DOSSIER SU ISIS

DOSSIER – Sventola Bandiera Nera –  L’Islam e la guerra del Califfo.
Dietro lo «Stato islamico» (Is – Islamic State) di Angela Lano

 

Nessuna compassione per gli «infedeli»

L’islamismo radicale si sta diffondendo in molte regioni. Gli attori sono molti, ma oggi il principale si chiama «Stato islamico» (Is). Guidato dal califfo (autoproclamato) al-Baghdadi, l’Is si basa su alcuni concetti chiave: l’Islam è la soluzione e l’Is ne è l’unico vero custode; i paesi occidentali, guidati da miscredenti, sono responsabili dei problemi in Medio Oriente; i governanti locali sono agenti cooptati dall’Occidente. In queste pagine cercheremo di capire perché e come nasce l’Is. Tra alleanze cangianti e propaganda mediatica, le sorprese non mancano. 

Azioni di guerra, conquiste territoriali, decapitazioni, esecuzioni, rapimenti, violenze di ogni genere. L’islamismo radicale e conquistatore, si potrebbe dire «colonizzatore», si sta diffondendo nel Maghreb, nell’Africa subsahariana e in ampie regioni mediorientali, dalla Siria all’Iraq.

Il network di al-Qa‛ida (per comodità, d’ora in poi: al-Qaida) e le sue nuove filiazioni, comprese le antagoniste (come vedremo), stanno diventando un potentato, grazie alla conquista dei pozzi petroliferi in varie aree e alle armi ricevute dai paesi occidentali (Stati Uniti, Europa) e sunniti (Turchia, Qatar, Arabia Saudita).

In particolare, il 2014 è stato segnato dalle gesta del gruppo che, lo scorso giugno, ha annunciato la nascita dello «Stato islamico di Iraq e Siria»1 (Is, da Islamic State, come si legge anche in Dabiq, la rivista in lingua inglese e grafica moderna edita dall’organizzazione), e ha invitato al-Qaida e altri gruppi a stipulare un’alleanza per una «nuova era di jihad internazionale».

Quello attuale è un caso complesso di fondamentalismo, nel quale si mescolano religione (nella sua visione più oscurantista, arretrata e reazionaria), un uso sfrontato dei mezzi di comunicazione di massa (video, internet, social network, riviste come il già citato Dabiq), un ampio arsenale bellico, ingenti capitali provenienti anche dall’accaparramento delle fonti petrolifere, rabbia e aggressività verso l’Occidente invasore e «infedele» (kafir), odio settario contro le minoranza religiose e etniche, e contro gli apostati (kuffar e murtadin) musulmani (tutti coloro, cioè, che non condividono la linea politico-religiosa dell’Is), lotte interne, vendette e orgoglio sunnita dopo anni di dominazione sciita e alawita in Iraq e Siria, e altro ancora. Si tratta di un fenomeno aggressivo, spettacolare fino alla teatralità più macabra che riscuote successo sia nel mondo arabo-islamico sia in Occidente, in particolare tra le giovani generazioni di immigrati musulmani.

Così, tra i jihadisti, troviamo: benestanti e laureati (molti arrivano dall’Europa e dagli Usa); giovani emarginati delle periferie urbane occidentali e arabe alla ricerca della propria identità e dai progetti di integrazione falliti; poveri e disperati delle città e villaggi del mondo arabo-islamico invaso dalle truppe americane; oppressi da regimi dispotici locali o stranieri; notabili e membri di tribù sunnite che vogliono vendicarsi dei loro vicini o di leader di altre fazioni islamiche; ovviamente mercenari e larghe schiere di criminali e psicopatici. È un «melting pot» trasversale a luoghi, censo e età, e catalizzatore di sentimenti e aspirazioni contrastanti e differenti. Indubbiamente, ciò che li contraddistingue è la rabbia e la ferocia con la quale si abbattono su città e villaggi e su chi osa rifiutarli, e contro le minoranze etniche e religiose.

Il nuovo fondamentalismo dell’Is

Questo fondamentalismo non è più solo un luogo semantico in cui sono verbalizzate le differenze tra Occidente e Oriente, tra «voi» e «noi», tra «infedeli» e «credenti». È una separazione materiale, un’esclusione e eliminazione fisica della «differenza», dell’alterità, nel nome di una credenza soggettiva di un’appartenenza a un gruppo religioso ritenuto «eletto» e per tanto migliore e più fedele alla «Verità» rispetto a tutti gli altri. È un’adesione a una linea di «parentela» religiosa stretta, escludente e discriminante, che, attraverso un «patto» di fedeltà, crea una sorta di «coscienza storica» di gruppo che include chi vi aderisce rispettando alla lettera norme e vincoli, e elimina chiunque non vi si riconosca del tutto.

