6 agosto 1945: l’atomica su Hiroshima

6 agosto 1945: l’atomica su Hiroshima 1

Nel maggio 1945 la Germania nazista è ormai sconfitta; con la Battaglia di Berlino (aprile-maggio 1945) i russi sono penetrati per primi nel territorio tedesco, abbandonandosi a barbarie e a inauditi scempi ai danni di una popolazione inerme; si lasciano dietro una scia di sangue e violenze gratuite.

La più sanguinosa guerra della storia, che aveva fatto 50 milioni di morti, è alla fine, non resta che il Giappone che, per puro senso dell’onore, resiste senza alcuna speranza.

Ma una nuova arma mai vista prima era stata provata segretamente dagli americani ad Alamogordo nel deserto del Nuovo Messico. Era l’ultimo atto del “Progetto Manhattan”, al quale aveva partecipato tra gli altri anche l’italiano Enrico Fermi, sotto la direzione del fisico americano Robert Oppenheimer.

La Conferenza di Potsdam (16 luglio – 2 agosto1945), alla quale avevano preso parte Truman, Stalin, Churchill, poi sostituito da Clement Attlee, aveva stabilito, tra l’altro, “l’immediata e totale distruzione” del Giappone se non avesse accettato la resa incondizionata. A Potsdam, americani e inglesi erano su posizioni molto diverse riguardo alla sorte dell’Imperatore giapponese: se gli americani intendevano processare Hirohito per crimini di guerra e abolire il sistema imperiale, al contrario gli inglesi non solo erano disponibili a conservare l’Imperatore, ma anche a non spodestare Hirohito, che costituiva il simbolo più importante della cultura del Paese.

Costruite le bombe, si scelgono delle città non molto grandi e non ancora danneggiate dai bombardamenti convenzionali, in maniera da evidenziare l’alto potere devastante di un solo ordigno nucleare su un’intera città. Quindi si scartano Tokyo e Kobe, già oggetto di bombardamenti precedenti, e si preferiscono come obiettivi città come Hiroshima, Kokura, Niigata, Yokohama, Nagasaki e Kyoto. Quest’ultima poi venne cancellata dalla lista per l’insistenza del Ministro della guerra Henry L. Stimson che, avendola visitata in viaggio di nozze, ne apprezzava l’alto valore culturale.

Hiroshima sembrava la città ideale per una prima dimostrazione, perché mai bombardata prima di allora; inoltre era edificata con materiali altamente infiammabili, le case per lo più in legno, carta e paglia; infine era una città industriale, ma anche una piccola base militare.

La mattina del 6 agosto, per non destare sospetti, viene utilizzata una sola fortezza volante, accompagnata da due aerei, come se fossero aerei da ricognizione, uno dei quali avrebbe poi filmato l’enorme conflagrazione. Alle 8.16 il Boeing B-29 Enola Gay (dal nome della madre del pilota, colonnello Paul Tibbets) sgancia su Hiroshima un ordigno nucleare denominato “Little Boy”.

L’esplosione distrugge completamente la cittadina. Compare un’enorme colonna di fumo a forma di fungo. I corpi viventi scompaiono senza lasciare traccia. Le persone si volatilizzano all’istante; enorme è il numero degli ustionati. Segue un incendio e successivamente un vento rovente per lo spostamento d’aria causato dall’esplosione. Poi una pioggia di fango radioattiva. Agghiacciante lo scenario cui assistono i soccorritori, che non possono fermarsi se non a diversi metri di distanza. La pelle delle vittime lacerata, i corpi devastati, i volti sfigurati. Tra le macerie i sopravvissuti vagano come automi. Camminano con le braccia aperte, perché non aderiscano alle ferite. Nei decenni successivi le radiazioni provocheranno nei sopravvissuti malattie della pelle e leucemie.

Due giorni dopo, l’8 agosto, l’URSS dichiara guerra all’Impero nipponico in base ad accordi presi alla Conferenza di Jalta (4-11 febbraio 1945), e il 9 agosto invade la Manciuria. Nello stesso giorno, a distanza di solo tre giorni dalla prima bomba, un’altra atomica viene sganciata su Nagasaki, città industriale, anch’essa precedentemente poco bombardata.

Pochi giorni dopo (14 agosto), per fiaccare le residue capacità di resistenza del popolo giapponese e costringere il Giappone ad arrendersi e senza condizioni, più di 1000 B-29 americani bombardano il territorio giapponese, distruggendone le più importanti industrie. Anche in questo caso gli americani non hanno alcuna remora, usando bombe riempite di miscele incendiarie antesignane del napalm.

Attaccato dall’URSS e bombardato dagli americani, il governo nipponico, temendo una terza atomica, questa volta forse su Tokyo, il 15 agosto finalmente accetta la resa incondizionata, con l’unica richiesta di salvare il trono all’Imperatore Hirohito.

Gli storici si sono interrogati sulla necessità di utilizzare un’arma di distruzione di massa, non una sola volta, ma due volte e non su obiettivi militari, ma su civili inermi.

Gli stessi scienziati che avevano partecipato alla costruzione della bomba ebbero idee divergenti soprattutto per quanto riguarda il suo uso. Albert Einstein e Leo Szilard, che fin dall’agosto 1939 erano stati tra i primi a spingere Roosevelt a impegnare ogni mezzo per favorire la ricerca che avrebbe poi portato alla costruzione dell’atomica, erano convinti di non doverla utilizzare.

Szilard, che pure aveva partecipato al Progetto Manhattan, ritenne di dover dichiarare: «Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, avremmo definito lo sgancio di bombe atomiche sulle città come un crimine di guerra, e avremmo condannato a morte i tedeschi colpevoli di questo crimine a Norimberga e li avremmo impiccati.»

Un ultimatum al Giappone avrebbe potuto evitare la seconda bomba; un avviso alla popolazione avrebbe risparmiato vite umane; una dimostrazione della forza della bomba sganciata su un territorio disabitato del Giappone, come riteneva lo scienziato Edward Teller, avrebbe potuto costituire un deterrente sufficiente.

Perché gli americani non tennero in alcun conto queste riflessioni?

In realtà il governo degli USA aveva come obiettivi:

Con l’acquisizione dell’atomica da parte della Russia (agosto 1949) e la minaccia di una guerra nucleare, il mondo entrerà in quell’equilibrio del terrore che caratterizzerà per decenni la storia dell’umanità.

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