Fan Page – Inchiesta Angeli e Demoni, cos’è successo ai bimbi “strappati” di Bibbiano/ Prima puntata

Nuovi dettagli dalle carte dell’inchiesta di Bibbiano, comune di 10mila abitanti in provincia di Reggio Emilia, al centro di una tempesta giudiziaria per i casi di affidi illeciti di bambini strappati alle loro famiglie per motivi inventati e a scopo di lucro. Fanpage pubblica la prima puntata sulle carte dell’inchiesta “Angeli e Demoni” che ha scosso l’Italia svelando nuovi particolari: dai racconti degli assistenti precari costretti a rimanere in silenzio, alle violenze subite dagli stessi indagati. “Tutti lo sapevamo, ma qualsiasi tentativo da parte nostra di riferire che non vi erano ipotesi di abuso, veniva tacciato per negazionismo” racconta una di loro. Nell’ordinanza si legge anche che “tutti gli indagati per lesioni personali hanno avuto esperienze traumatiche nell’infanzia”.

BIBBIANO (REGGIO EMILIA) – Si chiama “Angeli e Demoni” l’inchiesta sui bambini strappati senza motivo alle famiglie di Bibbiano, comune di 10mila abitanti in provincia di Reggio Emilia, che ha scosso profondamente l’opinione pubblica italiana. Storie di affidi illeciti basati su relazioni false per togliere i bambini ai genitori, spesso in contesti familiari difficili, e collocarli in affido retribuito ad amici e conoscenti, presunte pressioni sui piccoli affinché raccontassero di abusi mai subiti, assistenti sociali precarie costretti ad assecondare le richieste dei superiori per paura di ritorsioni lavorative e soldi pubblici che sarebbero stati utilizzati per favorire le strutture private finite al centro delle indagini. Insomma un vero film dell’orrore, con particolari raccapriccianti. Il quadro della vicenda che dalla provincia di Reggio Emilia ha sconvolto l’intero Paese è un insieme di particolari incredibili e choccanti riportati nelle 277 pagine dell’ordinanza firmata da Gip Luca Ramponi, con 27 persone indagate. Tra i reati contestati, frode processuale, depistaggio, abuso d’ufficio, maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione e peculato d’uso. Sedici le misure cautelari nei loro confronti, sei le persone finite agli arresti domiciliari.

Gli indagati

Fra loro, ci sono Francesco Monopoli e Federica Anghinolfi, rispettivamente assistente sociale e dirigente dei servizi sociali dell’Unione Val D’Enza (sette piccoli comuni del Reggiano uniti dal 2008 sotto un’unica amministrazione), ritenuti veri e propri “deus ex machina del corso assunto dalla gestione dei casi di presunti abusi sui minori”. Poi ci sono Claudio Foti, direttore scientifico della onlus torinese Hansel e Gretel (specializzata in abusi su minori e affidatario dei servizi di psicoterapia per l’Unione Val d’Enza), e la sua compagna Nadia Bolognini, psicoterapeuta. Quest’ultimi sono definiti dall’ordinanza dei giudici il “faro” di un metodo contrario ad ogni deontologia, usato per ottenere dai bambini le informazioni necessarie all’allontanamento. Successivamente a Claudio Foti, il tribunale del Riesame di Bologna, ha revocato gli arresti domiciliari convertendoli in obbligo di dimora nel Comune di Pinerolo (Torino).

Tra gli indagati ci sono inoltre Imelda Bonaretti e Matteo Mossini, psicologi dell’Ausl di Reggio Emilia, per i quali è scattato il divieto di sei mesi ad esercitare l’attività (lo stesso vale per Monopoli e Anghinolfi). Stessa misura anche per Nadia Campani (responsabile ufficio di piano Unione Val d’Enza) Barbara Canei (servizio sociale Unione Val d’Enza), Sara Gibertini, Annalisa Scalabrini e Cinzia Magnarelli (assistenti sociali), Maria Vittoria Masdea (educatrice) e Sarah Testa di Torino (psicoterapeuta di Hansel e Gretel). Divieto di avvicinamento a un minore loro affidato per Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni di Reggio e, ancora, otto persone indagate a piede libero con l’accusa di aver collaborato al sistema che coinvolgeva fra psicologi, assistenti, avvocati, neuropsichiatri e affidatari. E poi c’è Andrea Carletti, sindaco di Bibbiano e assessore ai servizi sociale dell’Unione Val D’Enza, per il quale il Gip ha confermato recentemente i domiciliari. È un esponente del Partito Democratico, dal quale si è nel frattempo autosospeso. Alla lista, inoltre, si aggiungono anche gli ex sindaci di Montecchio, Paolo Colli, e di Cavriago, Paolo Burani, anche loro del Pd.