Tuttavia, il patto in sé può non essere sufficiente. L’unità della «comunità» deve fondarsi su un insieme di riferimenti identitari, nel caso dell’Is, politico-culturali e religiosi. Ne risultano, così, un senso di appartenenza e un sentimento tanto potenti quanto irrazionali, che creano razzismo e xenofobia verso tutti gli altri, ma che forniscono al movimento un’identità e una coesione forti, dai caratteri specifici: la religione è l’Islam (nella versione radicale e intollerante), la lingua comune è l’arabo (lingua sacra, in quanto emanata dal Corano), il territorio è lo Stato islamico di Iraq e Siria, ma con una velleità di Dar al-Islam (Casa dell’Islam, in contrapposizione al Dar al-Kuffar, Casa della Miscredenza, cioè i territori non ancora islamizzati) in continua espansione, e dunque in versione «colonizzatrice».

Il prodotto finale assomiglia, quindi, più alla concezione moderna di nazione, con tutto l’apparato coloniale al seguito, che a un neocaliffato nello stile del vecchio Impero arabo-islamico, dove alla conquista di immensi territori non corrispondeva l’assimilazione forzata dei popoli vinti, bensì quella dei conquistatori alle culture dei paesi conquistati.

Al confronto dei grandi Imperi omayyade (661 – 750), abbaside (750 – 1258) e ottomano (1281 – 1923), l’intollerante e escludente Is risulta velleitario nei suoi progetti. E, soprattutto, poco musulmano, in senso tradizionale.

L’introduzione di fattori di modernità è, infatti, evidente in alcuni suoi elementi: 1) la concezione dello Stato-nazione fondato sull’origine comune e mitizzata di una «Medina, città ideale» (in quanto è la città dove emigrarono nel 622 i primi musulmani, perseguitati dai politeisti de La Mecca, e dove crearono la prima comunità di fedeli, la ummah), stretta intorno al suo novello capo, Abu Bakr al-Baghdadi che, nonostante non si sappia veramente chi sia, viene fatto discendere dalla famiglia di Muhammad, attraverso il nome al-Qurashi (la tribù cui apparteneva il profeta dell’Islam). 2) L’accaparramento e lo sfruttamento delle risorse petrolifere dei territori conquistati, del denaro (transazioni economiche di varia natura). 3) L’uso dei mezzi di comunicazione di massa. Il progetto di jihad (inteso come sforzo bellico, guerra) globale, infatti, è ripreso nei social network, dove si spazia dal proselitismo al reclutamento di combattenti, dall’incoraggiamento della lotta contro gli infedeli (dai non musulmani fino ai musulmani sciiti, ai sunniti non allineati o ad altre minoranze) fino alla lotta contro i «corrotti costumi occidentali» e alla certezza che l’Europa sarà islamica, e così via2.

Ciò che a fine Ottocento nell’Islam fu una ricerca religiosa riformista, di ritorno alla purezza delle origini, ai fondamenti della fede (questo significa «fondamentalismo» e, in particolare, in uno dei suoi aspetti che è il salafismo, da salaf, «pii antenati», cioè i primi fedeli della neonata comunità musulmana), anche in reazione al colonialismo occidentale, è stata trasformata in una ideologia politico-religiosa con tre direttrici differenti: 1) la quietista, quella dei puristi, dedita più che altro alle opere caritatevoli e alla missione (da’wa) catechistica; 2) l’Islam militante che mira a ristabilire il «califfato», senza l’uso della violenza ma attraverso il cambiamento pacifico dei governi (come avvenuto con la Fratellanza musulmana); 3) il salafismo jihadista, o neosalafismo, che ha l’obiettivo di ricreare il califfato attraverso il jihad, inteso come guerra e violenza. È quest’ultimo il caso del network di al-Qaida nelle sue varie sigle e filiazioni sparse tra Africa e Asia, e del figlio ribelle, l’Is, ovvero il Califfato islamico di Siria e Iraq.

Quest’ultimo gruppo, in particolare, è considerato dall’Islam ortodosso una deviazione dal «giusto sentiero», dalla tradizione profetica, in quanto, come abbiamo visto, introduce notevoli elementi di modernità, rifacendosi a un Islam wahhabita (secolo XVIII), considerato una sorta di deriva politico-religiosa.

Nascita e diffusione del wahhabismo

«Non si può capire l’Is se non si conosce la storia del wahhabismo in Arabia Saudita»: è il titolo di un’interessante analisi di Alastair Crooke3. L’autore, un ex agente dei servizi segreti britannici, spiega come l’attuale Stato islamico di Iraq e Siria prenda origine dal pensiero di Mohammad ibn Abd al-Wahhab, studioso e riformatore arabo vissuto tra il 1703 e il 1792, legato, a sua volta, alla dottrina predicata da Ibn Taymiyyah (1263-1328).

Abd al-Wahhab, così come Taymiyyah prima di lui, era convinto che la società musulmana dovesse rifarsi al periodo trascorso dal profeta Muhammad a Medina, i cosiddetti «Tempi d’oro»: questa è la base della corrente del salafismo.

Taymiyyah condannò sciismo, sufismo e filosofia greca e si dichiarò contrario alle visite alla tomba del profeta e alla commemorazione del suo compleanno, definendo tali comportamenti come shirk, politeismo e idolatria, una imitazione, cioè, della venerazione cristiana di Gesù considerato come figlio di Dio.

