100° anniversario del genocidio armeno – ”Hagob e l’uomo del deserto”

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UN RACCONTO SUL GENOCIDIO ARMENO: Hagob e l’uomo del deserto

Questa storia è stata scritta nel 1995 in arabo, tradotta in armeno e pubblicata in diversi giornali e riviste in Siria, Libano e Stati Uniti. Venti anni dopo, l’autore, un medico di Aleppo che vive oggi in Canada, ha deciso di tradurla in francese per il 100° anniversario del genocidio armeno.

(traduzione di Gb.P. OraproSiria)

di SAMIR ANTAKI

Hagob è un vecchio amico, anche se ha qualche anno più di me, forse ha l’età di mio padre o anche più vecchio, ma non importa perché dopo i quarant’anni noi abbiamo tutti la stessa età, soprattutto se abbiamo le stesse idee e principi.

Hagob viene a trovarmi in ambulatorio una volta all’anno per l’esame annuale di controllo agli occhi, in più egli accompagna i propri figli e nipoti e chiunque dei suoi amici più stretti che dicano “il mio occhio” non ci mette molto a portarmeli, poichè è molto orgoglioso del suo medico e della sua amicizia. Fortunatamente, molte delle sue visite hanno avuto buon esito.

Eravamo così vicini l’uno all’altro che lui veniva sempre in mio aiuto quando avevo problemi con i miei strumenti in ambulatorio o in ospedale, e lui era sempre lì quando la mia macchina si guastava o quando avevo problemi di elettricità, o qualsiasi altro problema. Ci siamo aiutati a vicenda, ciascuno nel proprio campo.

Hagob non aveva una grande istruzione perché non aveva avuto la possibilità di andare a scuola, ma sebbene fosse incolto aveva un’intelligenza e una sapienza senza pari; inoltre aveva tanto buon senso e una logica tali da rendere geloso un laureato …

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Hagob era arrivato ad Aleppo nel 1915 con i sopravvissuti ai massacri barbari e disumani perpetrati contro il suo popolo, gli Armeni, e contro i Siro-Caldei, i Greci e altre minoranze cristiane da parte degli Ottomani. Lui di appena tre anni, sua madre e sua sorella maggiore di due anni, facevano parte del gruppo di sopravvissuti che riuscirono a raggiungere Aleppo dopo una lunga e dolorosa marcia forzata attraverso il deserto e le steppe della Siria, che durò settimane; mentre per strada morirono suo padre, suo fratello maggiore e i suoi tre zii.

Al loro arrivo ad Aleppo furono alloggiati, come la maggior parte dei rifugiati, in accampamenti di fortuna, con baracche di legno e tetto in tela cerata, senza servizi igienici. Sua madre, che in casa era regina, per sovvenire ai loro bisogni fu costretta a lavorare come baby sitter e cuoca in casa di una ricca famiglia Aleppina.

Ella riuscì grazie al suo coraggio e determinazione a prendersi cura dei suoi due figli e migliorare la qualità della loro vita. All’età di dieci anni, sua madre gli trovò un lavoro in un laboratorio meccanico dove egli lavorava giorno e notte in condizioni difficili per un misero salario. Finì per acquisire una grande esperienza e una destrezza senza pari, tanto che il suo padrone lo promosse capo del laboratorio.

Un bel giorno quando aveva appena diciassette anni, sua madre gli disse: figlio mio, è tempo che tu abbia il tuo negozio; hai sofferto abbastanza, meriti di diventare il capo di te stesso. Affittarono, con i pochi soldi messi da parte, una piccola baracca nel quartiere di Meidan. Hagob riuscì a trovare utensili usati ma in buone condizioni e ad un ottimo prezzo e iniziò da solo.

Dopo anni di fatica e privazioni e grazie alla sua perizia, al suo coraggio, alla sua onestà, perseveranza e diligenza, Hagob divenne il proprietario di diverse officine meccaniche. Si sposò, acquistò una bella casa, e la cosa più importante di tutte è che divenne padre di quattro figli che hanno avuto successo, tra cui un medico, un ingegnere, un musicista, senza dimenticare il maggiore che ha lavorato con lui e che ha modernizzato i laboratori introducendo nuove tecniche e strumenti. E il mio amico Hagob è molto orgoglioso di tutto questo.

