Verso un Medio Oriente senza Cristiani? (quarta parte)

Concludiamo dando uno sguardo alla situazione dei Cristiani nella penisola arabica ed in Iran

YEMEN

La quasi inesistente cristianità yemenita rischia la totale estinzione. Complice la guerra che oppone gli insorti sciiti alla coalizione, guidata dall’Arabia Saudita e che a visto il trasferimento ad opera di quest’ultima di milizie salafite affiliate in gran parte ad Al-Quaeda o a formazioni collaterali, la presenza cristiana, quasi totalmente costituita da immigrati è stata brutalmente cancellata. Il martirio delle 4 suore di Madre Teresa e il rapimento dell’unico sacerdote cattolico presente nel paese ne sono stati l’epilogo tragico. La notizia, sia pure poi fortunatamente smentita, della crocifissione di quest’ultimo, lo scorso Venerdì Santo, da la misura di quanto l’odio anticristiano si sia diffuso nel paese. Paese in cui, anche in tempi precedenti l’attuale conflitto essere cristiani non era facile, tanto che la conversione, avvenuta negli anni, di circa 2500 yemeniti aveva provocato a più riprese la levata di scudi delle autorità religiose musulmane e la richiesta pressante di un intervento governativo, che mettesse fine al fenomeno per quanto modesto.

EMIRATI, KUWAIT, BARHAIN, DUBAI, QUATAR, ABU DABI, OMAN

La situazione dei Cristiani nei paesi del golfo persico è sostanzialmente la stessa. In questi paesi non esistono cristiani autoctoni e la “cristianità” è rappresentata dai lavoratori immigrati, tecnici occidentali e manovalanza dal terzo mondo, dagli uomini d’affari e dai turisti. In tutti questi paesi è teoricamente consentito il culto pubblico, tanto che vi sono state costruite delle chiese, nelle capitali, la dove è maggiore la presenza occidentale. Diversa è la condizione dei cristiani facenti parte della manovalanza terzomondiale ai quali è negato ogni espressione, non tanto principalmente in quanto cristiani ma in quanto manodopera fungibile sostanzialmente priva di diritti a prescindere dalla religione . Certo l’essere cristiani è una discriminante in più. Se è possibile stabilire una graduatoria della tolleranza, il paese con condizioni meno vessatorie è l’Oman la cui famiglia reale non ha abbracciato il credo Wahabita, mentre Kuwait e Quatar si disputano il vertice paesi peggiori.

ARABIA SAUDITA

L’Arabia Saudita può essere definita senza tema di smentita l’inferno terreno per i cristiani, che anche qui sono costituiti da personale tecnico occidentale e da manovalanza o personale di servizio domestico del terzo mondo. Non esistono ed è vietato realizzare edifici di culto diverso dal credo musulmano sunnita, nella sua variante wahabita, introdurre testi sacri di religioni diverse o i loro simboli . La presenza massiccia di tecnici e militari occidentali ha fatto si che venisse tollerato a livello ufficiale il culto strettamente privato. Questo però non impedisce che, se si vive fuori dai ghetti dorati destinati agli occidentali, la polizia religiosa possa intervenire a impedire e sanzionare le riunioni di preghiera o il festeggiamento privato delle ricorrenze cristiane come il Natale e la Pasqua. Il fatto, ad esempio, che un albero di Natale sia visibile dall’esterno dell’abitazione può divenire motivo di intervento della polizia religiosa con conseguente sanzione penale, che data la vigente sharia si concreta in pesanti punizioni corporali. E’ assolutamente vietata la ostentazione di simboli della religione cristiana, ma anche il sospetto che li si porti in modo occulto può essere causa, una volta verificato da detta polizia, di pesanti sanzioni. Va da se che, se di massima la polizia religiosa tenderà a far finta di non vedere inevitabili violazioni minime poste in essere dall’ingegnere minerario inglese o dal militare americano, colpirà con inflessibile durezza il manovale pachistano o la domestica filippina.