Abd al-Wahhab adottò questi insegnamenti, affermando che «qualunque dubbio o esitazione da parte dei credenti», rispetto a questa sua personale interpretazione dell’Islam, dovesse «privare un uomo dell’immunità, delle sue proprietà e della sua vita».

Uno dei principali precetti della dottrina di Abd al-Wahhab, ci ricorda Crooke, è l’idea cardine di takfir. «Abd al-Wahhab denunciava tutti i musulmani che onoravano i defunti, i santi o gli angeli. Riteneva che tali sentimenti sminuissero la completa sottomissione nei confronti dell’unico Dio. Esigeva conformismo, che doveva essere dimostrato in modo fisico e tangibile. Sosteneva che tutti i musulmani dovessero individualmente giurare fedeltà a un unico leader musulmano (un Califfo, se ce n’era uno). Egli scrisse: “Coloro che non si adegueranno a questi precetti dovranno essere uccisi, le loro mogli e figlie stuprate e i loro possedimenti confiscati”». Ed è ciò che affermano e praticano i membri dell’Is e le altre bande di al-Qaida.

Tra gli apostati degni di morte c’erano (e ci sono ancora oggi) sciiti, sufi e altre scuole islamiche, che i wahhabiti non ritengono musulmani».

L’alleanza tra Abd al-Wahhab e Ibn Saud (fondatore e primo sovrano dell’Arabia Saudita) e la sua tribù, nel 1741, portò il wahhabismo al potere. «Il clan di Ibn Saud – afferma Crooke -, riprendendo la dottrina di Abd al-Wahhab, poteva fare quello che aveva sempre fatto, cioè razziare i villaggi vicini e impossessarsi dei loro beni. Solo che ora lo stava facendo non più nell’ambito della tradizione araba, ma sotto la bandiera del jihad. Ibn Saud e Abd al-Wahhab introdussero nuovamente l’idea del martirio nel nome del jihad, garantendo ai martiri immediato accesso in Paradiso.

All’inizio, conquistarono poche comunità locali e imposero le loro leggi. I popoli sottomessi non avevano molta scelta: la conversione al wahhabismo o la morte. (…) La loro strategia – come quella dell’Is oggi – consisteva nel sottomettere i popoli conquistati, mirando a instillare il terrore».

Risulta dunque abbastanza evidente che non ci sono grandi differenze tra wahhabismo e ideologia dell’Is se non quando emerge l’istituzionalizzazione della dottrina di Muhammad ibn Abd al-Wahhab: «una regola, una autorità, una moschea».

«Questi tre pilastri fanno esplicito riferimento al re saudita, autorità assoluta del wahhabismo ufficiale e al suo controllo “della parola” (cioè, la moschea).

La negazione da parte dell’Is di questi tre capisaldi, sui quali l’intera autorità sunnita poggia tuttora, è la frattura che rende l’Is – gruppo che sotto ogni altro aspetto rispetta e si conforma al wahhabismo – una minaccia per l’Arabia Saudita».

Gli interessi divergenti di Arabia Saudita e Stato islamico

Chi ha familiarità con questa parte di storia del mondo arabo-islamico non ha difficoltà a comprendere il legame tra gli eventi del passato e le gesta dell’Is nell’Iraq odierno. Dopo un periodo di eclissi, il wahhabismo tornò a imporsi con il crollo dell’impero ottomano, durante la prima guerra mondiale.

Spiega Crooke: «Gli Ikhwan4 erano la reincarnazione di quel movimento feroce e semi-indipendente, dei “moralisti” wahhabiti, armati, che quasi erano riusciti a conquistare l’Arabia nei primi anni del XIX secolo. (…) Il wahhabismo subì una trasformazione forzata da movimento di rivoluzione jihadista e di purificazione teologica takfiri a movimento di conservazione sociale, politica, teologica e da’wa religiosa (proselitismo islamico) e per giustificare l’istituzione che sosteneva la lealtà alla famiglia reale saudita e al potere assoluto del re».

Con l’era del petrolio e dei suoi enormi proventi, i sauditi cominciarono a diffondere e divulgare il wahhabismo all’interno del mondo musulmano, a «wahhabizzare» l’Islam, creando una religione a parte, chiusa e unificata in un’unica visione non più pluralista.

Aggiunge Crooke: «Miliardi di dollari furono investiti – e lo sono tuttora – in questa manifestazione di soft power. Tutto ciò, unito alla volontà saudita di orientare l’Islam sunnita secondo gli interessi americani (…) creò una politica occidentale di dipendenza dall’Arabia Saudita, una dipendenza che dura dall’incontro di Abd-al Aziz con Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense (di ritorno dalla Conferenza di Yalta) fino ad oggi».

L’Is è wahhabita, ma con un radicalismo diverso. Vari studiosi ritengono che potrebbe essere definito come un movimento neo-wahhabista o una sorta di «correzione» del wahhabismo.

