Krugman: il crollo dei salari non è colpa del progresso tecnologico

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Il Premio Nobel per l’Economia Paul Krugman sfata sul New York Times uno dei tanti miti imposti dalla falsa narrazione in voga oggi sui media mainstream: che il crollo dei salari sia un’inevitabile conseguenza del progresso tecnologico, in particolare dell’avvento dei robot. Contrapponendo i numeri ai pregiudizi, Krugman dimostra che non è vero. Come in molti altri casi – pensiamo per esempio ai movimenti dei capitali, dipinti come non arginabili perché “oggi si spostano milioni premendo un tasto del computer” – non si tratta di fenomeni legati all’evoluzione della tecnologia, ma della politica. Che soprattutto negli Usa – ma non solo -, ha messo in atto strategie contrarie agli interessi dei lavoratori. Il bla bla sui robot, ci dice Krugman, serve soprattutto a distogliere l’attenzione da questo e dai suoi responsabili. 

di Paul Krugman, 14 marzo 2019

I progressisti non dovrebbero cadere in un facile fatalismo nei confronti della tecnologia.

L’altro giorno mi sono ritrovato, come accade spesso, a una conferenza dove si parlava dei salari che diminuiscono e della disuguaglianza che aumenta. C’è stata una discussione interessante. Ma una cosa che mi ha colpito è il modo in cui molti partecipanti semplicemente davano per scontato che i robot rappresentassero una parte importante del problema – che le macchine stiano facendo sparire il lavoro di buona qualità, o persino il lavoro in generale. Per la maggior parte di loro questo non è stato neanche presentato come un’ipotesi, ma proprio come qualcosa di ormai assodato.

Ma questo postulato ha implicazioni reali per la discussione politica. Ad esempio, una gran parte dell’agitazione intorno alla necessità di un reddito di base universale proviene dalla convinzione che i posti di lavoro diventeranno sempre più scarsi, mentre l’apocalisse dei robot si impossessa dell’economia.

Mi sembra quindi utile sottolineare che, in questo caso, quello di cui tutti sono convinti non è vero. Fare previsioni è difficile, soprattutto per il futuro, e forse i robot arriveranno davvero a toglierci tutti i nostri lavori prima o poi. Ma l’automazione non rappresenta una parte importante nella storia di quello che è successo ai lavoratori americani negli ultimi 40 anni.

Abbiamo un grosso problema, certo: ma questo ha molto poco a che fare con la tecnologia e molto a che fare con la politica e il potere.

Andiamo indietro per un minuto e chiediamoci: che cos’è un robot, in fin dei conti? Chiaramente, non deve essere qualcosa che assomiglia a C-3PO (il robot D-3B0 nella versione italiana di Guerre Stellari, ndt), o che va in giro su ruote dicendo “Sterminare! Sterminare!”. Dal punto di vista economico, un robot è tutto ciò che usa la tecnologia per fare un lavoro precedentemente svolto dagli esseri umani.

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E i robot in questo senso hanno letteralmente trasformato la nostra economia, per secoli. David Ricardo, uno dei padri fondatori dell’economia, ha scritto sugli effetti dirompenti delle macchine nel 1821!

In questi giorni, quando le persone parlano dell’apocalisse dei robot, di solito non pensano a cose come lo scavo nelle miniere o la rimozione delle montagne. Eppure queste tecnologie hanno completamente trasformato il processo dell’estrazione del carbone: la produzione di carbone è quasi raddoppiata tra il 1950 e il 2000 (ha iniziato a scendere solo pochi anni fa), e tuttavia il numero di minatori di carbone è passato da 470.000 a meno di 80.000.

Oppure consideriamo l’introduzione dell’uso di container per il trasporto delle merci. Gli scaricatori di porto un tempo erano una parte importante della scena nelle principali città portuali. Ma mentre il commercio globale è aumentato vertiginosamente dagli anni ’70, la quota di lavoratori statunitensi impegnati nella “movimentazione delle merci marine ” è diminuita di due terzi.

