Lo Stato Islamico riparte dall’Afghanistan

Mentre proseguono serrati i dialoghi tra gli insorti talebani, l’amministrazione centrale a Kabul e Washington, nel fragile stato centroasiatico si sta rafforzando, tendenzialmente ignorato, un attore in grado di scompaginare le carte in tavola e rendere ulteriormente incerto il futuro del paese: lo Stato Islamico. Dopo il crollo del progetto statuale islamista nel Siraq, il califfato prospera ad ogni livello tra le montagne afghane inserendosi tra le faglia della competizione inter etnica demografica, le rivalità regionali e geopolitiche. Attentati, massacri e la consueta brutalità restano il marchio di fabbrica degli uomini del califfato che hanno trovato un nuovo eden in un contesto di incertezza e cronica conflittualità.

Un recentissimo attacco terroristico provincia afghana di Nangarhar ha sollevato nuovamente il dibattito sull’insicurezza, la violenza e il futuro del paese centroasiatico. Un kamikaze di 13 anni si è fatto esplodere ad una festa di matrimonio di un membro di una milizia filo governativa uccidendo una decina persone e ferendone quaranta. La giovane età dell’attentatore, l’obiettivo dell’attacco e l’ubicazione geografica di una provincia contesa tra il governo di Kabul e i talebani sta costringendo analisti, attori locali e internazionali a considerare con sempre maggiore serietà la questione dello stato islamico in Afghanistan.

Di fronte al diniego dei talebani i maggiori indiziati dell’attacco restano gli affiliati della “wilayat del Khorasan”, la branca dello stato islamico nel fragile paese. Negli ultimi anni, infatti, si è rafforzata la presenza degli islamisti all’interno del panorama frammentato del paese. Affianco alla consueta, ineluttabile e resiliente resistenza dei talebani, con cui gli americani e il governo centrale starebbero per portare a termine un controverso e instabile processo di pace, si rafforza la presenza organizzativa, numerica e propagandistica dello Stato Islamico che si inserisce nelle pieghe inter etniche della nazione. L’Afghanistan è infatti una repubblica multietnica in cui alla flebile maggioranza pashtun (il bacino demografico a cui attingono i talebani) si affiancano tagiki, turkmeni, uzbeki, sciiti hazara e diverse altre etnie autoctone. Proprio tra queste minoranze, oltre a reclute provenienti dall’Asia Centrale post sovietica, lo stato islamico locale attinge per rafforzare le proprie fila.

Il crollo del progetto statuale islamista nel Siraq ha sollevato premature speranze sulla dipartita di ogni progetto islamista radicato invece nelle fragilità statali attuali. Cadute Mosul e Raqqa in Iraq e Siria, decapitata la leadership e sconfitte sul terreno le milizie del califfato oltre alle decine di migliaia di combattenti stranieri, le diverse “provincie” del califfato dentro e fuori il Medio Oriente si sono riorganizzate autonomamente. Non solo in Afghanistan ma anche Filippine (nella regione di Mindanao la minoranza musulmana lotta contro il potere centrale in una nazione cristiana), Egitto, Libia, Mozambico e Indonesia. In ogni contesto di repressione, insubordinazione il radicamento propagandistico sradicato califfale cresce in potenza e prestigio minacciando la tenuta di progetti statuali fragili. Gli islamisti agli ordini di Al Baghdadi, a differenza di Al Qaeda o di altri attori jihadisti nel palcoscenico globale, hanno sempre imposto un controllo territoriale ferreo e a tratti brutale reagendo con violenza fanatica ai tentativi di sradicamento posteriori messi in atto dai governi legittimi. La gloriosa battaglia di Kobane, il lungo processo di liberazione di Mosul e la costante guerriglia che ancora oggi insanguina la fascia desertica sunnita irachena rappresentano esempi tangibili della pericolosità delle iniziative dello Stato Islamico. Una bandiera nera con ambizioni globali che si diffonde capillarmente.