«L’Is – scrive Crooke – è un movimento “post-Medina”: si rifà alle pratiche dei primi due califfi, piuttosto che al profeta Muhammad in persona, come fonte di emulazione, e nega fermamente l’autorità saudita. Mentre la monarchia saudita fioriva nell’era del petrolio come istituzione sempre più vasta, l’interesse verso il messaggio Ikhwan guadagnò terreno (a dispetto della campagna di modernizzazione di Re Faisal). L’approccio Ikhwan ha goduto – e gode tuttora – del sostegno di molti uomini, donne e sceicchi di spicco. Da un certo punto di vista Osama bin Laden incarnava perfettamente l’approccio Ikhwan nella sua tarda fioritura.

(…) Nella collaborazione alla gestione della regione da parte dei Sauditi e dell’Occidente, all’inseguimento dei tanti progetti occidentali (la lotta al socialismo, al ba’athismo, al nasserismo, al sovietismo e all’influenza iraniana), i politici occidentali hanno sostenuto la loro interpretazione preferita dell’Arabia Saudita (la ricchezza, la modernizzazione e l’influenza), scegliendo tuttavia d’ignorarne l’impulso wahhabita».

Il radicalismo islamico era considerato dai servizi segreti statunitensi come un utile strumento (useful asset)5 per destabilizzare e sconfiggere l’Urss in Afghanistan e, negli anni delle «Primavere arabe»6, è stato usato per abbattere regimi arabi che ormai non erano più sostenibili o utili.

Si chiede dunque Crooke, e con lui molti altri analisti e studiosi di geopolitica del Medio Oriente: «Perché dovremmo essere sorpresi se dal mandato saudita-occidentale del principe Bandar di gestire l’insorgenza siriana contro il presidente Assad sia poi emerso un tipo movimento d’avanguardia neo-Ikhwan, violento e spaventoso come l’Is? E perché mai dovremmo stupirci – conoscendo un po’ il wahhabismo – se i rivoltosi “moderati” siriani sono diventati più rari del mitico unicorno? Perché avremmo dovuto immaginare che il wahhabismo radicale avrebbe generato dei moderati?».

Si tratta certamente di un calcolo che gli strateghi statunitensi avranno fatto, machiavellicamente, scegliendo nuovamente un utile strumento per giustificare un’altra fase dello «scontro di civiltà».

Coltelli e cellulari satellitari: il Medioevo tecnologico dello Stato islamico

«Arriveremo fino a voi, invaderemo l’Europa e distruggeremo l’America, renderemo schiave le vostre donne e orfani i vostri figli come voi avete fatto con noi», così dichiara, quasi piangendo, un combattente nel video sull’Is prodotto dall’agenzia Vice News nell’estate del 20147. È un interessante, e inquietante, servizio giornalistico embedded sul «Califfato islamico di Iraq e Siria», che spiega abbastanza chiaramente su quali punti si basino la propaganda e le azioni delle bande islamiste: rabbia anti occidentale e orgoglio ferito dalle politiche neocoloniali di Stati Uniti ed Europa, e uso strumentale della religione come arma di vendetta, riscatto e conquista o «riconquista» dei territori un tempo appartenenti agli Imperi omayyade (con capitale Damasco) e abbaside (con capitale Baghdad) – da cui fanno derivare il nome di Califfato di Siria e Iraq.

Le parole piene di collera e rancore dell’uomo nel video ci rimandano immediatamente a 20 anni di guerra contro l’Iraq da parte di Stati Uniti e alleati, alle vergognose immagini di Abu Ghreib (il carcere statunitense nei pressi di Baghdad, dove i detenuti – tra cui molti innocenti – venivano torturati e umiliati) o a quelle di Guantanamo, o alle tante donne, anche bambine, stuprate dalla soldataglia delle truppe di invasione.

Migliaia e migliaia di morti, feriti e immane distruzione per portare la «civiltà occidentale» in Medio Oriente, o meglio, per controllarne le fonti petrolifere.

Da tutto ciò deriva una rabbia immensa, un combustibile pronto a essere utilizzato alla prima occasione. Occasione colta dall’abile califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

Nella rivista online Dabiq, l’Is incita alla conquista del mondo islamico e alla guerra contro l’Occidente, alla segregazione delle donne, alla violenza contro le minoranze religiose e etniche, e i sunniti che non condividono il progetto di jihad.

La tecnologia è usata come mezzo per espandere la colonizzazione dei territori e per fare proseliti. Si tratta, come abbiamo accennato, di una islamizzazione della modernità, che crea una sorta di paradosso: i cellulari satellitari convivono con i coltelli per sgozzare i nemici; i social network con le donne costrette a nascondersi in casa. L’età della pietra e il futuro mescolati insieme nel jihad globale contro i kuffar di ogni fede, musulmani compresi, in un delirio di onnipotenza.

In questo scenario, l’aspetto religioso, sempre presente e molto potente, agisce da catalizzatore di elementi pronti al martirio per liberare il mondo islamico, e magari anche l’Europa, dagli infedeli (kuffar) e dagli apostati (rafid o murtad). È un progetto di fitna, di separazione e zizzania nella grande ummah islamica. Per l’Is il mondo non si riduce più a «musulmani» e «non credenti» (cristiani, ebrei, buddisti, atei, ecc.), ma a «credenti veri» (loro) e «miscredenti» (tutti gli altri, musulmani compresi).