Gli effetti dirompenti della tecnologia sul lavoro, quindi, non sono un fenomeno nuovo. Ma almeno, stanno accelerando? Secondo i dati, no. Se davvero i robot stessero sostituendo i lavoratori in massa, ci aspetteremmo di vedere un’esplosione della quantità di materiale prodotto da ciascun lavoratore rimasto – ovvero della produttività del lavoro. E invece, la produttività è cresciuta molto più rapidamente dalla metà degli anni ’90 alla metà degli anni 2000, rispetto a quanto non sia avvenuto successivamente.

Quindi il cambiamento tecnologico è una vecchia storia. Quello che è nuovo è il fallimento dei lavoratori nel condividere i frutti di questo cambiamento tecnologico.

Non sto dicendo che affrontare il cambiamento sia sempre stato facile. Il declino dell’occupazione nelle miniere di carbone ha avuto effetti devastanti su molte famiglie, e gran parte di quella che una volta era l’area carbonifera non si è mai ripresa. La perdita di posti di lavoro manuali nelle città portuali ha sicuramente contribuito alla crisi sociale urbana degli anni ’70 e ’80.

Ma mentre ci sono sempre state vittime del progresso tecnologico, fino agli anni ’70 l’aumento della produttività si è tradotto in salari crescenti per la grande maggioranza dei lavoratori. In seguito, questa relazione è stata interrotta. E non sono stati i robot a farlo.

Quale ne è stata la causa? C’è un consenso crescente, sebbene non totale, tra gli economisti, sul fatto che un fattore chiave nella stagnazione dei salari sia stato il declino del potere contrattuale dei lavoratori – un declino le cui radici sono in definitiva politiche.

La prova più evidente è data dal salario minimo federale, calcolato tenendo conto dell’inflazione, che è diminuito di un terzo nell’ultimo mezzo secolo, mentre la produttività dei lavoratori è aumentata del 150%. Questa divergenza è – in modo chiaro e semplice – legata alla politica.

Il declino dei sindacati, che coprivano un quarto dei lavoratori del settore privato nel 1973, ma solo il 6 per cento oggi, potrebbe non essere altrettanto evidentemente legato alla politica. Ma altri paesi non hanno visto lo stesso tipo di declino. Il Canada oggi è sindacalizzato quanto gli Stati Uniti nel 1973; nelle nazioni nordiche i sindacati coprono i due terzi della forza lavoro. Ciò che ha rappresentato l’eccezionalità dell’America è stato un ambiente politico profondamente ostile alla sindacalizzazione dei lavoratori e favorevole nei confronti dei datori di lavoro che distruggevano i sindacati.

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E il declino dei sindacati ha fatto un’enorme differenza. Si consideri il caso del trasporto su gomma, che un tempo era un buon lavoro, ma ora paga un terzo in meno rispetto agli anni ’70, con condizioni di lavoro terribili. Che cosa ha fatto la differenza? La de-sindacalizzazione ha avuto un ruolo notevole nella vicenda.

E questi fattori facilmente quantificabili sono solo indicatori di un atteggiamento contrario ai lavoratori persistente e trasversale nella nostra politica.

Il che mi riporta alla domanda: perché stiamo parlando così tanto di robot? La risposta, direi, è che si tratta di una tattica diversiva – un modo per evitare di affrontare il modo in cui il nostro sistema è truccato a danno dei lavoratori, così come parlare di un ” gap delle competenze ” è stato un modo per distogliere l’attenzione dalle cattive politiche che hanno tenuto alta la disoccupazione.

E i progressisti, soprattutto, non dovrebbero cadere in questo facile fatalismo. I lavoratori americani possono e devono ottenere condizioni molto migliori di quelle che ottengono oggi. E di quello che non ottengono, la colpa non è dei nostri robot, ma dei nostri leader politici

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