Il “sistema” Bibbiano

Il “modus operandi” era questo: durante gli incontri con i minori si faceva di tutto per insinuare in loro una verità affatto comprovata con certezza (anzi, quasi sempre smentita da esami ginecologici o da richieste di archiviazione in seguito a segnalazioni in procura), attraverso il “costante e sistematico condizionamento” dei piccoli e l’esasperazione di racconti che non necessariamente potevano essere ricollegati ad abusi in famiglia, ma piuttosto a un particolare momento emotivo dovuto ad esempio alla separazione fra i genitori o a disturbi di altro genere. La complessità di accertare la verità è evidenziata dallo stesso pubblico ministero il quale afferma che è difficile “oggi del tutto o quasi impossibile, una volta scoperte le falsificazioni e le frodi, il raggiungimento di una assestata verità processuale”.

Fra i casi finiti nella lente degli investigatori (che si riservano approfondimenti anche su altri bambini) ci sono infatti anche piccoli con problemi di apprendimento, dislessia o semplicemente insicurezza. Ma anche due fratellini, figli di cittadini africani che, considerate le difficoltà con la lingua italiana dei genitori (e il fatto che la mamma fosse seguita dal centro di salute mentale di Reggio Emilia), venivano allontanati con estrema facilità. Oppure poteva bastare che un bimbo di otto anni, appena arrivato nello studio di Bolognini, si sentisse dire in moto pretenzioso “è una posizione un po’ strana” solo perché, per gioco, si è messo a testa in giù esclamando “ti vedo al contrario”. O ancora, potevano essere sufficienti le confidenze di un’adolescente che racconta di un rapporto sessuale col fidanzatino insistente “per paura che mi lasciasse” o della poca voglia di andare a trovare il padre separato perché, a lei e alla sorella, chiedeva di pulire casa, per giustificare violenze ed esperienze traumatiche.

Le carte false e il giro d’affari

Sebbene il sistema sarebbe stato in atto dal 2014 le indagini sono cominciate la scorsa estate grazie alla pm di Reggio Emilia Valentina Salvi, insospettita dalle troppe denunce fatte dai servizi sociali contro genitori accusati di essere violenti, facendo emergere documenti falsi e finte relazioni nelle quali si leggono dichiarazioni inventate dei bambini, con l’unico scopo di screditare i genitori e strappare loro i figli. Dalle carte emerge inoltre l’utilizzo di quella che veniva definita dagli operatori “macchinetta dei ricordi”, cioè uno strumento per impulsi elettrici da collegare a polsi e caviglie: “un apparecchio usato nell’ambito della psicoterapia EMDR che permette di mandare ai pazienti stimoli acustici e tattili”. Isabel Fernandez, presidente dell’Associazione EMDR Italia, ha spiegato l’utilizzo di questo apparecchio nato per curare il disturbo da stress post traumatico dei veterani del Vietnam e che ora “è usato con chi sopravvive a un terremoto o a tragedie come quella del ponte Morandi. Si basa su movimenti oculari destra-sinistra, gli stessi della fase Rem del sonno”.  Gli incontri tra le giovanissime vittime e gli psicologi avvenivano presso la sede de “La Cura”, i terapisti, secondo quanto riportato dai giudici, riuscivano tramite le loro prestazioni ad ottenere “l’ingiusto profitto, di 135 euro l’ora per ogni minore (a fronte del prezzo medio di mercato della medesima terapia di 60-70 euro l’ora), nonostante l’Asl di Reggio potesse farsi carico, mediante i propri professionisti. gratuitamente di questo servizio pubblico”. E questo, si legge ancora nell’ordinanza, “con pari danno per la pubblica amministrazione (Unione Comuni Val d’Enza e Asl Reggio Emilia, che compartecipava al 50% delle spese) ad oggi stimato in 200mila euro”. Non solo: la Anghinolfi è accusata, insieme al Sindaco Carletti, di aver affidato, ancor prima della inaugurazione de La Cura, avvenuta nel settembre 2016, uno spazio pubblico messo a disposizione dall’Unione, “in assenza di alcuna procedura ad evidenza pubblica, il servizio di psicoterapia dei minori in carico al servizio sociale della Val d’Enza, al centro studi Hansel e Gretel, firmando le determine relative”.