Questo progetto di divisione è portato avanti anche dal neocolonialismo statunitense: il «nuovo ordine mondiale», rilanciato dall’amministrazione Obama che propone la divisione in piccoli stati a base etnico-religiosa di gran parte del Medio Oriente8. È un’evoluzione successiva, sempre in ambito coloniale, dei vecchi accordi anglo-francesi di Sykes-Picot per la spartizione del mondo arabo e islamico (19 maggio 1916).

Da Camp Bucca alla moschea di Mosul: la carriera del califfo al-Baghdadi

Dell’autoproclamato «Califfo dello Stato islamico di Iraq e Siria», ovvero di Abu Bakr al-Baghdadi al-usayni al-Qurashi, nato a Samarra, Iraq, nel 1971, si sa poco. Sembra esistano pochissime foto (una fu scattata quando era prigioniero degli Stati Uniti nel campo iracheno di Bucca), e la sua apparizione pubblica nota è quella che lo ritrae in un video9 durante un sermone nella grande moschea di Mosul, andato in onda in streaming, dove lancia l’appello alla guerra contro gli infedeli.

Ha fama di essere un violento e tiene un «basso profilo», che accresce il mistero attorno a lui. Viene descritto come il nuovo Osama bin Laden. Di lui si legge in vari documenti su internet: «Secondo le registrazioni del dipartimento statunitense della difesa, Abu Bakr al-Baghdadi è stato detenuto nel Camp Bucca come “internato civile” dalle forze iracheno-statunitensi dai primi del febbraio 2004 fino al 2009, quando fu rimesso in libertà grazie all’indicazione di una commissione, definita Combined Review and Release Board, che ne raccomandò il “rilascio incondizionato”. (…)

Il 16 maggio 2010, ad appena un anno dal rilascio, un comunicato del Consiglio consultivo dello Stato islamico dell’Iraq annuncia la nomina a leader di al-Baghdadi al posto di Abu Omar al-Baghdadi, ucciso il 18 aprile di quello stesso anno in un’operazione congiunta delle forze irachene e statunitensi. Dall’ottobre 2011 figura tra i tre terroristi maggiormente ricercati dal governo statunitense, che ha offerto per la sua cattura una taglia di 10 milioni di dollari, inferiore solo alla taglia posta su Ayman al-Zawahiri, di 25 milioni di dollari».

È lecito, dunque, porsi interrogativi su questo individuo e sulla sua organizzazione. Esistono foto che lo ritraggono insieme a John McCain, senatore Usa, e a altri leader dei ribelli dell’opposizione siriana (tra cui noti personaggi di al-Qaida), in una riunione definita «segreta», nel 2013.

Secondo un’altra teoria, che circola dal luglio del 2014, e che viene fatta risalire a rivelazioni di Edward Snowden, al-Baghdadi sarebbe un agente del Mossad, il cui vero nome sarebbe Shimon Elliot10.

Tra tutte queste informazioni contraddittorie, l’unico dato certo è che è riuscito a catalizzare il consenso di migliaia (milioni?) di sunniti tra Iraq, Siria, mondo arabo-islamico e Occidente, e che le sue bande ammazzano con una crudeltà assoluta.

Il califfato nella tradizione islamica

Il ruolo arrogatosi da al-Baghdadi, che nel già citato video del sermone alla grande moschea di Mosul appare vestito di nero e con il turbante, a indicare il legame con la tradizione del califfato, rappresenta un’importante istituzione nella storia della civiltà islamica. Secondo la tradizione, nella figura del califfo (khalîfa, «vicario») convergono le funzioni di comando/conduzione dello «stato» (imâra) e quella religiosa «sacerdotale» (imâma). «Stato» e «Chiesa», «secolare» e «religioso», in arabo: dunya wa din. Per espletare tale compito egli deve possedere caratteristiche specifiche.

Nel trattato «al-Ahkâm al-sultâniyya» (Le leggi del governo/governance islamico)11, Abu al-Hasan Ali ibn Muhammad ibn Habib al-Basri al-Mawardi, noto giurista musulmano vissuto nell’anno Mille, in Iraq, traccia un elenco di doti necessarie al califfo, tra cui: 1) giustizia; 2) sapere e conoscenza dell’arte di governare; 3) sanità di corpo e mente; 4) capacità di governare e agire per il bene collettivo (e non per i propri interessi, della propria famiglia, clan o gruppo); 5) coraggio nel tutelare e proteggere il proprio paese, e condurre l’eventuale jihad contro il nemico o chi attenti all’incolumità del watan (territorio, paese) o della ummah (comunità); 6) discendenza dai Banu Quraysh (il clan cui apparteneva il profeta Muhammad).

