La scienza economica come ideologia per la legittimazione del mercantilismo

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Come sia possibile utilizzare la “scienza economica” per legittimare l’ideologia mercantilista e gli interessi degli esportatori tedeschi lo fornisce il recente esempio del Consiglio consultivo incaricato dal Ministero dell’economia di Berlino. Per Michael Wendl, economista, sindacalista e politico della SPD, l’obiettivo del comitato di studiosi incaricato dal governo tedesco probabilmente era proprio quello di dare un supporto scientifico ai tradizionali argomenti mercantilisti. Ne scrive un ottimo Michael Wendl su Blickpunkt-Wiso
La  legittima critica al surplus commerciale estero tedesco continua a essere sminuita da piu’ parti. Un esempio particolarmente discutibile è stato recentemente fornito dal Consiglio Consultivo del Ministero Federale dell’Economia.
A fine marzo è stato pubblicato un rapporto del Consiglio scientifico del Ministero Federale dell’Economia (BMWi), con il quale i membri del Consiglio consultivo si sono espressi in merito alle elevate (e croniche) eccedenze commerciali tedesche. La critica di Donald Trump al surplus commerciale estero tedesco verso gli Stati Uniti è ben nota, ma oltre a Trump anche l’OCSE, il Fondo Monetario Internazionale, i politici di altri paesi della zona euro, alcuni economisti di fama internazionale e non da ultimo la Commissione europea si sono espressi in maniera critica sui permanenti eccessi di conto corrente tedeschi. L’UE  inoltre ha formulato una norma di stabilità intesa a garantire che le eccedenze delle partite correnti nazionali non superino il 6 % del PIL. Sebbene le eccedenze tedesche negli ultimi anni siano sempre state tra il 7,2 e l’8,6 % del PIL, la Commissione europea non ha osato avviare le misure concordate.
La reazione del governo federale tedesco e della maggior parte degli economisti su questo tema è stata quella di sostenere che la forte domanda di esportazioni tedesche è un segno dell’elevata qualità della produzione tedesca e di un’elevata competitività, e quindi va oltre la responsabilità della politica. I critici ovviamente non sono così ingenui da accontentarsi solo di ciò – e forse questo è proprio il motivo per cui il Comitato di esperti economici ha dovuto ribadire il concetto “dal punto di vista scientifico”. A tal fine di è formato un comitato consultivo di economisti che ideologicamente può essere attribuito in maniera prevalente all’Ordoliberalismo tedesco.
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Comanda il conto capitale o il saldo commerciale?
Il comitato consultivo, per giustificare le eccedenze di conto corrente tedesche, presenta due argomenti. Il primo è l’argomento secondo il quale una società che invecchia (come quella tedesca) deve accumulare grandi risparmi per potersi fare carico in futuro di un’alta percentuale di persone non occupate. L’esportazione dei risparmi tedeschi sarebbe quindi un’assicurazione per il futuro. La tesi secondo cui una società che invecchia tende a risparmiare e che i risparmi spingono verso l’esportazione di capitali ha due precondizioni. In primo luogo, che il saldo del conto capitale venga prima del conto corrente, e che la bilancia commerciale ne segua i risultati. Questa era la visione dell’economista austriaco Eugen von Böhm-Bawerk (1914), il quale ancora oggi ha molti seguaci. Sotto la condizione che l’oro rappresenti la moneta mondiale, questa tesi potrebbe essere ancora valida.
