Per gli USA “la rimozione di Assad” non è più priorità ma poi ci ripensano. Un punto sulla situazione siriana

Siria: nuove ‘esternazioni’ americane rimuovono il più grande ostacolo alla pace ma poi vengono parzialmente ritrattate. Intanto i colloqui di pace proseguono stancamente in ordine sparso: una pluralità di soggetti porta avanti ognuno la propria iniziativa senza una visione chiara ed unanime.

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di Patrizio Ricci – pubblicato su LPL News 24

Giovedì scorso il segretario di stato americano Rex Tillerson in visita ad Ankara per mitigare l’intransigente posizione turca sui curdi, ha affermato che la priorità per gli Stati Uniti non è più la caduta di Assad e che questo potrà legittimamente deciderlo solo il popolo siriano. Gli aveva fatto eco da New York, Nikki Haley, l’ambasciatrice Onu alle Nazioni Unite, la quale aveva confermato ed avvalorato quella che sembrava la nuova ‘vision’ americana.

Ma l’indomani, dopo una dura presa di posizione dei rappresentanti Onu di Francia e Gran Bretagna che hanno ribadito che “Assad se ne deve andare“, sono pervenute nuove dichiarazioni della Haley che sono una vera doccia fredda sulle precedenti aperture.
La nuova dichiarazione è in palese contrasto con la precedente: l’ambasciatrice alle Nazioni Unite ha dichiarato che gli Stati Uniti continuano a credere che il leader siriano Bashar al-Assad sia criminale di guerra ed ha sottolineato che alla prima occasione gli USA faranno giustizia “per il bene del popolo siriano”.

Queste parole riflette il conflitto che permane all’interno della leadership americana divisa tra la più morbida posizione della Casa Bianca e le differenti posizioni esistenti nel Congresso in cui permangono molte posizioni fortemente ostili al governo siriano. A complicare queste divisioni interne gioca a sfavore che gli Stati Uniti non hanno ancora deciso un piano da attuare una volta che sarà sconfitto ISIS.

Così le operazioni americane a nord della Siria con i curdi delle Syrian Dmocratic Force (SDF) ad eliminare ISIS proseguono senza una prospettiva chiara se non la necessità di limitare l’influenza dell’Iran e limitare la sovranità del governo siriano. E’ per questo motivo che Washington ha acconsentito ai sauditi ed ai turchi la messa in atto la recente operazione militare terrorista su Hama, Daara e Damasco (sponsorizzata da turchi e sauditi). In questa occasione, con un atteggiamento a dir vero cinico la Comunità Internazionale ha ritenuto accettabile aumentare sofferenze e distruzioni, perchè secondo una certa visione, uno stato indebolito si presenterebbe accondiscendente alle pretese altrui.

Intanto gli USA esercitano continue pressioni su Mosca affinchè ‘molli’ Teheran al suo destino. A tali proposte la Russia ha sempre risposto ‘picche’ salvo qualche lieve concessione sulla presenza americana a nord della Siria perchè utile per allegerire l’esercito siriano sugli altri fronti.

Comunque rispetto alla precedente amministrazione Obama, l’attuale amministrazione ha migliorato il dialogo con Mosca: gli USA in Siria hanno continui contatti con i russi per evitare pericolosi incidenti tra le forze sul terreno e le rispettive aviazioni. D’altra parte, la diplomazia di Mosca ha continuato ad avere buoni rapporti con tutti nonostante sia attivamente contrapposta alle forze mercenarie jihadiste in Siria. In questo contesto, gioca a favore di Mosca i buoni rapporti con Israele. Inutile dire che anche Tel Aviv sta facendo forti pressioni su Mosca affinché abbandoni l’alleanza con Teheran. Per Tel Aviv, una alleanza con Mosca pur se circoscritta in terra siriana, è preferibile se questo significa l’esclusione dell’Iran.

Dal 2015 la Russia ha assunto un ruolo attivo in Siria rovesciando le sorti del conflitto a favore del governo siriano. Tramite la componente aerea delle sue forze armate presente nella base aerea di Latakia ha lanciato una dura lotta contro il terrorismo e contro ISIS che la coalizione internazionale aveva omesso di combattere pensando che il Califfato potesse essere ‘utile’ contro Assad e procrastinando per questo la sua definitiva eliminazione. Mosca schiera sul terreno anche alcune centinaia di truppe appartenenti alle forze speciali, alcuni battagioni di polizia di stanza in Cecenia, reparti logistici e 2500 uomini volontari appartenenti alla società militare privata ‘Wagner’.

