La Siria al Meeting di Rimini: si poteva fare di più

[su_panel]Il conflitto siriano forse coinciderà con la definiva scomparsa dei cristiani in medioriente. Pensare a come il Meeting ha affrontato questo argomento, resta come l’amaro di una occasione mancata:  il Meeting  sarebbe stato un’occasione impareggiabile per dire chiaramente delle complicità internazionali e del silenzio connivente del nostro paese con chi sta alimentando quella guerra.[/su_panel]

Farsi carico di quanto accade laggiù, occuparsene più compiutamente facendosi le domande fondamentali sarebbe stato un passo concreto verso la pace.  La guerra si alimenta attraverso la menzogna ed il silenzio: l’applicazione di questo metodo permette la copertura giuridica ai paesi che fomentano la guerra.

L’amicizia dei popoli è il sottotitolo del Meeting stesso, ma in un rapporto occorre anche rischiare. Un pò più di coraggio avrebbe consentito di ripensare a quei 70 anni della Repubblica  in una luce più vera e rispondente alla realtà: la nuova propensione dell’Italia per le guerre, dalla guerra contro la Serbia in poi, non è un particolare irrilevante su cui si può soprassedere.  Invece il Meeting,  pur col tema del “Tu sei un bene per me” , è riuscito a ridurre anche le grandi questioni internazionali solo nell’ambito personale, ignorando le domande sul perchè avvengono molte situazioni dramatiche del nostro tempo.

A proposito della Siria a cui il meeting di Rimini  ha voluto dare spazio,  è una grande mancanza non aver denunciato la contraddizione e iniquità delle sanzioni che  da sole hanno causato più morti di quelli procurati direttamente dall’intero conflitto.  Affrontando il dramma siriano, avrebbe potuto almeno rilanciare e dare così forza al recente appello  (23 cm) di tre patriarchi libanesi (segue uno precedente) che chiedono a gran voce la cessazione delle inique sanzioni internazionali contro la Siria: le sanzioni non sono nient’altro che un vero e proprio assedio che amplificano le sofferenze del popolo siriano. Con pò di cuore e coraggio in più si sarebbe potuto chiedere all’inviato speciale dell’ONU De Mistura, presente al Meeting, di dare conto di questa grande contraddizione e sollecitarlo a riguardo. Mi duole dirlo, perchè sono estimatore del Meeting, e condivido pienamente la sua preoccupazione originaria, ma  le domande non poste sulla Siria sono state quelle fondamentali.

Altro capitolo non affrontato sufficientemente è la persecuzione dei cristiani in Iraq ed in Siria. E’ sembrato quasi che le testimonianze dei diretti interessati come nel caso di padre Rebwar (o padre Douglas l’anno scorso), non siano state ben gradite quando non rispondenti alle impostazioni già decise dagli organizzatori.  Non bello per chi dice di essere aperto all’imprevisto e che la realtà è sempre positiva: Padre Rebwar ha parlato di”genocidio” dei cristiani e sembra sia stato reputato esagerato.
E’ vero non tutti i patriarchi sono daccordo su questa definizione ma ‘il succo’ è lo stesso. Infatti, l’immane tragedia in atto, non avrà forse tutte le caratteristiche che la giurisprudenza degli organismi internazionali prevedono per definirla tale ma in ogni modo è innegabile che tale persecuzione è chiaramente è eseguita in “odium fidei”.   Per coerenza ed amore alla verità,  il Meeting avrebbe dovuto dire in che modo che l’occidente si sta comportando come un aspirante suicida: sta allevando nutrendo e privilegiando proprio quelle metastasi del mondo islamico che perseguitano i cristiani e che sono nemici del dialogo.