IRAN

I cristiani residenti nella Repubblica Islamica dell‘Iran sono una ristretta minoranza. La loro presenza dal 1979 a oggi è andata significativamente riducendosi. All’inizio della Rivoluzione si contavano circa 300.000 cristiani su una popolazione di 42 milioni. Ora sono meno di 100.000 (forse solo 80.000) su una popolazione totale di 78 milioni.
La maggioranza dei cristiani è costituita dalla Chiesa Apostolica Armena (65.000-70.000). Poi viene la Chiesa Assira d’Oriente (6000) e la Chiesa Russa e quella Greco-ortodossa, che contano pochissimi fedeli. I protestanti sono soprattutto membri della Chiesa Episcopaliana, Evangelica e delle Assemblee di Dio. Molti pastori di queste chiese hanno lasciato il Paese e hanno fondato delle comunità che parlano farsi all’estero, in Europa, Usa e Canada. Sono comunità molto attive su internet e sulle tv satellitari, trasmettono in farsi e sono molto seguite anche in Iran. Ed è anche per questo che vengono viste, a differenza delle chiese Armena, Caldea e Cattolica latina, che godono di più ampie libertà, come longa manus del “grande satana” americano e sottoposte a restrizioni al limite della perscuzione.

I cristiani cattolici sono suddivisi in tre riti: assiro-caldeo, armeno e latino, e cinque diocesi (tre di rito assiro-caldeo a Teheran, Urmia-Salmas e Ahwaz, una di rito armeno e una di rito latino).La popolazione cattolica è molto piccola. I due vescovi assiro-caldei sostengono che le loro rispettive comunità hanno tra i 1500 e i 2000 fedeli, mentre i latini, contando anche gli stranieri che lavorano temporaneamente in Iran, sono circa 2000. I cattolici dei tre riti e delle cinque diocesi non superano le 7000 unità, e cioè circa il 10% dell’intera comunità cristiana (ortodossi, cattolici e protestanti) e lo 0.01 della popolazione complessiva dell’Iran. a Chiesa cattolica conta ora 3 vescovi, un amministratore apostolico, 12 preti, 14 suore, due laici consacrati. Le chiese sono 7 a Teheran (una è armena, due sono assiro-calde, 4 latine), poi c’è una chiesa assiro-caldea a Urmia e un’altra a Hamedan, una latina a Isfahan e un’altra latina a Tabriz. Altre chiese delle diocesi assiro-caldee sono state aperte in altre città, come Ahwaz, Qazvin, Kermanshah e altri villaggi che circondano Salmas, ma non vi sono preti e religiosi residenti là, ma solo occasionalmente di passaggio.

Come nella quasi totalità dei paesi a maggioranza musulmana i cristiani iraniani sono riconosciuti dalla legge, tollerati in pubblico ma sottoposti a una discriminazione sostanziale nella burocrazia, negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, ogni volta che ci sia da far valere un diritto civile. La vita dei cristiani in Iran non è facile. Eppure i templi cristiani, nel Paese, non sono catacombe. La chiesa cattolica di Teheran, accanto all’ambasciata, fondata dai salesiani nel 1936, è stata rinnovata da poco e ha campane e croci in bella vista; le chiese armene di Isfahan sono incastonate nel quartiere di Jolfa che è cristiano dall’epoca dello scià Abbas I, nel 1604; gli edifici di culto sono monumentali, meta di turisti di tutte le confessioni religiose e possono vantare un museo abbastanza ricco di reperti della tradizione; perfino la chiesa protestante di Rasht, quella che è più nell’occhio del ciclone a causa degli ultimi arresti di fedeli e pastori, all’esterno è riconoscibilissima: due croci rilevate sul portone che spiccano sul fondo bianco del muro. Ma nella Repubblica islamica d’Iran che vive una sorta di schizofrenia sociale. Le comunità, soprattutto nel Nord del Paese, dove ultimamente le conversioni dall’islam al cristianesimo sono state numerose, vivono blindate. Non è permesso l’accesso ai non cristiani alle funzioni per il timore di essere accusati di proselitismo. Diversamente da quanto diffusamente si creda però in Iran non vige la Saharia ma una legislazione laica ispirata ai dettami dell’islam e i cristiani possono contare sui diritti conferiti loro dalla costituzione della repubblica il che comunque li mette al riparo dall’arbitrio dell’autorità ma non dal pregiudizio sociale.

Massimo Granata – Mario Villani

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