La provincia del Khorasan sembrerebbe aver avuto inizialmente la propria base nella provincia orientale del Nangarhar, vicino il confine con il Pakistan, insieme ad un ampio gruppo nell’Afghanistan settentrionale. Ultimamente, sembrerebbe aver allargato la propria estensione alla provincia del Kunar, nella parte nordorientale del Paese. In totale, secondo quanto affermato da un membro del consiglio della provincia di Nangarhar, Ajmal Omar, lo Stato Islamico sembrerebbe essere presente in 4 province dell’Afghanistan, ovvero in Nangarhar, Nuristan, Kunar e Laghman. “In questo momento in Kunar vi sono da un lato i talebani, dall’altro l’ISIS. E il governo è in mezzo”, ha dichiarato Omar, il quale ha aggiunto: “Quando hanno iniziato ad essere presenti in Afghanistan, i militanti dell’ISIS non erano più di 150. Oggi sono in migliaia”. Tale presenza sul territorio rappresenterebbe una forte minaccia, in quanto, ha spiegato il consigliere, “possono avere facilmente accesso a risorse economiche, armi, equipaggiamento, nonché aree dove poter pianificare, testare e far partire gli attentati”.

L’Afghanistan è diventato il punto focale degli sforzi califfali in quanto la nazione è reduce da decenni di instabilità. Dall’invasione sovietica nel 1979, in soccorso al governo socialista in forte difficoltà, ad oggi si sono succeduti governi diversi tra cui l’Emirato istituito dagli studenti coranici. L’invasione americana del 2001 ha abbattuto il governo islamista, instaurato una cleptocrazia debolmente tribale intorno al presidente Karzai. Nonostante un conflitto lunghissimo, estenuante e l’utilizzo di svariate tattiche di contro insurrezione, Kabul (coadiuvata dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale) non è riuscita a sconfiggere la guerriglia talebana, sostenuta informalmente dai temibili servizi segreti pakistani (ISI), dai traffici di droga e armamenti che dal Corno d’ora asiatico vanno in Europa e dal supporto (tramite la finanza islamica) finanziario di personalità wahabbite nel Golfo e da svariate e oscure organizzazioni panislamiche. L’attuale governo Ghani è di fronte a un bivio fondamentale. Con il supporto americano in via di redifinzione, la scarsa affidabilità dell’impegno dell’amministrazione Trump che ha recentemente implementato una strategia di confronto frontale del problema talebano e il supporto che i talebani continuano ad avere nelle regioni emarginate del sud e dell’Est v’è la necessità di negoziare con i talebani, rilanciare i dialoghi di Doha tra le parti e decidere il destino prossimo del paese.

Esclusi dai dialoghi, combattuti da tutte le forze in campo, costretti sulle impenetrabili montagne dell’Hindukush gli uomini del califfato rafforzano il controllo informale e sociale tra le comunità rurali, offrono un alternativa alla centralizzazione promossa dal governo Ghani e sfruttano l’afflato mondial-islamista per combattere la jihad contro gli invasori stranieri e un governo largamente percepito come strumento nelle mani dell’Occidente. Sebbene Daesh e i suoi affiliati locali nella regione dell’Af-Pak abbiano subito diverse battute d’arresto causate dal governo afghano e pakistano, e anche dagli attacchi dei droni statunitensi, le maggiori perdite sono state inflitte dai talebani afghani. I combattenti talebani hanno sradicato Daesh dalle sue basi nella provincia di Jauzjan nel nord dell’Afghanistan nell’agosto 2018 e hanno costretto i sopravvissuti a cercare rifugio presso le forze di sicurezza afghane. Prima, nel novembre 2015, nella provincia di Zabul i talebani avevano sconfitto il Movimento Islamico dell’Uzbekistan, affiliato a Daesh, e i suoi alleati composti da dissidenti talebani. Anche nella roccaforte dell’Isis, nella provincia di Nangarhar, probabilmente i talebani hanno inflitto maggiori danni allo Stato Islamico rispetto a quanto abbiano fatto le forze armate afghane e statunitensi.

Questo confronto a tre si è inevitabilmente ritorto contro la popolazione civile con il consueto codazzo di attentati sanguinari, massacri e emigrazione. Colpita duramente, soprattutto la principale minoranza sciita del paese, gli hazara. Discendenti dai conquistatori mongoli questa piccola componente demografica (il 12% della popolazione del paese) è finita nell’occhio del ciclone, colpita dagli attacchi feroci dei talebani e dagli islamisti del califfato oltre ad essere tendenzialmente emarginata dai diversi governi centrali. I forti tassi di povertà, emigrazione e sottosviluppo sociale hanno spinto questa minoranza ad organizzarsi in comitati di autodifesa tribale che ha ulteriormente e capillarmente diffuso l’insicurezza, la propagazione degli armamenti e distrutto le prospettive di rafforzamento statuale per un futuro assetto della nazione. Il processo di pace, per quanto promettenti sembrano i dialoghi tra le parti, difficilmente porterà una ventata di pace e sicurezza in una nazione martoriata e vi sono forti dubbi sulla tenuta effettiva del governo di Kabul in un frangente di disimpegno americano. I talebani, nonostante la promessa di limitare il fanatismo e le violenze appaiono restii a scegliere la linea politica per arrivare nuovamente al potere quando potrebbero entrare a Kabul con i Kalashnikov e paradossalmente oggi sembrano gli unici ad essere in grado di limitare il potere degli uomini del califfato.