Un bel giorno di primavera Hagob venne a trovarmi in ambulatorio e, per delicatezza, si sistemò con gli altri pazienti nella sala d’aspetto. Quando arrivò il suo turno, vidi entrare nel mio ufficio Hagob con un beduino un po’ più giovane di lui, vestito in modo tradizionale con la sua djellaba, la sua abaya e la testa coperta da quella grande sciarpa tipica nera e bianca. Inoltre aveva tatuati il mento e il dorso della mano.

Dopo il “Salam Alyakom” di rigore e i convenevoli, Hagob mi presentò il signore che lo accompagnava, dicendo: ti presento mio fratello Hajj Mohammad Al Rmeylan. Strinsi calorosamente la mano del signore, poi, rivolgendomi a Hagob, dissi: è quel Hajj Mohammad che gestisce i terreni agricoli che hai in Jezireh e che tu consideri come un fratello? Mi ha risposto: ma no, giuro che è mio fratello, figlio di mio ​​padre e di mia madre. Gli dissi, mentre invitavo il signore a sedersi sulla poltrona per l’esame: vediamo dunque, basta scherzi Hagob. Ma proprio quando fu faccia a faccia con me mi accorsi che aveva gli stessi occhi di Hagob e il naso così tipico di molti Armeni. Lì per lì non capivo più niente, allora ho chiesto a Hagob di sedersi e raccontarmi tutto.

Bene, dal momento che insisti, dottore, ecco la mia storia: “Quando avevo quarant’anni, mia madre, che era invecchiata ed era molto malata, mi ha chiamato al suo capezzale per confidarmi un grande segreto. Mi disse: trentasette anni fa, quando fummo espulsi dalla Turchia e durante la marcia della vergogna attraverso il deserto siriano, sotto un sole infuocato durante il giorno e il freddo del deserto di notte, avevamo per nutrirci solo delle erbe e radici di piante così rare in quell’ angolo di mondo e appena qualche goccia d’acqua sporca per saziare la nostra sete.

Uno di quei giorni, ci strapparono tuo padre e uno dei soldati lo decapitò ridendone con i suoi amici, un altro spinse tuo fratello maggiore Hovsep e tuo zio Dikran in un burrone, come fecero con molti altri. Ai soldati piaceva inventare ogni giorno un nuovo metodo di tortura, al punto che sventravano le donne in gravidanza con baionette per gettare poi il feto in aria divertendosi a sparargli, questo è quello che è successo alla povera Syranouche nostra vicina. Mentre per lo stupro, non parliamone, era cosa normale. Che scene di orrore, figlio mio! Tu, che all’epoca avevi tre anni, hai urlato notte e giorno come un animale braccato ogni volta che uno di questi criminali mi si avvicinava per picchiarmi con un calcio o un bastone, per farmi alzare e continuare a camminare con Wannès tuo fratellino, di appena tre mesi, tra le braccia.

Un giorno le forze mi lasciarono, il latte nel mio seno divenne pochissimo, Wannès non aveva la forza di reagire, bruciava di febbre, gli occhi sbarrati: sentivo che stava per morire. Mi sedetti per terra pregando e implorando Dio e il cielo, piangendo con le poche lacrime che mi erano rimaste. All’improvviso tre beduini fecero la loro apparizione, uno di loro mi diede una borraccia e disse: bevi, sembri inaridita, poi ha dato un sorso a te e tua sorella Azniv. Poi tirò fuori dalla sua borsa un pezzo di pane che mi offrì, dicendo: che disgrazia! Come osano fare ciò che è contro i libri di Dio. Poi mi chiese: dov’è il tuo uomo? Risposi: l’hanno decapitato. Rimasero in silenzio.