Certo al Meeting è stato invitato padre Firas (frate francescano che in Aleppo) che ha fatto offerto una testimonianza struggente. Ma bisogna dirlo: parlare del dolore e non denunciare le cause del male quando questo è alimentato anche da casa nostra, è prestarsi (anche se inconsapevolmnte) all e strumentalizzazioni e si rischia di essere non incidenti. Come lo stesso padre Firas ha detto (purtroppo in un fulmineo passaggio finale) parte della causa della guerra siriana è una voluta e perseguita disinformazione.

E’ chiaro che padre Firas non ha colpe, lui ha raccontato la sua testimonianza di fede, di carità, nella fedeltà a Cristo e nell’amore ai fratelli spende tutta la vita. E’ il Meeting che non ha saputo cogliere le grandi sfide e gli inganni che attraversano il nostro tempo, e per questo non ha saputo domandare ai grandi testimoni la totalità della esperienza quotidiana del popolo ed ai politici non ha posto quelle domande ‘scomode’ ma centrali su tematiche che incidono veramente nel nostro vivere. Tacere sulle menzogne e gli inganni propinati dal potere e vedere solo il positivo tacendo sul male è connivente piaggeria.  Tutto si può dire a propria discolpa ma certo è che la mancanza di coraggio non è mai una virtù. Non avere il coraggio della denuncia rende la fede inincidente socialmente e nelle dinamiche che consentono e facilitano il nostro cammino umano di ricerca della Verità nel cammino che ci porta a Lui.

I fatti sono chiari la manipolazione della verità sulla guerra di Siria ha sorpassato ogni limite. Questa assenza di giudizio e di presa di posizione chiara ha lasciato campo alle armi. Quando c’è questa assenza della ragione non c’è alcuna alternativa: l’unica parola , in assenza di uomini coraggiosi capaci di verità fino al sacrificio, passa alle armi. Per essere ‘uomini di pace’, non basta predicare speranza e amore con una guerra di aggressione in corso trattandola alla stregua di una pubblica calamità, dove la colpa non è di nessuno ma generata dalle forze spontanee della natura.

Quando la società civile non fa nessun argine e non esercita alcun giudizio sulle posizioni e gli atti del potere, lascia, inevitabilmente l’ultima parola al campo di battaglia. La restituzione della facoltà di decidere il proprio destino ad ogni uomo, è l’unica possibilità perché la verità prevalga. Certo, la libertà cristiana prevarrà ugualmente, però alla luce della Parola, auspicare che la propria vocazione sia la schiavitù e che si debbano accelerare i tempi della sottomissione, della persecuzione e del settarismo, è inconcepibile anche dal punto di vista della fede.

[su_panel]Vale la pena ricordare le conseguenze di tale debolezza:

“Non si può accettare la riduzione sentimentale, psicologica e affettiva della fede, almeno non lo possono i cattolici che nella fede in Gesù Cristo trovano l’unica possibilità di espressione piena della propria umanità.

Pensare che la fede possa avere come pertinenza il campo psico-affettivo e che, di fronte alle grandi questioni che l’ideologia pretende di risolvere in modo univoco e indiscutibile, la fede debba stare silenziosa è snaturare la fede stessa o, per dirla con il Papa emerito Benedetto XVI, è assumere una posizione letale per la fede”. (mons. Negri “soltanto religione-emozione?)[/su_panel]

Queste considerazioni assumono ancora più forza in considerazione del fatto che è in atto un vero e proprio marketing del dolore che alimenta la guerra. L’obiettivo è cotruire un mostro che giustifichi un’ulteriore escalation della violenza. L’armamentario da cui attingono queste accuse è sempre lo stesso: l’utilizzo di gas, i bombardamenti su ospedali, sui mercati, l’uccisione o ferimento di bambini, i prigionieri tenuti in modo disumano. Sono denunce dello stesso tipo di quelle contenute nelle testimonianze del Meeting:  senza contestualizzazione adeguata mettono oppresso ed oppressore sullo stesso piano,  il popolo d’israele e l’Egitto del vecchio Testamento sullo stesso piano a livello di responsabilità.

Vietato Parlare

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