La World Watch List 2019 – Persecuzione ai cristiani: ancora cresciuta nel mondo

La World Watch List 2019 mostra una crescita spaventosa in fatto di persecuzione. Aumentano gli arresti e le condanne senza processo, sale il numero degli uccisi, tornano in lista paesi dove il problema sembrava debellato.

La persecuzione anti cristiana nel mondo è in netta crescita, così come si allunga la lista dei paesi in cui questo fenomeno è all’ordine del giorno. I dati divulgati a gennaio dalla World Watch List di Porte Aperte, relativi al periodo che va dall’1 novembre 2017 al 31 ottobre 2018, ritraggono uno scenario drammatico e a dir poco straziante, di cui i telegiornali spesso riferiscono solo brevi e sporadici cenni.

Per 245 milioni di cristiani, tuttavia, la persecuzione ha carattere tutt’altro che episodico: 1 su 9 sperimenta un livello alto di persecuzione e gli uccisi da questo inesorabile massacro nel 2018 sono stati 4.305, in chiaro aumento rispetto al precedente anno dove erano state registrate “solo” 3.066 vittime. Gli arresti sono quasi raddoppiati: 3.150 i casi di cristiani arrestati, condannati e detenuti senza processo. Gli attacchi alle chiese o ad edifici connessi ammontano a 1.847.

Per una corretta interpretazione dei dati bisogna tener conto del fatto che le stime si basano su informazioni verificate e che quindi c’è tutta una parte di numeri non registrati che è impossibile da stimare e che certamente farebbe lievitare ancor di più le cifre.

I 50 paesi dove i Cristiani sono più perseguitati al mondo sono divisi da Porte Aperte in tre categorie – persecuzione estrema, molto alta, alta -, che tengono conto di diversi indici: privato, famiglia, comunità, nazione, chiesa e violenza.

Al primo gruppo appartengono 11 paesi con capofila la Corea del Nord (sono circa 50-70 mila i cristiani detenuti in campi di lavoro); seguono Afghanistan e Somalia per via della situazione di instabilità e del radicalismo islamico. La Libia, al quarto posto, vede molti cristiani in fuga intrappolati per via del blocco dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo; il Pakistan presenta almeno 28 assassinii documentati e numerosissime aggressioni, sentenze di pena di morte per blasfemia e incarceramenti ingiusti.

In Asia 1 cristiano su 3 è perseguitato: la Cina risale nella classifica (27° posto) detenendo il primato per gli incarceramenti, mentre l’India è in decima posizione, in costante peggioramento dall’ascesa al potere del Primo Ministro Modi.

Tutto il Nord Africa vede condizioni a dir poco ostili: la Libia è al 4° posto della classifica, in Algeria (22°) cresce il numero delle chiese chiuse, in Egitto (16°) aumentano gli episodi di violenza, il Marocco torna in lista dopo essere scomparso nel 2014. Tesissima la situazione del Medio Oriente, della Penisola Araba e del Corno d’Africa. Ricompare, al 41 posto, la Federazione Russa con le sue restrizioni alla libertà religiosa e gli attacchi alle chiese in Dagestan e Cecenia.

I Cristiani vengono massacrati e i motivi possono essere di diverso tipo. Il Report individua tre dinamiche persecutorie principali: l’autoritarismo statale, l’ultranazionalismo e la diffusione dell’Islam radicale dal Medio Oriente all’Africa Subsahariana.

La Corea del Nord, ad esempio, è al primo posto da ormai 18 anni perché la mancata fede verso la Guida Suprema è crimine politico. I regimi autoritari sono sempre più soffocanti e ciò è evidente in Cina, dove dall’1 febbraio 2018 è vietato a bambini e giovani l’insegnamento religioso: scuole materne e domenicali chiuse, ingresso in chiesa vietato ai minori di 18 anni, campi estivi proibiti.

In India l’ultranazionalismo porta i militanti indù a colpire i responsabili delle chiese e a stuprarne mogli e figli piccoli. Gli evangelici in Turchia sono duramente colpiti perché considerati legati agli USA.

Drammatica la situazione dell’Africa Subsahariana, dove la debolezza dei governi, la povertà e il radicalismo islamico alimentano la persecuzione giacché gli stati sono inefficaci o a favore per via di appartenenze etniche, tribali o politiche. Il crollo della Libia, inoltre, ha portato moltissime armi nella regione dove fiorisce il traffico di esseri umani.

Degni di nota anche Messico (39° posto) e Colombia (47° posto), che pur essendo nazioni cristiane, vivono situazioni di intolleranza quando i leader delle chiese si oppongono la corruzione. Nelle zone rurali, invece, le cause si legano ancora una volta all’antagonismo tribale.

fonte:https://vocecontrocorrente.it