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Alzandosi, mi disse: vieni con noi con i tuoi figli, sarai al sicuro nella mia casa, mia moglie Fatme si prenderà cura di voi mentre recuperate un po’ di forza. Non aveva finito la frase, che uno dei soldati che aveva osservato la scena si avvicinò e impose ai tre beduini di andarsene rapidamente, puntando il fucile contro di loro. Non appena si voltò, lasciai Wannès per terra e dissi: almeno portate il mio neonato con voi, se ha la possibilità di vivere è meglio, se no offritegli una decente sepoltura. Il beduino mi disse: lascialo a terra e alzati per seguire gli altri; i soldati non se ne accorgeranno, e appena te ne sarai andata lo prenderemo e ti promettiamo di fare del nostro meglio. Poi urlò ad alta voce mentre ci eravamo già allontanati: ‘siamo della tribù dei Rmeilan, ricordati di questo nome, povera donna.’

Hagop continuò il suo racconto singhiozzando, sia lui che Hajj Muhammad: quel giorno mia madre mi ha detto: “Perché io abbia il cuore e la coscienza tranquilla prima di lasciare questa terra, sebbene io sia certa che il mio neonato Wannes è morto, ti prego di andare nel deserto per trovare la tribù di Rmeilan nella regione in cui furono uccisi tuo padre e tuo fratello, che è distante due giorni di cammino da Tall Abyad; se mai la trovassi, chiedi dei tre Beduini che ho incontrato e cerca le tracce di tuo fratello Wannès. Perché se è vivo, deve essere tra di loro. Per riconoscerlo lui ha una lunga cicatrice sul suo dorso che va dalla spalla destra al fianco sinistro, perché è stato ferito dalla punta della spada, quando avendolo tra le mie braccia ho cercato di interpormi tra il soldato e tuo padre.”.

Così lasciai Aleppo lo stesso giorno per andare nel nord-est della Siria alla ricerca di mio fratello. Dopo due settimane di intense ricerche, sono riuscito a trovare Wannès vivo. Non posso descriverti, dottore, le scene di giubilo che hanno accompagnato questo ritrovarci, e quello che mi ha sorpreso di più è stata la grande somiglianza tra noi due. Bisognava vedere le facce delle sue due mogli e dei suoi dieci figli, non potevano credere ai loro occhi. Hanno sgozzato diverse pecore in onore di questa riunione e hanno invitato quasi tutto il loro popolo a una festa più che regale.

A quel punto Hajj Mohammad parlò, dicendo: quando avevo vent’anni, chiesi a mio padre, Sheikh Machaal, della cicatrice sulla mia schiena. Forse ero un ragazzo turbolento e mi sono fatto male quando sono caduto su una roccia affilata mentre giocavo? Mio padre mi ha detto “beh no, tu sei nato così, tu l’avevi già il giorno in cui ti strappato dalla morte”. Poi mi ha raccontato tutta la storia e tutti gli abusi perpetrati contro i miei genitori e la mia comunità da quei selvaggi e tutte le sofferenze patite da mia madre, e mi diceva che non sapeva nemmeno se fosse arrivata ad Aleppo o fosse morta sulla strada. Lo Sceikh Mashaal si riprese e poi mi disse: dal momento che non abbiamo più avuto notizie dei tuoi genitori, ora sei nostro figlio, e sai che ti amiamo altrettanto se non più degli altri. Devi sposarti secondo le leggi di Dio e del suo Profeta. Così mi sono sposato, sono andato con mio padre in pellegrinaggio alla Mecca, e ogni volta che facevo le mie cinque preghiere quotidiane imploravo Allah e il suo Profeta di salvare mia madre e i miei fratelli se fossero ancora vivi, o di concedere loro la pace eterna e il paradiso, se non fossero più di questo mondo.

Hagob intervenne allora, dicendo: Sai, dottore, ci sono molti bambini Armeni che sono nella stessa situazione di mio fratello e che sono stati salvati da morte certa dalle tribù nel deserto siriano. Quale coraggio, quale nobiltà. Continuò: fortunatamente noi Armeni e gli altri sopravvissuti a questi massacri, siamo stati ben accolti in Siria, il che ci ha permesso di risorgere dalle nostre ceneri e dimostrare ciò di cui siamo capaci! Allora sono intervenuto per dire: in effetti, gli Armeni sono un vanto per la Siria, con una quantità di pittori, scultori, musicisti, medici, avvocati, ingegneri, scrittori, tecnici, gioielleri, meccanici, commercianti, industriali e uomini d’affari che hanno contribuito all’elevazione della Siria, e la Siria è fiera di considerarli come cittadini a pieno titolo.

