Ciò che molti non capiscono è il cuore della crisi europea: è per questo che molti non hanno votato

Ho letto alcuni commenti sui social di persone che dicono che l’avanzata della Lega non serve a nulla perché comunque i seggi in Parlamento saranno pochi, forse 22. Così pure gli altri ‘sovranisti’ in Europa. Pochi per imporre la propria volontà nell’istituzione, a Bruxelles. Dicono che i partiti vincitori saranno ancora le grandi coalizioni socialista e liberale e che i cittadini europei hanno scelto così. Ovviamente io non la penso così. Per me ogni cambiamento parte da una domanda. E credo che la percezione di un pericolo abbia indotto molti italiani a votare: sono molti infatti che – pur ritenendo positiva una Europa che unita affronti le sfide che la storia gli riserva – non si riconoscono in questa Europa anticristiana.

Infatti, il risultato elettorale nel nostro paese indica che milioni di italiani hanno appoggiato un giudizio critico che desidera migliorare e riformare le istituzioni europee, e questo è un fatto positivo. Significa che esiste  la coscienza che la strada intrapresa – da questa Europa così com’è – è sbagliata, e che i tempi di confusione e difficoltà in cui ci troviamo, siano spesso voluti ed imposti da una precisa ideologia politica, la cosiddetta ideologia delle élite.

In altri termini, è fuori di ogni dubbio che le coalizioni vincenti saranno quella liberale e quella socialista, ma nello stesso tempo, è sotto gli occhi di tutti che l’Europa attuale non è né liberale , né socialista, tanto meno cristiana. Allora vediamo come ripartire, se è questa l’esigenza. In linea con queste considerazioni, l’utile articolo dell’European Conservative che segue (proposto sul blog di Sabino Paciolla), approfondisce le ragioni del compito che chiede la situazione attuale ed indica una ipotesi da intraprendere:  è necessario però innanzitutto ripartire da una maggiore chiarezza di ciò che accade, dopo l’opera di demolizione che da anni avviene nel nostro paese.

patrizio ricci @vietatoparlare

Verso un futuro “esperialista” per l’Europa

La profonda crisi in cui si trova l’Europa non è stata imposta dall’esterno. Viene dall’interno. Stiamo finalmente vivendo le conseguenze di un pericolo che Robert Schuman, uno dei “padri fondatori” dell’UE, ha avvertito più di mezzo secolo fa – e cioè che un’Europa unificata non deve rimanere solo un’impresa economica e tecnocratica: “Ha bisogno di un’anima, di una consapevolezza delle sue radici storiche e dei suoi obblighi presenti e futuri”.

Senza un’identità comune, nessuna solidarietà europea è possibile in tempi difficili come i nostri di oggi; tale identità, tuttavia, deve basarsi non solo sull’idea di “diritti umani universali”, ma deve anche tener conto di ciò che l’Europa e gli europei hanno in comune: una visione occidentale dell’uomo profondamente radicata nella tradizione e nella storia.

Se un tale sforzo dovesse fallire, ci sono solo due possibilità: ricadere negli Stati nazionali, che saranno poi in balia di potenze come la Cina, la Russia, il mondo musulmano o gli Stati Uniti, o scendere ulteriormente in un centralismo burocratico e senza anima.  Sono due rischi di cui Schuman aveva già avvertito quando scriveva: “La democrazia [europea] sarà cristiana, o non lo sarà. Una democrazia anticristiana è destinata a diventare una caricatura che si disintegra in tirannia o in anarchia”.

Come potrebbe essere progettata un’Europa così alternativa e tradizionalista – un’”utopia” per la quale vorrei coniare il termine “Esperialismo” in riferimento al termine greco per la parte più occidentale del mondo? E come potrebbe apparire un giorno?

E’ stato un errore fondamentale giustificare l’esistenza della Comunità Europea come frutto dell’idea dei “Padri Fondatori” e lasciare che il suo sviluppo fosse guidato dal “Méthode Monnet”. Questo meccanismo profondamente disonesto derivava dall’approfondimento dell’integrazione non dal consenso del popolo, ma piuttosto da necessità burocratiche create deliberatamente.