Nonostante il suo successo presso certi ambienti musulmani, al-Baghdadi non sembra proprio possedere alcuna di queste caratteristiche, anzi, le sue azioni criminali contro i «deboli» e le minoranze, da sempre protette nella tradizione islamica, lo collocherebbero fuori dalla via ortodossa. E ricorderebbero più un dajjal (mentitore, impostore) che un khalifa. È in questa ottica, forse, che oltre 126 tra teologi, mufti e dottori in scienze islamiche di tutto il mondo hanno scritto una lettera aperta a al-Baghdadi accusando lui di essersi autoproclamato califfo, il suo movimento di pratiche che «non hanno nulla a che vedere con l’Islam», e entrambi di «atroci crimini di guerra e violazione dei principi fondamentali dell’Islam, di uso ignorante delle scritture islamiche separate dal loro contesto, di perversione delle regole morali e della shari’a (la legge islamica).

 

Le colpe dell’Occidente: ieri finanziati, oggi terroristi

Nonostante l’Islam predicato da questi gruppi violenti e intolleranti si ponga al di fuori della tradizione ortodossa islamica, al-Baghdadi, attrae migliaia di persone in tutto in mondo. Dalla stessa Europa in questi anni sono partiti centinaia di ragazzi musulmani, tra immigrati e convertiti, per fare il «jihad» contro la Libia di Gheddafi e poi contro la Siria di Assad.

Non è stato difficile, fino ad ora, trovare su internet e nei social network commenti e post di giovani e adulti che sostenevano le operazioni belliche contro questi paesi, e che, incoraggiati da predicatori via Tv e web, si dicevano pronti a partire per la «guerra santa» contro il nemico di turno.

Fino all’inizio del 2014, non c’era quasi nessun quotidiano o Tg che fosse disposto a fare reportage sulle stragi delle organizzazioni jihadiste anti-Assad, in Siria, in quanto ai tempi esse lavoravano in collaborazione con la coalizione occidentale e araba.

È solo recentemente, con l’occupazione da parte delle truppe di al-Baghdadi di vaste porzione dei territori siriani e iracheni, che l’ex alleato è diventato il «nemico n. 1» dell’Occidente e dell’umanità intera.

Come scrive Ghassan Michel Rubeiz in The Arab daily news12, «la radice-causa del sistema di terrore in Medio Oriente è difficile da sradicare. La causa è alimentata dalle rivalità tra sunniti e sciiti, dalla povertà, dalla disoccupazione, dalle dinastie dispotiche, dalle umiliazioni politiche e dalle interferenze straniere negli affari locali. Il sistema di credenza dell’Is si basa su tre idee: l’Islam è la soluzione; l’Occidente è responsabile per la maggior parte di ciò che va storto in Medio Oriente; i governanti locali sono agenti cooptati dall’Occidente».

In un video, l’ex segretario di stato Usa Hillary Clinton afferma che al Qa’ida fu creata dalla Cia: «La gente con cui combattiamo oggi l’abbiamo finanziata 20 anni fa»13.

Analogamente, alla domanda se non fossero dispiaciuti di aver sostenuto il fondamentalismo islamico  e i futuri terroristi con armamenti e addestramento, Zbigniew Brzezinski ha risposto: «Cos’è stato più importante per la storia del mondo? I Taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»14.

Secondo l’economista e storico canadese, Michel Chossudovsky15, ci sono prove della cooptazione del fondamentalismo islamico nel progetto di «nuovo ordine mondiale», rilanciato dall’amministrazione Usa durante il discorso del Cairo, il 4 giugno del 200916.

Alla fine del 2010 cominciarono i preparativi per far sì che la religione islamica diventasse uno strumento della politica estera degli Stati Uniti, attraverso la manipolazione di partiti e movimenti musulmani.

Per raggiungere tale obiettivo, nel 2011 fu ripresa l’alleanza statunitense con i gruppi deviati di militanti che affermavano di lottare sotto la bandiera dell’Islam. L’alleanza si esplicitò nella guerra contro Gheddafi in Libia e poi contro Assad in Siria17.

Dal 2001 in poi, gli Usa e i loro alleati avevano condotto guerre limitate a qualche territorio islamico: Afghanistan, Iraq, Somalia. Oggi siamo al conflitto globale e simultaneo contro diversi stati.

Si tratta della terza fase dello scontro di civiltà con il mondo islamico: la prima iniziò nella seconda metà degli anni ‘90 del secolo scorso, con la creazione del progetto del nuovo ordine mondiale-nuovo Medio Oriente, che passò attraverso la tragedia delle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001, e le sopracitate guerre. Poi ci fu la seconda fase, quella avviata con il discorso di Obama al Cairo, A New Beginning (Un nuovo inizio)18, quando, con una retorica forbita e colta, affascinò e sedusse il mondo islamico, in particolare quello legato alla Fratellanza islamica, e diede il via alle Primavere arabe, rivolte popolari infiltrate e pilotate dall’esterno.

La terza fase ha come sfondo il collasso e la trasformazione delle Primavere in colpi di stato (Egitto), tentativi di golpe e guerra civile (Siria), instabilità in Tunisia, guerra in Yemen, repressioni governative in Bahrayn, Qatar e Arabia Saudita, la creazione del Califfato Islamico di al-Baghdadi  in Iraq e Siria e la dichiarazione di guerra degli Usa al «terrorismo islamico», che vede impegnati diversi stati arabi, tra cui le petromonarchie del Golfo e la Turchia.