Quale futuro per l’Afghanistan? Un governo centrale forte dovrebbe includere le diverse componenti etniche del paese, rafforzare la capacità del governo centrale di raggiungere le periferie, rilanciare la cooperazione internazionale attirando investimenti, rilanciare le componenti tribali rispettando autonomie e necessità locali. In primis, Kabul dovrebbe privare i talebani delle leve di reclutamento per i talebani o cercare un accordo con questi da un punto di forza che ne permetta la futura marginalizzazione. Lo stato deve tornare ad essere l’unica alternativa credibile alla frammentazione. Uno stato forte, rappresentato dovrebbe essere in grado di contrastare con forza militare gli islamisti califfali e ricucire le ferite di decenni di guerra.

The Islamic State restarts from Afghanistan

While the dialogues continue between the Taliban insurgents, the central administration in Kabul and Washington, in the fragile Central Asian state, an actor capable of upsetting the cards on the table and making the country’s future even more uncertain is being strengthened. Islamic state. After the collapse of the Islamist state project in the Siraq, the caliphate thrives at every level among the Afghan mountains, inserting itself among the fault lines of inter-ethnic demographic competition, regional and geopolitical rivalries. Attacks, massacres and the usual brutality remain the trademark of the men of the caliphate who have found a new Eden in a context of uncertainty and chronic conflict.

A very recent terrorist attack on the Afghan province of Nangarhar has again raised the debate on insecurity, violence and the future of the Central Asian country. A 13-year-old suicide bomber blew himself up at a wedding party of a member of a pro-government militia, killing about ten people and wounding forty. The young age of the bomber, the target of the attack and the geographical location of a disputed province between the Kabul government and the Taliban is forcing analysts, local and international actors to consider the issue of the Islamic state in Afghanistan with increasing seriousness .

Faced with the denial of the Taliban, the main suspects of the attack remain the affiliates of the “wilayat del Khorasan”, the branch of the Islamic state in the fragile country. In fact, in recent years the presence of Islamists has been strengthened within the fragmented landscape of the country. Alongside the usual, ineluctable and resilient resistance of the Taliban, with which the Americans and the central government would be about to carry out a controversial and unstable peace process, the organizational, numerical and propagandistic presence of the Islamic State that fits into the inter folds is strengthened. ethnicities of the nation. Afghanistan is in fact a multi-ethnic republic in which the weak Pashtun majority (the demographic basin to which the Taliban draw) are joined by Tajiks, Turkmens, Uzbeks, Hazara Shiites and several other indigenous ethnic groups. Precisely among these minorities, in addition to recruits from post-Soviet Central Asia, the local Islamic state draws on to strengthen its ranks.

The collapse of the Islamist state project in Siraq has raised premature hopes on the departure of every Islamist project rooted in the current state fragility. Falls Mosul and Raqqa in Iraq and Syria, beheaded the leadership and defeated the caliphate militias on the ground in addition to the tens of thousands of foreign fighters, the different “provinces” of the caliphate inside and outside the Middle East have reorganized independently. Not only in Afghanistan but also in the Philippines (in the region of Mindanao the Muslim minority fights against central power in a Christian nation), Egypt, Libya, Mozambique and Indonesia. In any context of repression, insubordination, the uprooted propaganda propaganda grows in power and prestige, threatening the stability of fragile state projects. The Islamists under the orders of Al Baghdadi, unlike Al Qaeda or other jihadist actors on the global stage, have always imposed an ironic and at times brutal territorial control by reacting with fanatical violence to the attempts at posterior eradication implemented by legitimate governments. The glorious battle of Kobane, the long process of liberation of Mosul and the constant guerrilla war that still today bloodies the Iraqi Sunni desert belt are tangible examples of the dangers of the Islamic State’s initiatives. A black flag with global ambitions that spreads widely.

