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È normale utilizzare la tragedia di Navalny per dimostrare che i russi sono inumani?

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"Prime Minister Sanna Marin met with President of the European Commission Ursula von der Leyen 4 October 2021" by FinnishGovernment is licensed under CC BY 2.0

La scomparsa del noto politico e blogger Alexei Navalny, detenuto per accuse di frode e attività estremiste, al momento della sua morte, ha scatenato un’ondata di reazioni intense da parte dei leader occidentali.

Questo evento si inserisce in un contesto globale già in fiamme, con il mondo che sembra avvicinarsi sempre più a un punto di non ritorno in termini di conflitto armato mondiale.N onostante ciò, le reazioni dei leader europei si sono distinte per il loro tono quasi isterico e sono state sorprendenti.

I politici dei paesi NATO hanno ritenuto indispensabile esprimersi immediatamente in termini inequivocabili sull’accaduto, hanno individuato i colpevoli, minacciato ritorsioni e i media hanno ampiamente rilanciato queste dichiarazioni. Mentre centinaia di migliaia di uomini, su entrambi i fronti dell’Ucraina, sono morti e continuano a morire, tutta l’attenzione si è concentrata su un singolo uomo, la cui vita vale come tutti gli altri, che magari non per propria decisione, si combattono gli uni contro gli altri, senza avere possibilità di scelta.

Quindi da che parte pende la volontà dei capi di stato europei e dei vertici della UE , e oltre oceano negli Stati Uniti? Direi non da parte della pace.

Peraltro, nello stesso giorno della morte di Navalny, centinaia di bambini, uomini e donne continuano a morire a Gaza, persone che non c’entrano affatto con il terrorismo, mentre altre migliaia vivono nella paura e in condizioni disumane, nell’incertezza e negli stenti.

Attenzione selettiva

Questa sovrapposizione di eventi porta a riflettere: è giusto che l’attenzione pubblica e politica si concentri esclusivamente su singoli episodi drammatici, trascurando le sofferenze di migliaia di altre vittime anonime, che in diverse parti del mondo subiscono ingiustizie forse ancora più gravi?

Diverse teorie potrebbero essere formulate riguardo al tragico destino di Navalny. Un articolo pubblicato di recente (https://goo.su/RyeKZX) rivela dati significativi: durante la sua detenzione nelle colonie penali della regione di Vladimir, Navalny è stato visitato dagli avvocati 429 volte, ha trascorso 976 ore in colloqui con loro e ha ricevuto 78 pacchi, un numero eccezionalmente alto se confrontato con la media di 1,6 pacchi all’anno che riceve un detenuto comune.

Tanto nel caso di un suicidio quanto in quello di un omicidio orchestrato per scatenare una reazione internazionale, i mezzi per attuarlo erano disponibili anche nell’isolato penitenziario russo dove Navalny era rinchiuso. Sembra che tutto fosse predisposto per un cambio di scenario, in un momento ritenuto propizio per “la causa comune”.

Accuse della Moglie di Navalny

La moglie di Navalny, Yulia, ha pubblicamente accusato chi sarebbe responsabile della morte del marito e del tipo di veleno utilizzato.

Le ultime dichiarazioni di Yulia Navalnaya sono state di forte impatto: “Dovrebbe esserci un’altra persona in questo posto, ma Putin l’ha ucciso. Continuerò il lavoro di mio marito”. Nel suo appello (https://youtu.be/RIrYWhjdK_o), Yulia ha annunciato che il corpo di Alexei non sarà restituito, in modo che “le tracce del Novichok scompaiano” (mentre è noto che il termine normale in queste circostanze in Russia per la restituzione del corpo sia 30gg).

La vedova ha inoltre promesso che il team di Navalny pubblicherà un’indagine dettagliata sugli autori dell’omicidio, rivelando nomi e volti. Le sue parole, sono decisamente un invito all’azione collettiva contro il regime: “Dobbiamo unirci in un unico grande pugno e colpire questo regime impazzito”.

Queste affermazioni emergono nonostante le rivelazioni del quotidiano Bild, secondo cui Putin era impegnato in trattative per uno scambio di prigionieri che avrebbe visto Navalny rilasciato in cambio di un agente dei servizi segreti russi detenuto in Germania. Alla vigilia delle elezioni, e considerando altre circostanze, la morte di Navalny sembrava non offrire alcun vantaggio a Putin, anzi, avrebbe potuto causargli numerosi problemi, come effettivamente sta accadendo.

La Narrazione e le sue lacune

La narrazione costruita attorno alla morte di Alexei Navalny appare logicamente coerente, ma si scontra con un’assenza critica: al momento, non vi sono prove concrete che attestino il suo assassinio.

Questo dettaglio non trascurabile sembra essere sorprendentemente ignorato dai leader occidentali e dai media, un’omissione che solleva sospetti.

Di fronte a questa situazione, emergono due possibili interpretazioni: o i leader occidentali e i media, profondamente integrati nell’establishment, scelgono deliberatamente di ignorare la mancanza di prove, sfruttando la diffusione di informazioni non verificate (infodemia), oppure mancano di una comprensione adeguata della situazione. La prima opzione appare decisamente più plausibile.

In un periodo caratterizzato da tensioni crescenti, che minacciano di degenerare in un conflitto esteso a tutta l’Europa, la posizione assunta dalla leadership occidentale sembra irrazionale e inopportuna, a meno che non sia motivata da un desiderio non dichiarato di alimentare lo scontro e mantenere il proprio potere. Questa strategia, tuttavia, rischia di aggravare ulteriormente la situazione, portando a conseguenze potenzialmente disastrose su scala internazionale, peraltro già in atto.

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Tra le ipotesi non percorse dai leader europei c’è anche una discussa in questo video da Giacomo Gabellini.

Nel video, Giacomo Gabellini propone l’ipotesi che l’omicidio di Navalny possa essere stato compiuto da oligarchi russi che avevano subito perdite significative a causa delle politiche di Putin, in particolare quelle che hanno ridotto la loro influenza politica e economica. Questi oligarchi, secondo Gabellini, potrebbero aver cercato vendetta o di nuocere a Putin, speculando su un interesse convergente con quello di alcuni ambienti occidentali. L’analisi suggerisce che questi oligarchi, molti dei quali avevano legami stretti con l’Occidente e avevano beneficiato delle privatizzazioni post-sovietiche, potrebbero essere stati motivati da desideri di vendetta o da tentativi di destabilizzare il governo russo in un momento critico.

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