Oggi tuttavia le importazioni sono finanziate dalla creazione di moneta e credito senza alcuna copertura aurea. In questo senso ad essere un problema non è il fatto che i risparmi delle famiglie e delle imprese statunitensi siano relativamente bassi. I risparmi (il conto capitale) equivalgono agli acquisti e agli investimenti (partite correnti) solo nell’ideologia neoclassica, ma non nella realtà economica. La bilancia commerciale è la dimensione piu’ rilevante, ed è seguita dal conto capitale. In secondo luogo, la teoria dell’esportazione di capitali presuppone che le banche siano solo intermediari di denaro, che raccolgano risparmi ed accordino dei prestiti. Nella realtà invece creano denaro dal nulla – e i loro prestiti finanziano gli investimenti, che a loro volta generano reddito e risparmi. Questa è stata una scoperta chiave di Keynes nella sua critica alla dottrina classica, la quale ipotizzava che i risparmi servivano semplicemente a finanziare gli investimenti. Entrambi i presupposti della tesi secondo cui, una società che invecchia tende a risparmiare di piu’, e che i risparmi spingono all’esportazione di capitali non sono quindi veri.
Il secondo argomento per giustificare l’avanzo delle partite correnti tedesche è quello secondo il quale la liberalizzazione del mercato del lavoro e la conseguente riduzione del costo del lavoro sarebbero state la correzione necessaria dopo un eccessivo apprezzamento del Marco causato dalla riunificazione tedesca e quindi solo un riflesso necessario di uno sviluppo errato. Questa tesi è falsa, perché anche nel periodo immediatamente successivo alla riunificazione c’era stato un surplus commerciale significativo e pertanto non vi è alcuna ragione per parlare di una sopravvalutazione del Marco.
La fase di moderazione salariale generale in Germania inizia nel 1996. La stessa liberalizzazione del mercato del lavoro è responsabile dell’espansione del settore a basso reddito, ma non per la crescente competitività internazionale delle aziende tedesche. L’avanzo corrente elevato si fonda su una debole domanda interna, in quanto la moderazione salariale e la deflazione hanno funzionato doppiamente: in primo luogo, come un vantaggio competitivo aggiuntivo grazie all’effettiva diminuzione del costo unitario del lavoro, in secondo luogo, come indebolimento della domanda interna. Per questa ragione l’inflazione tedesca è rimasta piu’ bassa rispetto a quella dei paesi importatori, fatto che si è tradotto in una vera e propria svalutazione reale dei prodotti tedeschi – che di fatto sono diventati più economici rispetto ai prodotti degli altri paesi.
Il ruolo della tassa sul valore aggiunto
L’importo delle imposte sulle vendite o dell’IVA incide sul saldo della bilancia commerciale, in quanto questa imposta deve essere pagata sulle importazioni verso la Germania, ma non viene pagata sulle esportazioni tedesche. A tale riguardo il Consiglio consultivo esamina l’effetto di una possibile riduzione dell’IVA sulla bilancia commerciale. Attraverso la riduzione dell’IVA dal 19 % al 16 % e al ripianamento delle relativa riduzione delle entrate fiscali mediante un aumento delle imposte sul reddito, le importazioni verso la Germania diverrebbero più convenienti, e in tal modo si ridurrebbe lo squilibrio fra esportazioni e importazioni. Il Consiglio pertanto suggerisce implicitamente che con l’aumento dell’IVA del 2007 e con la contemporanea riduzione dei contributi per l’assicurazione contro la disoccupazione si è verificata una correzione politica delle ragioni di scambio in favore dell’export tedesco. Il Consiglio tuttavia respinge tali misure in quanto ritiene che maggiori imposte sul reddito limiterebbero l’offerta della manodopera più produttiva e allo stesso tempo smorzerebbero la domanda di lavoro di manodopera poco qualificata. Non è chiaro tuttavia se il governo con l’aumento dell’IVA del 2007 abbia intenzionalmente mirato ad influenzare politicamente un aumento dell’eccedenza delle partite correnti. Se così fosse, allora sarebbe vero il contrario.