I due fratelli replicarono in coro: e noi siamo orgogliosi di essere Siriani. E così, ci siamo ritrovati dopo tutti questi anni di lontananza. Ma sfortunatamente, proseguì Hagob, quando sono tornato con mio fratello Mohammad ad Aleppo per presentarlo con orgoglio a mia madre, lei era già morta e sepolta. Ci siamo precipitati nel cimitero armeno, dove lei riposa in pace su questa terra dell’accogliente Siria, per raccoglierci sulla sua tomba. Abbiamo pregato insieme, io in armeno, lui in Arabo e a squarciagola, nella speranza che le nostre preghiere potessero raggiungere il grande deserto della Siria dove sono caduti padri, fratelli e zii.

Mentre pregavamo, singhiozzavamo come bambini, mentre le nostre preghiere salivano come una sinfonia armeno-araba, islamo-cristiana verso il cielo, verso il solo e unico Dio.

In seguito, continuò Hajj Mohammad, ci facemmo visita vicendevolmente, le nostre mogli e i nostri figli approfondirono la loro conoscenza, ed era meraviglioso ritrovare la mia famiglia e le mie radici. Ma ciò che mi ha maggiormente addolorato è stato che le circostanze non mi hanno permesso di baciare le mani di quella santa donna che mi ha portato in braccio per notti e giorni mentre camminava sulle rotte dell’esodo prima che la morte strappasse via mio padre …

Appena finita la frase, la mia segretaria aprì la porta dello studio medico per informarsi sul motivo di questa lunga consulta: “Dottore, non ha ancora completato l’esame di Mohammad? in dieci anni da quando lavoro con lei questa è la prima volta che impiega tanto tempo con un paziente. È da più di un’ora che è nel suo studio e i pazienti nella sala d’attesa stanno diventando impazienti, e sono più di una quindicina!”

Io le ho risposto: non ho ancora iniziato la visita; sono solo all’anamnesi, i suoi sintomi, i suoi antecedenti, la sua storia familiare, le sue abitudini, le sue allergie … e la ragione principale della sua visita. Lei ha ribadito: Ma quali sono questi sintomi così importanti, che c’è voluto così tanto tempo per elencarli? Le ho risposto: egli si lamenta delle atrocità che alcuni popoli si permettono di commettere su altri popoli perché la loro religione, il loro colore o le loro idee non li soddisfano. Si lamenta della scomparsa dell’amore da certi cuori, che permette loro di torturare, uccidere e deportare intere popolazioni. Si lamenta della secchezza dei suoi occhi per aver versato tante lacrime su una santa donna che camminava e camminava a piedi scalzi per giorni e giorni in fuga dalla barbarie della gente. Si lamenta della spada che ha tagliato la gola di suo padre per la sola ragione che egli era Armeno e per la cicatrice che questa spada ha lasciato sulla propria schiena, che resterà per sempre a riprova di questo GENOCIDIO.

Mi rivolsi di nuovo a Hajj Mohammad mentre versava le lacrime che gli erano rimaste e dissi: È di questo che ti lamenti? Ho tolto il fazzoletto dalla tasca e mi sono asciugato anch’io la faccia e gli occhi e ho detto alla segretaria: dammi ancora qualche minuto per terminare la visita, ti prometto che non ci vorrà molto, e scusami con i malati nella sala d’attesa per questo ritardo, dicendo loro che c’è un intero popolo che attende ancora delle scuse, ormai da ottant’anni!

Sono già passati più di venti anni dalla pubblicazione di questa storia. Abbiamo commemorato il centenario di questo GENOCIDIO, il primo del ventesimo secolo, che ha causato la morte di oltre due milioni di Armeni, di Assiro-Caldei, di Siriaci, di Greci e altre minoranze cristiane; e c’è ancora un paese che nega che i suoi antenati lo abbiano perpetrato.

Dr. S.A.

http://www.revuemethode.org/sf091725.html