Un inquietante giudizio su papa Bergoglio.

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Luigi Accattoli, per lunghi anni vaticanista del Corriere della sera, è una persona intelligente, colta e garbata; inoltre è un profondo conoscitore delle vicende ecclesiastiche contemporanee e un grande ammiratore di papa Francesco, ma non un suo “turiferario”, (come direbbe un altro vaticanista, Giuseppe Rusconi, il quale invece è assai critico nei riguardi dell’attuale pontefice e spesso incrocia amabilmente i ferri con Accattoli in pubblici dibattiti, le cui interessanti tappe si possono seguire sui loro rispettivi blog).

Recentemente egli ha sintetizzato in modo molto chiaro ed efficace il suo giudizio sul papato di Bergoglio, ed in particolare sulla divisione nella chiesa che intorno ad esso si è creata, intervenendo ad un seminario di studi dell’università di Perugia. Date le credenziali sopra esposte, credo che la sua sia un’opinione meritevole di molta attenzione.

Il testo, che non è lungo, si può leggere integralmente qui: http://www.luigiaccattoli.it/blog/conferenze-e-dibattiti-2/la-chiesa-di-francesco-tra-riforme-interne-e-dinamiche-internazionali/

Accattoli individua tre motivi di conflitto generati dal papato di Francesco: le riforme che egli propone; il suo modo di intendere la figura stessa del papa; la franchezza polemica con cui esterna il suo punto di vista e attacca i suoi oppositori. Il primo e il terzo punto sono certamente importanti, ma mi paiono meno decisivi del secondo. Non mi soffermo sulle riforme di Bergoglio, anche perché su questo piano mi pare di poter facilmente concordare con Accattoli nel dire che esse provocano reazioni contrastanti. Del resto, è normale che ogni azione, da parte di qualsiasi papa, nella misura in cui incide sullo status quo, piaccia ad alcuni e dispiaccia ad altri. Fin qui siamo, mi pare, nella dimensione “fisiologica” del conflitto che accompagna ogni azione papale – non solo riformatrice, aggiungo io, ma anche “restauratrice”. Persino un papa che, per ipotesi, non facesse niente, avrebbe i suoi detrattori (che gli rimprovererebbero, se non altro, l’inerzia!). Magari ci sarebbe da chiedere ad Accattoli se, quando scrive che la “madre di tutte le riforme”, che è per lui la «chiesa in uscita», detta al papa «un programma che comporta scavalchi di priorità: del Vangelo sul Dogma, della pastorale sul dottrinale, del primo annuncio sui principi non negoziabili, dell’impegno diretto nel servizio all’uomo rispetto alla pedagogia della mediazione», non rischi di assumere acriticamente delle dicotomie che invece non appartengono alla fede cattolica. È vero che oggi in tanti pensano che vangelo e dogma, pastorale e dottrina (eccetera) possano essere contrapposti, ma costoro hanno già perso il senso dell’unità che è alla base del cattolicesimo.

Però non è di questo che mi interessa parlare ora, ed anche sul terzo rilievo, quello della vis polemica di Bergoglio, penso si possa sorvolare, anche perché noto che Accattoli – oltre a far trapelare una certa, sia pur larvata, presa di distanza da questo aspetto dello stile comunicativo del papa – lo riconduce acutamente al secondo punto, che è quello a mio avviso cruciale (e molto inquietante, come dirò fra un momento) della sua analisi: la concezione stessa del papato.

Scrive Accattoli: «a provocare disagio è la figura papale inedita e spiazzante proposta da Francesco. In particolare suscita reazioni il prevalere, nella nuova figura, dell’elemento soggettivo su quello istituzionale e di quello del movimento su quello stabilizzante: un papa che non è posto lì come roccia che tiene il campo, ma come pastore che spinge a nuovi pascoli. A pensare il nuovo, a osare l’inedito. […]

Egli rivendica a se stesso una piena facoltà di esprimere opinioni personali che i Papi dell’epoca moderna mai avevano osato praticare e che solo ultimamente Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano iniziato a sperimentare pubblicando libri e dando vere interviste. […]

Bergoglio non intende il ministero petrino come totalizzante, riassuntivo dell’Ecclesia, ma come un servizio tra altri. Si considera parte, non forma del tutto.»

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A mio parere, qui Accattoli ha perfettamente centrato il nocciolo della questione. Però non so se si renda conto della gravità di ciò che afferma. Sta dicendo, in buona sostanza, che quello di Francesco è un “papato di parte”. Ora, se avesse ragione (io non so se ce l’abbia – e spero di no – ma prendo atto che così la pensa una persona intelligente, informata e assolutamente non prevenuta in senso ostile), ciò vorrebbe dire che quello attuale è un papato “rivoluzionario”, anzi per meglio dire, sovversivo; anzi, per essere ancor più conseguenti, un tradimento del papato (in quanto l’abbattimento dell’istituzione verrebbe operato dalla stessa autorità che ha il compito di rappresentarla).

Perché il punto che Accattoli sembra ignorare è che il servizio all’unità, nella conferma della fede comune non è un elemento accessorio, ma è l’essenza del ministero petrino, per esplicito e diretto comando di Gesù Cristo. La rivendicazione dell’elemento soggettivo, delle opinioni personali e di una funzione “parziale” come tratti caratterizzanti di un pontificato non sarebbero dunque semplicemente un modo diverso e innovativo di interpretare un ruolo che, come ogni cosa, è normale che subisca dei mutamenti nel corso del tempo, ma produrrebbdero il suo completo snaturamento. Non un cambiamento di forma, ma di sostanza.

Rispetto alla gravità del problema sollevato, mi permetto perciò di dire che trovo, come dire, un po’ “spensierata” la chiusa dell’importante intervento di Accattoli: «Questo ridimensionamento della figura papale appare indubbiamente epocale: riporta il Papa a Vescovo di Roma, e a un Vescovo di Roma più somigliante a come era nel primo millennio rispetto al secondo».

Probabilmente gli storici della chiesa, se interrogati, non avrebbero alcuna difficoltà a dire che nel primo millennio il papato era una cosa molto diversa da quello che è oggi (o “è stato” fino a oggi). Anzi direbbero che per un lungo tempo non c’è stato affatto, nella chiesa, qualcosa che somigliasse anche solo di lontano al papato che conosciamo noi. (Per quel nulla che vale, la mia opinione è che il papato che conosciamo noi sia una cosa recentissima, che comincia dal 1870 e prende forma nel XX secolo). Però credo che confermerebbero che, in tutta la sua lunga e tortuosa storia, il cammino di questa istituzione è sempre stato – sia pure con alti e bassi e con mille contraddizione – indirizzato a realizzare sempre di più e sempre meglio il suo carattere unitario, totalizzante, “ecumenico”, cioè cattolico nel pieno senso della parola. Questa è sempre stata la direzione di fondo. Adesso, invece, si andrebbe per tutta un’altra strada.

Le forme possono cambiare, e di molto, ma se Pietro, invece di “parlare per tutti” (e il solo modo che ha per farlo è tenersi stretto il più possibile alla sequela “oggettiva” dell’unico Maestro, in un certo senso non fare altro che ripetere le Sue parole), “dice la sua” come fanno tutti, ha finito di essere Pietro.

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