Il modello di un’Europa unita avrebbe dovuto invece ispirarsi a quei secoli di storia occidentale quando il continente era già unificato da uno Stato, il Sacrum Imperium: il Sacro Romano Impero. Con frontiere esterne ben difese e interiormente pacifiche, per quasi un millennio questa entità ha tenuto insieme in territori armoniosi e diversificati che si estendevano dalla Francia alla Polonia e dalla Danimarca all’Italia. Fu una storia di successo che ispirò anche altri grandi imperi multietnici – come il potente Regno Polacco-Lituano – e che si basava su principi fondamentali che ci potrebbero essere utili anche oggi.

Mentre gli stati costituenti del Sacro Romano Impero godevano della massima autonomia e i loro interessi erano rappresentati nelle normali Diete Imperiali, era il ‘Capo di Stato’ (determinato dal voto) che assicurava la difesa militare esterna dell’Impero, nonché la risoluzione interna delle controversie. Egli garantiva anche un insieme minimo di norme, necessarie per la prosperità economica e culturale.

Con una durata di quasi 1.000 anni, il Sacrum Imperium fu certamente una delle istituzioni politiche di maggior successo nella storia europea. Ancora oggi, quando molte delle previsioni di George Orwell si sono realizzate, la diversità interiore di questo impero, così spesso disapprovata dagli studiosi nazionalisti del XIX secolo, rischia di apparire come un baluardo di libertà.  Infatti, la diversità interna dell’Impero ha agito come garante della libertà e dell’umanità. Secondo le parole di Karl Theodor von Dalberg, arcicancelliere del Sacro Romano Impero, era l’equivalente di “un edificio gotico permanente che forse non è costruito secondo tutte le regole dell’architettura, ma in cui si vive al sicuro”.

Un’Europa alternativa sostituirebbe quindi l’attuale processo di unificazione incontrollata con una costituzione unica e definitiva. Questo nuovo ordine politico sarebbe caratterizzato da una riforma fondamentale del sistema di rappresentanza parlamentare, in cui il Parlamento europeo fungerebbe da camera bassa, mentre il Consiglio europeo rappresenterebbe la camera alta. Insieme eserciterebbero la piena sovranità legislativa e di bilancio su quei settori in cui le competenze dell’Unione europea sarebbero saldamente circoscritte.

Nel rispetto delle quote nazionali, tale assemblea nominerebbe un certo numero di segretari di Stato che sostituirebbero la Commissione europea, che verrebbe sciolta. Essi svolgerebbero i compiti necessari per il mantenimento della sicurezza interna ed esterna del continente: il mantenimento di una forza di difesa comune, l’organizzazione di un servizio di polizia sovranazionale per la protezione delle frontiere esterne, lo sviluppo di progetti infrastrutturali chiave, l’armonizzazione dei sistemi giuridici, l’accesso alle risorse strategiche, l’attuazione di progetti comuni di ricerca e l’amministrazione delle relative finanze.

Solo la politica estera, e la presidenza di un comitato permanente di arbitrato per le controversie tra gli Stati membri, dovrebbero essere affidate ad un presidente eletto da tutti i cittadini europei che, come il vecchio capo del Sacrum Imperium, dovrebbero rappresentare l’Europa unita, sia all’interno che all’esterno.

Più importante di una nuova struttura istituzionale, tuttavia, sarebbe lo spirito che dovrebbe animare e ispirare la vita politica, i cui valori fondamentali dovrebbero essere sanciti in una nuova costituzione per contribuire a definire i principi giuridici con cui la Corte di giustizia europea potrebbe svolgere il suo lavoro.

Questi valori non dovrebbero includere solo i diritti umani universali, ma dovrebbero anche servire a sancire nel diritto la visione del mondo e gli ideali umani del passato millenario del mondo occidentale. Dopo tutto, la nascita dell’Europa non è avvenuta nel 1789 o addirittura nel 1945, ma risale al passato più profondo – o, per usare le parole di Paul Valéry: “ogni popolo e ogni terra che è stata successivamente romanizzata, cristianizzata e sottomessa, per quanto riguarda lo spirito, alla disciplina dei greci, è assolutamente europea”. Questo è il Leitkultur da coltivare e difendere; questi sono i valori che dobbiamo proteggere.