Il rifiuto del comitato consultivo non è supportato da argomenti; resta un segreto come possano aver definito la produttività dei singoli lavoratori. La loro tesi si basa sul dogma secondo il quale il livello dei salari equivale alla produttività dei lavoratori. Questa produttività tuttavia non può essere misurata empiricamente in un’economia basata sulla divisione del lavoro. A tale proposito la riflessione del Consiglio consultivo finalizzata alla riduzione dell’IVA e all’aumento della progressività dell’imposta sul reddito è una proposta sensata. Combinare tutto ciò con un aumento dei contributi previdenziali aumenterebbe il costo del lavoro, che a sua volta ridurrebbe il surplus delle partite correnti. Anche qui è chiaro che il Consiglio consultivo in realtà non vuole una riduzione di queste eccedenze. Viene respinto anche il rafforzamento della domanda interna da operare attraverso la spesa pubblica espansiva in quanto il moltiplicatore della spesa del governo sarebbe inferiore rispetto al moltiplicatore fiscale, il che significa che i tagli fiscali avrebbero effetti di crescita più elevati rispetto agli aumenti della spesa pubblica. Qui il comitato consultivo fa riferimento alla “letteratura più recente” del 2009 (!), sebbene calcoli più recenti (ad esempio di Olivier Blanchard) sulla effettiva dimensione del moltiplicatore della spesa pubblica e la conseguente discussione che ne è nata abbiano portato a risultati opposti.
Effetti della politica salariale
Sulla questione della politica salariale il Consiglio consultivo ha discusso gli effetti dell’aumento del livello dei salari nel settore pubblico, il quale verrebbe immediatamente seguito da un aumento dei salari nel settore privato. Ciò è tuttavia irritante in quanto nella politica di contrattazione collettiva tedesca, la gestione delle tariffe, degli stipendi e l’orario di lavoro nel settore delle esportazioni è in mano alla IG Metall. Invertire questo rapporto di forza non è realistico, dato il potere di sciopero esistente nei vari settori dell’economia. Ciò dimostra anche che il Consiglio consultivo non comprende la politica contrattuale tedesca e le sue particolarità. Il Consiglio consultivo, inoltre, rifiuta anche di riconoscere il fatto che un aumento degli stipendi sarebbe un mezzo per la riduzione degli avanzi delle partite correnti. Senza dubbio salari più elevati comporterebbero un apprezzamento del basso tasso di cambio reale tedesco, ma allo stesso tempo vi sarebbero effetti recessivi nell’economia che ridurrebbero la domanda di importazioni mettendo a repentaglio l’occupazione. Su questa base teorica pertanto è anche logico che il Consiglio non discuta di un aumento del salario minimo legale. Per loro l’aumento dei salari in genere è una minaccia per l’economia tedesca e porta alla recessione.
Il Consiglio consultivo inoltre non si preoccupa di confrontarsi con le eccedenze finanziarie nette delle società tedesche non finanziarie e di riequilibrare l’economia secondo le eccedenze e i disavanzi dei diversi settori.
Poiché in un’economia ogni credito è sempre accompagnato da una passività dello stesso importo, il saldo di tutte le attività e delle passività in un’economia è sempre pari a zero. Questi crediti e queste passività sono distribuiti in maniera non uniforme fra i diversi settori economici. In Germania, le famiglie, le aziende e il settore pubblico hanno accumulato dei crediti riducendo i corrispondenti debiti. Il surplus del commercio estero resterà tale finché i saldi dei tre settori nazionali nel loro complesso resteranno positivi. Probabilmente non vogliono capire una tale analisi macroeconomica, perché questa contraddice con i loro dogmi ordoliberali.
Conclusione
Che gli elevati e permanenti surplus commerciali e di conto corrente con l’estero costituiscano per la zona euro un rischio significativo e che per i partner commerciali implichino degli svantaggi permanenti, in quanto questi paesi resteranno cronicamente indebitati, e che la strategia dell’export tedesco spinga ad una de-industrializzazione di questi paesi, per il comitato consultivo apparentemente non è un problema. Vengono discusse anche alcune proposte molto sensate per ridurre queste eccedenze, ma vengono tutte rifiutate in maniera più o meno decisa. Ciò dimostra che il Consiglio stesso ha cercato di supportare le argomentazioni in favore del mercantilismo tedesco. Il rapporto, pertanto, aveva la funzione principale di respingere le critiche provenienti dall’estero e dalle istituzioni economiche di fama internazionale.

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