Le mosse e gli obiettivi

Enrico Galoppini, storico del mondo arabo-islamico, scrive19: «La fase finale della guerra dell’Occidente contro l’Islam è finalmente cominciata. Tanto più che quest’ultimo s’è dotato d’un “medievale” e terrificante “Califfato”.

Da quando è stato proclamato un improbabile califfato a cavallo della Siria orientale e dell’Iraq centro-settentrionale, l’Islam è tornato prepotentemente nelle case degli occidentali, sottoposti a dosi da cavallo di messaggi sensazionalistici e allarmistici capaci di provocare sconcerto e preoccupazione persino tra gli stessi musulmani. Ma prima di giungere a tanto, serviva la cosiddetta “Primavera araba”, il cui obiettivo principale è stato l’eliminazione dei “regimi arabi moderati” che almeno ufficialmente l’Occidente sosteneva da anni contro gli “estremisti” (…).

Tutto però è cominciato con l’azione terroristica in territorio americano attribuita alla fantomatica al-Qaida. (…) A garantirci dall’orda famelica dell’Islam guerrigliero e spietato sussistevano i “regimi arabi moderati”, i quali, dal 2011, dopo il celebre discorso di Obama al Cairo (giugno 2009) nel quale, astutamente, “tendeva la mano all’Islam”, sono stati rovesciati con le note tecniche di sovversione dall’interno denominate “Primavera araba”, altrove note come “rivoluzioni colorate”. Quando non bastava l’azione di prezzolati del posto, perlopiù tratti dai ranghi del cosiddetto “Islam politico” preceduti da sinceri ma sprovveduti “liberali” (oltre alla solita teppaglia che si trova sempre), l’Occidente interveniva col classico apparato di cannoniere e bombardieri (si veda il caso libico).

Ad una prima fase islamofobica dominata dalla figura di Osama bin Laden, del suo vice al-Zawahiri e degli altri luogotenenti (tipo al-Zarqawi), con tutto il corredo di “attentati terroristici” (Londra, Madrid ecc.) e teste mozzate cui facevano da contraltare le sparate da cowboy di Bush, le tute arancioni di Guantanamo e le torture di Abu Ghraib, ha fatto seguito la “fase della speranza”, col pubblico occidentale illuso sulle magnifiche sorti e progressive alle quali avrebbero aspirato le masse arabe e islamiche desideranti la “democrazia”. Una “democrazia islamica” sotto l’insegna dei Fratelli musulmani e delle varie sigle ad essi riconducibili che qua e là hanno preso il potere.

L’apice di questa seconda fase nella quale anche i peggiori tagliagole diventavano araldi della libertà ha coinciso con la prima parte della cosiddetta “rivolta siriana”, che – pur inscrivendosi nella “Primavera araba” – ha posto in inevitabile risalto, data la posizione strategica della Siria, la portata strategica di un’operazione mirata al rovesciamento del regime di Damasco.

(…) Ad un certo punto, però, col rovesciamento del presidente egiziano tratto dai ranghi della Fratellanza musulmana, Muhammad Morsi, qualcosa nel dispositivo sovversivo innescato dagli occidentali s’è inceppato. La “rivolta siriana” è entrata in crisi, così come s’è incrinato il meccanismo sin lì tetragono della propaganda unilaterale occidentalista, anche se, a dire il vero, le voci discordanti rispetto al mainstream vertevano soprattutto sul “massacro dei cristiani” da parte dei fanatici islamici delle formazioni “jihadiste”; il che prefigurava la piega da “Nuova crociata” che finalmente s’è manifestata con l’emergere di quest’inedito “Califfato”.

Con la Libia consegnata alle bande fondamentaliste ed enormi bacini petroliferi di Siria ed Iraq in mano ai seguaci del “califfo”, il volto più terrificante dell’Islam può finalmente entrare nelle case degli italiani e degli altri sudditi dell’Occidente.

Ed è questa la fase numero tre del progetto che punta a destabilizzare definitivamente tutto il Mediterraneo ed il Vicino Oriente, con la non troppo remota possibilità di vedersi coinvolti militarmente in una guerra.

Da un punto di vista propagandistico, il terrore islamofobico che questa nuova fase è in grado di suscitare negli animi di persone ingenue, manipolate e conquistate ai “valori occidentali” è senz’altro più elevato di quello della prima fase con Bin Laden e soci a “bucare lo schermo”.

(…) Il temibile “Califfato”, coi suoi alleati posizionati sulla costa libica, novelli saraceni, sta lì a minacciarci col suo “Medio Evo”; pertanto, se si vuol salvare la “modernità” con tutti i suoi “valori”, non è più possibile sottrarsi al richiamo alle armi dell’Occidente a guida anglo-sionista.

