Il regime arma il suo braccio destro: l’informazione

ba763338af1919bcd8c430bdedef987f_XLInformazione e ordine dei giornalisti: un’armata Brancaleone alla ricerca di legittimazione.

di Virgilio Violo  fonte FLIP

“Carcere e sanzioni per chi fa abusivamente il giornalista professionista o esercita altre professioni regolamentate senza aver superato l’esame di Stato. La modifica all’articolo 348 Cp approvata dal Senato presto sarà discussa dalla Camera. «Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature e degli strumenti utilizzati». I pubblicisti possono collaborare con i giornali ma non lavorare da professionisti (come cronisti, inviati, funzioni interne dirigenziali)”.

Questa la proposta dei nostri illuminati governanti. Prepariamoci ad espatriare per poter esprimere liberamente il nostro pensiero, come al tempo del fascismo. Gli ordini professionali furono istituiti sotto il regime fascista per ausilio e supporto all’operato della pubblica amministrazione ed erano relativamente pochi, si contavano sulla punta delle dita.

L’ordine dei giornalisti venne creato per altri scopi: si aveva bisogno del consenso delle masse. Oggi gli ordini professionali sfiorano quasi la trentina, si va dall’ordine dei maestri di sci a quello delle assistenti all’infanzia, dei medici, dei notai e così via… L’esistenza di un ordine conviene a tutti:conviene agli iscritti, conviene ai politici, che nelle varie categorie ordinistiche trovano il loro bacino elettorale, e conviene per alcuni versi anche all’utente finale che nell’iscrizione ad un albo intravede una garanzia di professionalità, i medici ad esempio. Dal dopo guerra ad oggi, con il tempo, è venuto però meno lo scopo per cui furono creati durante il fascismo e questi, proliferati all’ennesima potenza, sono diventate corporazioni contro tutto e tutti a beneficio dei propri iscritti, vedi farmacisti, notai… e company.

Siamo il paese delle corporazioni ma nessuno ne parla mai, forse anche perché la maggior parte della classe politica è espressione di queste. Anni fa Bersani provò a ridimensionarle abolendo i minimi tariffari, vere e proprie salassi onerosi a carico dei cittadini, ebbe scarso successo: i sindacati si possono sconfiggere, gli ordini no: anche se i minimi risultano aboliti per legge, qualora si instauri una controversia, tra professionista e fruitore della prestazione, il giudice si rivolge all’ordine professionale per una valutazione professionale, ed ecco che quei famosi minimi usciti dalla porta tornano dalla finestra, nulla è cambiato, tutto è come prima, con buona pace degli ordini.

Ma torniamo a ciò che ci interessa, all’ordine dei giornalisti, un “unicum”, che esiste solo nel nostro Paese e non in altre parti del mondo. In realtà coloro che sono iscritti all’albo dei giornalisti professionisti (meno della metà dei colleghi iscritti all’Inpgi 2, la cassa di previdenza dei giornalisti autonomi) non sono altro che dipendenti al soldo dell’editore adusi a farsi chiamare pomposamente “giornalisti“. Il contratto stipulato tra il sindacato e quest’ultimo del resto ne testimonia la dipendenza. Ed è proprio questa dipendenza economica che menoma l’imparzialità e la professionalità di chi svolge il delicato ruolo di informare. Chi svolge questo mestiere deve essere messo in condizione di poterlo svolgere, libero da dipendenza economica e psicologica, esclusivamente a servizio della società civile, quale suo occhio vigile, cosa che non è. I veri professionisti dell’informazione sono i giornalisti autonomi, i c.d. free lance, come del resto è normale sia, ma da noi non è dato. Tramite i finanziamenti all’editoria i politici controllano gli editori e gli editori, tramite lo stipendio, i dipendenti: per i veri giornalisti non c’è spazio, fanno paura, così pure fa paura chi, anche se non iscritto all’albo, voglia fare informazione.

Per il rinnovo di quest’ultimo contratto Il sindacato dei dipendenti degli editori, Governo ed editori, per la prima volta nella storia hanno voluto dare un ossetto anche a chi, disperatamente, cerca di fare vera informazione, hanno indossato la foglia di fico: …..si riconosce a ogni effetto il lavoro autonomo giornalistico al quale venivano negati diritti essenziali e titoli negoziali. (Sino ad oggi il collaboratore non contrattualizzato non aveva una retribuzione minima garantita; il che ha consentito prestazioni gratuite, oppure davvero minimali con 1,5/2,5/3.00/5.00 euro, estremamente diffuse). Da ora in avanti il collaboratore ha una retribuzione minima di 250 euro per un minimo di 12 collaborazioni mensili per i quotidiani. Sigh!

Ma se con una mano si da, e che regalia! con un’altra si prende: “carcere e sanzioni per chi esercita abusivamente la professione” . Siamo oramai in pieno regime, e noi tutti fessacchiotti! Allora noi gli rispondiamo che: mentre il diritto alla manifestazione del proprio pensiero è sancito costituzionalmente (art.21), l’obbligatorietà dell’iscrizione all’ordine dei giornalisti non è sancito costituzionalmente e neppure l’istituzione di un ordine. La Corte Costituzionale, con sentenza 10 febbraio 1997 n. 38 ha specificato che, comunque, a prescindere dall’opportunità dell’esistenza di un Ordine professionale dei giornalisti e dall’interesse della collettività al corretto svolgimento dell’importante attività della comunicazione multimediale, la disciplina posta dalla L. 3.2.1963 n. 69 “non ha contenuto costituzionalmente vincolato”. Quindi: prima se vanno a casa meglio è, sono una iattura per il Paese.