Crisi siriana: da guerra civile a guerra per procura

A quasi un anno dall’inizio delle proteste continua la repressione nel sangue dei rivoluzionari. Un groviglio di interessi internazionali gravita attorno al Paese impedendo una soluzione dei conflitti.

di Benedetta Leardini   http://www.laperfettaletizia.com/2012/03/crisi-siriana-da-guerra-civile-guerra.html

Un anno e ottomila morti. Da più parti la stampa occidentale, in particolar modo francese e americana, chiama alla necessità morale di un intervento contro Assad, sul filo libico. Ma se un intervento diretto appare impossibile, quello indiretto, che passa attraverso un programma di armamento dell’Esercito Siriano Libero, rischia di portare ad un prolungamento del conflitto a danno soprattutto della popolazione. Senza peraltro escludere una successiva azione militare diretta.

Di fatto la convergenza di interessi che spinge ad un fronte comune anti-Assad nasconde obiettivi finali molto differenti. Su questa linea vediamo schierati Paesi occidentali come Stati Uniti e Israele, entrambi occupati a mantenere una posizione d’egemonia nella regione, insieme ai Paesi del Golfo (che muovono la Lega Araba) e alla Turchia. E’ chiaro che gli interessi di una coalizione tanto eterogenea non possono che venire a contrasto. Gli americani mirano attraverso il cambio di regime ad indebolire l’Iran, al centro della nota crisi nucleare e primo alleato siriano: proseguire l’assedio economico permette a Obama di evitare il conflitto aperto durante la campagna elettorale. Israele vede favorevolmente una transizione democratica che porti a un governo filo-occidentale. I Paesi del Golfo, in primo luogo i sunniti Qatar e Arabia Saudita, benché al loro interno reprimano le manifestazioni sciite, sono fra i più agguerriti sostenitori delle istanze del popolo siriano e, materialmente, dell’Esercito Libero: loro obiettivo è imporre a Damasco un governo di stampo conservatore, teocratico e filo-saudita. Per la Turchia, che a sua volta si è proposta come base per i vertici dell’Esercito Libero, la crisi siriana rappresenta l’occasione di riaprire la “porta” verso il mondo arabo. Infine anche al Qaeda avrebbe interessi in Siria. Secondo la CIA la responsabile degli attentati di Aleppo e Damasco è la branca irachena dell’organizzazione, che starebbe cercando di esportare il proprio modello di resistenza. Il piano di aiuti ai ribelli rischierebbe dunque di portare armi anche ai terroristi.

Formano l’asse sciita di resistenza l’Iran, per il quale la sopravvivenza del regime di Assad è questione vitale, e Hezbollah, cui si affiancano Russia e Cina nel contrastare l’egemonia statunitense. Mosca ha in gioco interessi importanti: un mercato d’armi che tra 2007 e 2010 ha portato in Siria aiuti militari per 4,7 miliardi di dollari, e che Damasco tarda a saldare. Inoltre una vittoria dei rivoluzionari potrebbe infiammare la già difficile situazione del Caucaso, ma anche incoraggiare il movimento interno di contestazione che da dicembre Putin si trova ad affrontare. Infine Tartus, in Siria, è l’unica base navale russa del Mediterraneo.

Ma se i sostenitori risultano divisi negli intenti, ancora più frammentato appare il panorama dell’opposizione. Il Consiglio Nazionale Siriano infatti, scelto come interlocutore privilegiato, non è che uno degli attori in Siria. Anzi la sua rappresentanza sul territorio è minima: il Consiglio nasce all’estero, sostiene le iniziative della Lega Araba (Paesi del Golfo) ed è pertanto favorevole all’armamento all’Esercito Libero, ma non è privo di ulteriori spaccature al suo interno. Il Comitato per il Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico rifiuta invece la protesta violenta e l’intervento estero e si è perciò autoescluso dalle dinamiche internazionali. Lo stesso Esercito Libero non rappresenta affatto la totalità delle forze agenti in Siria, ma anzi costituisce un gruppo, per lo più di disertori dell’esercito regolare, accanto al quale operano singole formazioni di ribelli.

L’esplosione delle Primavere Arabe ha innescato una corsa alla ridefinizione degli equilibri di potere che soffoca le istanze democratiche della popolazione. La politica inefficace del Consiglio di Sicurezza e la progressiva chiusura al dialogo internazionale avviano la situazione siriana a risolversi in una guerra civile alimentata da potenze regionali e internazionali. La protesta inizialmente pacifica si è via via militarizzata sotto la spinta degli interessi esteri in una spirale di violenza di cui non si vede la fine.

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