The province of Khorasan appears to have initially had its base in the eastern province of Nangarhar, near the border with Pakistan, along with a large group in northern Afghanistan. Lately, it would seem to have expanded its reach to the province of Kunar, in the northeastern part of the country. In total, according to a council member of Nangarhar province, Ajmal Omar, the Islamic State would appear to be present in 4 provinces of Afghanistan, namely in Nangarhar, Nuristan, Kunar and Laghman. “At this moment in Kunar there are on one side the Taliban, on the other ISIS. And the government is in the middle, “said Omar, who added:” When they started to be present in Afghanistan, ISIS militants were not more than 150. Today there are thousands of them “. Such presence on the territory would represent a strong threat, since, the councilor explained, “they can easily have access to economic resources, weapons, equipment, as well as areas where they can plan, test and start the attacks”.

Afghanistan has become the focal point of the caliphal efforts as the nation has survived decades of instability. Since the Soviet invasion in 1979, to the aid of the socialist government in great difficulty, to date different governments have followed one another, including the Emirate established by the Koranic students. The American invasion in 2001 brought down the Islamist government, established a weakly tribal cleptocracy around President Karzai. Despite a very long, exhausting conflict and the use of various counter-insurgency tactics, Kabul (assisted by the United States and the international community) failed to defeat the Taliban guerrillas, supported informally by the dreaded Pakistani secret services (ISI), by trafficking of drugs and armaments that from the Horn of now Asia go to Europe and from the financial support (through Islamic finance) of Wahabbite personalities in the Gulf and from various and obscure pan-Islamic organizations. The current Ghani government is facing a fundamental crossroads. With the American support in the process of redefining, the scarce reliability of the Trump administration’s commitment that has recently implemented a frontal confrontation strategy of the Taliban problem and the support that the Taliban continue to have in the marginalized regions of the south and East ‘is the need to negotiate with the Taliban, to revive the Doha dialogues between the parties and to decide the near future of the country.

Excluded from the dialogues, fought by all the forces in the field, forced on the impenetrable Hindukush mountains, the men of the caliphate strengthen the informal and social control between the rural communities, offer an alternative to the centralization promoted by the Ghani government and exploit the global inspiration. Islamist to fight jihad against foreign invaders and a government widely perceived as an instrument in the hands of the West. Although Daesh and its local affiliates in the Af-Pak region have suffered several setbacks caused by the Afghan and Pakistani government, and even by US drone attacks, the biggest casualties have been inflicted by the Afghan Taliban. Taliban fighters uprooted Daesh from its bases in the province of Jauzjan in northern Afghanistan in August 2018 and forced survivors to seek refuge with Afghan security forces. First, in November 2015, in the province of Zabul, the Taliban had defeated the Islamic Movement of Uzbekistan, affiliated with Daesh, and its allies composed of Taliban dissidents. Even in the stronghold of ISIS, in the province of Nangarhar, the Taliban probably inflicted more damage to the Islamic State than did the Afghan and US armed forces.

This confrontation with the three has inevitably turned against the civilian population with the usual throng of bloody attacks, massacres and emigration. The Hazaras are hit hard, above all by the main Shiite minority in the country. Descendants from the Mongolian conquerors this small demographic component (12% of the country’s population) ended up in the eye of the storm, hit by the vicious attacks of the Taliban and Islamists of the caliphate as well as being tend to be marginalized by the various central governments. The strong rates of poverty, emigration and social underdevelopment have pushed this minority to organize themselves into tribal self-defense committees that have further and widespread insecurity, the propagation of armaments and destroyed the prospects of state strengthening for a future structure of the nation. The peace process, however promising the dialogues between the parties seem, will hardly bring a breath of peace and security to a tormented nation and there are strong doubts about the effective maintenance of the Kabul government in a moment of American disengagement. The Taliban, despite the promise of limiting fanaticism and violence appear reluctant to choose the political line to get back in power when they could enter Kabul with the Kalashnikovs and paradoxically today they seem the only ones to be able to limit the power of the men of caliphate.

What future for Afghanistan? A strong central government should include the different ethnic components of the country, strengthen the central government’s ability to reach outskirts, relaunch international cooperation by attracting investments, revive tribal components while respecting local autonomy and needs. First and foremost, Kabul should deprive the Taliban of recruitment levers for the Taliban or seek an agreement with them from a strength that allows their future marginalization. The state must once again become the only credible alternative to fragmentation. A strong state, represented should be able to militarily counter the Islamist caliphs and mend the wounds of decades of war.

fonte: facebook