L’Europa è molto più della semplice somma delle persone che attualmente vivono nelle nostre terre. Deve rimanere fedele all’eredità dei suoi antenati assicurando un rapporto positivo con la tradizione classica e cristiana, proteggendo l’ideale occidentale della famiglia e favorendo un sano orgoglio per l’unicità della propria ricca eredità. Se deve esserci l’obbligo morale di affrontare i crimini della propria storia – anche generazioni dopo gli eventi – allora c’è anche il dovere di commemorare le grandi conquiste e i grandi risultati della nostra civiltà.

Solo se questo riconoscimento darà forma all’intero spirito europeo sarà possibile arrestare l’attuale disintegrazione, che deriva essenzialmente dal fatto che in ogni ambito della vita c’è quasi un’incapacità metafisica di distinguere tra regola ed eccezione. Così, in nome di una diversità fraintesa, strumentalizzando le nozioni di tolleranza e di uguaglianza, anche le deviazioni più aberranti da norme culturali travolgenti vengono sistematicamente promosse, alimentate e persino idealizzate come norme a sé stanti.  Questa è una tendenza che non porta ad una maggiore coerenza e compromesso, ma, tragicamente, ad una crescente frammentazione della nostra società – e quindi, prima o poi, potrebbe portare a crisi e violenza.

E’ già troppo tardi per un ritorno “Esperialista” alle nostre tradizioni occidentali? L’Europa, come molte società nel corso della storia umana, ha bisogno innanzitutto di un periodo di caos per potersi ricordare ciò che conta davvero e ricordare i suoi valori fondamentali?

Purtroppo, questo non è del tutto improbabile. Eppure, anche la prospettiva di vedere l’Occidente travolto dall’insicurezza, dal caos e forse anche dalla violenza non deve esimerci dal dovere di lavorare sull’Europa e di cominciare già a pensare ad un modello politico – anche se solo come idea utopica – che possa evitare il “doppio pericolo” del centralismo e del nazionalismo. Tale modello potrebbe finalmente aiutare l’Europa a trovare quella forza interiore, di cui ha bisogno per affrontare le varie sfide che sono sorte – non solo dall’esterno, sotto forma di concorrenti internazionali, ma anche dall’interno, sotto forma di molteplici problemi interni (come il degrado morale e la crescente minaccia delle società parallele che vivono in mezzo a noi).

E’ irrealistico sperare in un tale futuro per l’Europa? Per quest’anno elettorale nel 2019 – questa settimana – probabilmente sì. Ma una volta che una nuova crisi economica fosse arrivata e avesse creato le “condizioni greche” in altri stati europei, una volta che l’insoddisfazione dei cittadini con le loro élite avesse generato una resistenza massiccia che andasse oltre il movimento francese gilet jaunes (giubbotto giallo), una volta che il terrorismo politico e religioso avesse sconvolto ciò che resta della solidarietà sociale, e una volta che la lotta tra i cartelli dei partiti “politicamente corretti” e i movimenti populisti avesse completamente paralizzato le istituzioni nazionali ed europee – allora, come suggerisce l’esperienza storica, basterebbe un piccolo innesco per trasformare questo caos in un nuovo ordine.

Fonte: The European Conservative

 

David Engels è presidente di Storia Romana presso l’Université Libre de Bruxelles e analista senior presso l’Instytut Zachodni di Poznań. Il suo libro del 2013, Le déclin (Parigi: L’artilleur) ha paragonato la crisi dell’Unione Europea al declino della Repubblica Romana. Recentemente ha curato la collezione, Renovatio Europae (Berlino: MSC Verlagsbuchhandlung, 2019), un manifesto per una riforma conservatrice dell’Unione Europea.

L’articolo Andiamo al cuore della crisi di identità dell’Europa! proviene da Il blog di Sabino Paciolla che ne ha curato la traduzione

Source link