Gli abusi: esorcismi e lavaggi del cervello

Da quel momento, è stato un susseguirsi di minori arrivati negli uffici del servizio per altre ragioni e poi strappati via dalle famiglie dopo il “lavaggio del cervello” (e in un caso si parla addirittura di una sorta di “esorcismo” su una bambina presa in carico dai servizi per problemi economici della famiglia e con scatti di rabbia), venendo poi affidati spesso a persone amiche della Anghinolfi. Ad esempio, c’è la una bambina affidata a Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, unite civilmente nel giugno del 2018. Come scrive il giudice per le indagini preliminari, “tra tutti i bimbi monitorati dalle indagini e dati in affido dai servizi sociali della Val d’Enza”, si tratta di quella “con meno problematiche e totalmente estranea a situazioni di abuso sessuale”. Eppure viene portata via e affidata alla Bassmaji, nonostante la compagna Daniela Bedogni, come sottolinea ancora il Gip, si dimostri “instabile”, al punto da sentirla in alcune intercettazioni ambientali alle prese con “urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d’improvviso a canti eucaristici”.
Non solo, in altre occasioni la stessa Bedogni è intercettata mentre tiene “interi colloqui con persone immaginarie” e “immagina situazioni inesistenti” mentre si trova da sola in auto. “Urla ininterrotte, bestemmie e veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci”. La sua instabilità ha ripercussioni anche sulla piccola, che una volta viene persino “sbattuta fuori dall’auto” della Bedogni “sotto la pioggia battente”, mentre le grida: “Porca puttana vai da sola a piedi… Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più scendi! Scendi!”. Non solo: le due affidatarie, dice l’ordinanza, imponevano alla piccola “un orientamento sessuale vietandole tassativamente i capelli sciolti”, ritenuti “appetibili per i maschi”. Questo atteggiamento il Gip definisce “ideologicamente e ossessivamente orientato”. E dalle intercettazioni emerge anche che le due instillavano nella piccola l’idea che il padre l’avesse abusata, la ingiuriavano con cattiveria gratuita e le vietavano l’utilizzo di internet.

Malgrado tutto questo, la coppia non solo ha comunque percepito il contributo previsto di 542 euro che poi veniva girato alla struttura per la terapia ma era anche riuscita ad ottenere il doppio. Ufficialmente perché c’era bisogno di una babysitter per la piccola, ma in realtà (considerando che anche altri genitori avevano chiesto più soldi senza mai ottenere nulla) l’ipotesi più accreditata che sia il frutto del rapporto particolare con la Anghinolfi. E non sarebbe l’unico caso di situazioni preferenziali. Anche un’altra amica della dirigente, con la quale ha avuto anni fa una relazione diventata poi rapporto “fraterno” fra le due (al punto da condividere il pagamento del mutuo di una casa a Montecchio) riceveva 200 euro al mese “dal servizio sociale integrato” per il mantenimento della ragazzina in affido, anche se il suo unico impegno consisteva “nel passare un paio d’ ore con la ragazza circa un paio di volte al mese per prendere un caffè insieme e fare una chiacchierata”.

Chi si ribellava era finito

“Loro tenevano in mente prevalentemente l’obiettivo ‘abuso sessuale’ e tutto ruotava attorno a tale obiettivo e su di esso ci veniva richiesto di orientare i nostri accertamenti, anche quando vi erano versioni alternative su cui lavorare e da approfondire” racconta una delle assistenti precarie costrette ad assecondare le richieste di Anghinolfi e Monopoli per fare in modo che dalle relazione emergesse ciò di cui c’era bisogno per l’allontanamento. “Tutti lo sapevamo” continua. “Non avrei mai osato indicare circostanza favorevoli ai genitori”. Negli uffici dei servizi sociali c’era la paura di ripercussioni. “Qualsiasi tentativo da parte nostra di riferire che non vi erano ipotesi di abuso veniva tacciato per negazionismo”. Non solo: chi provava a ribellasi veniva anche accusato di essere un “collaborazionista dei pedofili”. Qualcuno aveva persino chiesto il trasferimento per “difficoltà a lavorare in quel Servizio”, a conferma della spregiudicatezza degli indagati di maggior rilievo. Foti, che fra l’altro era anche lo psicoterapeuta di Anghinolfi, viene descritto nell’ordinanza come una persona dalla “personalità violenta e impositiva”, con “potenziale tasso di criminalità”, al punto da aver commesso anche maltrattamenti nei confronti della compagna Bolognini.

Gli stessi indagati vittime di abusi nell’infanzia

Ma in realtà, si legge nell’ordinanza, “è emerso da diverse dichiarazioni testimoniali e da informazioni assunte” che “pressoché tutti gli indagati per lesioni personali avessero avuto esperienze traumatiche nell’infanzia” simili a quelle attribuite ai minori. Ad esempio, Federica Anghinolfi, “oltre ad aver avuto un passato di dipendenza da alcol”, in un’intercettazione parla di uno stupro di gruppo subito quando era piccola, mentre Monopoli “risulta aver subito maltrattamenti da parte del padre”. E lo stesso vale per Foti e Bolognini. Un’altra, invece, “risulta aver gestito la situazione del figlio minorenne, vittima di un episodio di molestie verosimilmente di tipo sessuale in ambito scolastico”. La ricerca estenuante di confessioni per abusi sessuali nei minori è dovuta anche a questo?

Gli approfondimenti di Fanpage sul caso di Bibbiano continuano nella prossima puntata.

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