Tuttavia accanto alle attività prettamente militari, la Russia fornisce supporto alla popolazione civile fornendo quotidianamente tonnellate di derrate alimentari. Inoltre, tramite un Centro di Riconciliazione Nazionale si fa continuamente carico di mediare tra l’opposizione armata e il governo siriano: sono attualmente intorno a 1000 i gruppi ribelli riconciliati con il governo.

‘intensa attività diplomatica è riuscita a dar vita all’iniziativa dei colloqui di pace di Astana ed al cessate il fuoco, che anche se è oggetto a continue violazioni, è comunque rispettato in molte zone.

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E’ evidente che l’avvicinamento delle posizioni staunitensi e russe non piace a tutti. Turchi e sauditi hanno dato vita ad una recrudescenza degli scontri pensando così di strappare migliori cndizioni ai colloqui di pace. Tuttavia la nuova offensiva delle milizie armate jihadiste, lanciata su varie direttive sono ormai state tutte arrestate e respinte.

Proseguono intanto le operazioni della coalizione su Raqqa e su Mosul. Su queste località la resistenza e i bombardamenti indiscriminati della coalizione (resi difficili anche dall’uso da parte di ISIS di scudi umani) stanno causando molte vittime civili. In particolare, a Mosul un bombardamento USA che ha provocato più di 200 vittime civili ha fatto decidere al governo iracheno di sospendere le operazioni militari.

La Turchia intanto, vedendo che il proprio esercito e le milizie filoturche non possono più avanzare (per la presenza di forze americane e russe), ha comunicato di aver terminato l’operazione Eufrate Shield contro ISIS, salvo poi smentire e il 31 marzo il lancio di una nuova operazione militare finalizzata a presidiare le zone dove si trova attualmente ed a tagliare così le zone curde.

Più a sud le forze SDF appoggiate da forze speciali USA sono arrivate alla diga di Tabqa. Qui i miliziani di ISIS hanno diffuso notizie allarmanti a causa dei bombardamenti americani che avrebbero causato danni tali da mettere in pericolo la tenuta della diga stessa. Se la diga cedesse l’invaso di 13 Km diromperebbe sulle pianure a valle dove vivono più di due milioni di persone. Però il pericolo sembra essere stato ‘costruito’ dallo Stato Islamico affinché , in qualche modo l’offensiva fosse ostacolata a proprio vantaggio. In realtà benché le stazioni di controllo delle paratie siano state distrutte, la diga non ha subito danni strutturali tali da correre un pericolo imminente di crollo perché l’esercito democratico siriano (SDF) sta facendo defluire l’acqua in eccesso da alcuni canali ausiliari posti nella località al Rai. Nei giorni scorsi molti media avevano segnalato una eventuale crollo della diga con conseguenze disastrose per la popolazione.

Quello che accadrà prossimamente sarà una offensiva dell’esercito siriano su Deir Ezzor da nord. Come sappiamo questa località in cui vivono 200.000 abitanti è completamente circondata da ISIS ed il locale contingente dell’esercito siriano resiste da quattro anni ai continui assalti di ISIS. La città è ormai allo stremo e sopravvive solo grazie ai viveri paracadutati dall’alto dai russi.

Dopo il fallimento del 5° round di negoziati a Ginevra concluso il 31 marzo, per la diplomazia, il prossimo appuntamento è il 5 aprile a Bruxelles. In tale occasione l’Unione europea, la Germania, il Kuwait, la Norvegia, il Qatar, il Regno Unito e le Nazioni Unite co-presiederanno una conferenza per “sostenere il futuro della Siria”. La conferenza vedrà la partecipazione di rappresentanti dei Ministeri degli Affari Esteri di 70 delegazioni, tra cui l’Unione Europea ed i rappresentanti delle regioni del Medio Oriente. Difficile comunque che la UE rivelatasi totalmente assoggettata alle posizioni delle monarchie del Golfo (e ora in continua rotta di collisione sia con Putin che con Trump), assumi ora un atteggiamento positivo e coerente con i ‘valori umani’ che dice continuamente di difendere.

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