusa, soprattutto tra i giovani.

Se avete intenzione di regalare un libro per le prossime feste, scegliete Lettere da Aleppo; sarà un atto concreto contro l’ingiustizia e la prevaricazione di chi continua a perpetuare quel cancro immondo che distrugge l’essenza della pace e dell’armonia cioè la sacralità della vita, unica speranza di salvezza per l’umanità.

Nabil Antaki.

1. … abbiamo visto colonne di fumo salire verso il cielo e abbiamo incrociato decine di migliaia di persone, cariche di fagotti, che erravano nelle strade alla ricerca di un rifugio. Alcune si sono poi installate nei giardini pubblici, ma la maggioranza ha occupato le scuole pubbliche, chiuse per le vacanze estive, dopo averne forzato le porte. In pochi giorni, 500.000 persone hanno abbandonato il loro domicilio nei quartieri est e sud di Aleppo, diventando sfollati. E lo sono a tutt’oggi. I ribelli hanno invaso i quartieri in cui vivevano, adesso teatro di violenti combattimenti.

A Jabal al-Sayideh, vi sono quattro scuole pubbliche e lì si ammassano circa trecento famiglie prive di tutto: niente acqua, elettricità e servizi igienici. Non hanno materassi per dormire né cibo per sopravvivere. Impossibile restare indifferenti! Il nostro gruppo ha deciso senza esitare di sostenerli. Con una trentina di volontari, ci rechiamo in queste scuole e cerchiamo di rimediare ai problemi più urgenti. Per identificarci, abbiamo cominciato a indossare magliette blu e ogni volta al nostro arrivo gli sfollati gridano: i blu sono arrivati! …

Nelle nostre lettere, raccontiamo i drammi che abbiamo vissuto attraverso numerose persone: i nostri cari uccisi, feriti, amputati o scomparsi; la miseria e le sofferenze delle famiglie sfollate che abbiamo soccorso e dovuto alloggiare, nutrire, vestire e curare; la condizione dei bambini di cui siamo responsabili, a cui la guerra ha rubato l’infanzia; il problema dell’esodo di migliaia di nostri concittadini che hanno visto i loro sogni spazzati via e che sono emigrati per assicurarsi un futuro sotto cieli più clementi.

Raccontiamo anche i gesti esemplari di solidarietà di cui siamo stati testimoni, i tesori di generosità che abbiamo scoperto; la straordinaria resilienza degli Aleppini e la nostra risposta a questa guerra tragica; le azioni e i progetti intrapresi con la nostra Associazione di solidarietà basata sulla relazione umana con la persona soccorsa, sul rispetto della dignità calpestata dalla guerra e dalla miseria, sull’accompagnamento e l’ascolto. Il nostro moto è «Seminare la speranza» e il nostro programma si riassume in una frase: «Viviamo la solidarietà con i più deboli per alleviare le sofferenze e promuovere l’uomo».

2. … Noi, ad Aleppo, non avevamo notizie; non sapevamo nulla di quanto succedeva poiché i telefoni cellulari non funzionano nella regione di Khanasser. Eravamo preoccupati perché l’autobus ritardava. Soltanto verso le ore 20, l’autobus può riprendere il viaggio. Finalmente riceviamo notizie. L’ambulanza è pronta all’entrata di Aleppo. Appena l’autobus arriva, portiamo Amin in ospedale, dove ci attendono medici e chirurghi, ma Amin è già morto quando arriviamo. Terroristi, perché avete sparato contro un autobus? Ammazzare un civile fa avanzare la vostra causa? La democrazia e la libertà non c’entrano niente con voi, banda di criminali. Sapete chi avete ucciso? Forse la madre di uno di voi è stata curata da mio fratello Amin per restare incinta, banda di assassini. (Da: Hanno ammazzato mio fratello)

Georges Sabé.

1. E se domani mi svegliassi al rumore delle raffiche vicino a me o a casa mia, cosa farei? Prenderei anch’io la carta d’identità e il poco denaro che mi resta e partirei? Partire, dove, quando, come, cosa prendere, cosa lasciare? Addio, amici! Addio, famiglia! Addio, terra! Addio, strada! Addio, casa! Addio a noi. Più niente sarà casa mia. … Perché io? Quale errore ho commesso? Quale peccato? La vita è forse un eterno peregrinare? Al catechismo mi hanno insegnato che su questa terra noi cerchiamo il cielo; ma quale cielo? E se il cielo fosse il riflesso della terra? I miei occhi tacciono, non parlano più, non sorridono più e non piangono più. Nessuna lacrima. In ogni caso, perché piangere, perché ridere, perché parlare con gli occhi, perché esprimere ed esprimersi? Meglio essere discreti, non mostrarsi né mostrare. Sono vuoto, svuotato. Al mattino mi alzo per andare da nessuna parte, per pianificare un niente, per uscire sul posto, per sognare l’oblìo, per attendere l’istante che è là. Il giorno passa; è il sole che me lo annuncia. L’oscurità mi dice il tempo, la luna segna il giorno. Il giorno passa e non so più se è ieri o domani. Non si assomigliano per nulla e sono tutti uguali.

2. …Viene a sedersi al nostro tavolo, si stabilisce nei nostri cuori e nelle nostre menti, s’invita al nostro quotidiano e lo trasforma. La guerra è qui. Viene per annunciarci la sofferenza e la morte. Viene a dirci che bisogna odiare, che bisogna distruggere i ponti e le relazioni. La guerra è qui. Le sue macchine stanno funzionando a pieno ritmo e i suoi tamburi battono fortemente. Viene a trasformare le nostre notti in un lampo e il calore dei nostri giorni in una fornace. La guerra è qui. Viene a sporcare le nostre mani. Costringe tanti innocenti a impugnare le armi… La guerra è qui. Viene a dirci: «Non vi lascerò. Vi amo tanto. Vi voglio. Vi invito al mio banchetto. Non perdete l’appuntamento. Ecco l’indirizzo: Aleppo, strada della vergogna, palazzo della miseria, piano della sofferenza».

La guerra è il nostro quotidiano, ma noi ci rifiutiamo di partecipare al suo banchetto. Scegliamo la vita…

fonte: Ora Pro Siria

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