Frotte di “migranti” tra i quali potrebbero nascondersi dei “terroristi” vengono rovesciate sulle nostre indifese coste, mentre tra i figli della cosiddetta “seconda generazione” spopola il richiamo alla “guerra santa”. Da qualche parte, nel Levante, c’è un “Califfo” che vagheggia di conquistare Roma, mentre “i cristiani” e le minoranze subiscono massacri, e poco importa ai fini propagandistici se musulmani di vedute diverse da quelle dell’Is sono sottoposti a medesimo trattamento. Questo è quanto trasuda da giornali e tg, che in due minuti frullano tutto in un cocktail terrificante al termine del quale il malcapitato ed impreparato spettatore non potrà che augurarsi una selva di bombe atomiche sull’intero Medioriente».

 Le contromosse di al-Qaida

È notizia del settembre 2014 l’apertura di una «filiale» di al-Qaida in India: «al-Qaida in the Indian Subcontinent» (Aqis) da parte di Ayman al-Zawahiri.

In un lungo video postato in internet, al-Zawahiri20, che è subentrato nella direzione del gruppo terrorista dopo la morte di Osama bin Laden, nel 2011, ha lanciato un appello a tutti i musulmani indiani a «unirsi alla carovana del jihad», ribadendo la lealtà al mullah Omar, capo dei Talibani afghani, e attaccando l’Is di al-Baghdadi per aver osato sfidare l’egemonia internazionale dell’organizzazione-madre, al-Qaida.

Aqis dovrà farsi «portatrice standard del messaggio globale di Bin Laden per unire il mondo islamico nella guerra contro il nemico e liberare le terre occupate e stabilire il califfato», afferma al-Zawahiri nel video. Un altro, dunque, che vuole stabilire il califfato islamico, e in competizione con l’Is.

Siamo di fronte a una nuova fase del fondamentalismo islamico violento: la lotta intestina tra gruppi e fazioni rivali, tra jihadisti salafi e jihadisti takfiri. I primi, legati alla rete di al-Qaida, hanno come obiettivo bellico l’Occidente miscredente. I secondi lottano (anche) contro gli stessi musulmani – sciiti, alawiti e sunniti – che non condividono la loro linea di pensiero e azione.

L’organizzazione di al-Qaida e l’Is di al-Baghdadi, quindi, sono in conflitto tra di loro sul piano della spartizione delle aree di influenza.

È in particolare in Siria che tale situazione si manifesta in modo drammatico: l’alleanza del terrore tra i vari gruppi che si oppongono al regime Assad è saltata proprio sulla decisione di al-Baghdadi di creare un «califfato islamico» arrogandosi potere e territori per sé e il suo gruppo e attaccando tutte le altre formazioni.

La Fratellanza musulmana, che nel 2011 è stata promotrice, insieme ad altri movimenti e gruppi e a vari paesi occidentali, della rivolta contro il regime di Damasco, è stata messa da parte e quasi estromessa dalla lotta proprio dalle fazioni qaediste con cui si era alleata, subendo violenze e persecuzioni.

L’esito sono le guerre in corso in Libia, Siria e Iraq, e i bombardamenti decisi a settembre dal presidente Barack Obama contro il «terrorismo islamico», in parallelo alla decisione paradossale dell’amministrazione Usa di continuare a finanziare le formazioni islamiche «moderate», ma sempre legate al-Qaida, nella consueta logica apparente del divide et impera o del «male minore».

La lotta di al-Qaida è bifronte: contro l’Occidente miscredente e conquistatore e contro il figlio traditore, l’Is che si sta accaparrando aree sempre più ampie di influenza (oltre a armi, pozzi e rotte petrolifere) in Medio Oriente e Nordafrica, in un appeal crescente tra le tribù arabe irachene, i giovani musulmani in Europa e in altri continenti.

La sua presenza, dunque, in regioni come India, Pakistan e Bangladesh, con mezzo miliardo di musulmani, potrebbe garantirle di nuovo visibilità e potere. Insomma, la nuova formazione terrorista, non promette nulla di buono, anzi, fa prevedere scenari di destabilizzazione e caos ancora maggiori.

 Un futuro di guerre e terrorismo

A settembre del 2014, il segretario di stato Usa, John Kerry, ha dichiarato: «Nella nostra campagna contro l’Is, non ci lasceremo fermare dalla geografia e dai confini nazionali»21. Ridisegnare il Medio Oriente, scavalcando il diritto internazionale, è uno degli obiettivi della nuova guerra statunitense. Chiunque egli sia, il califfo al-Baghdadi, con le sue orde brutali, è il rivale d’armi ideale per chi voglia destabilizzare il mondo e accapparrarsi le fonti energetiche di Africa e Medio Oriente. Una nuova stagione di conflitti si è aperta.•

( fonte: dossier di  Missioni Consolata. Rivista dei missionari della Consolata in Italia fondata nel 1899)

qui dossier in formato sfogiabile http://sfogliabile.rivistamissioniconsolata.it/2015/MC_01_2015/index.html#44

il DOSSIER è disponibile per la lettura andando sul sito: http://www.rivistamissioniconsolata.it/new/articolo.php?id=3472