Tra due generazioni gli italiani diventeranno una minoranza nel proprio paese

L'Italia e altri paesi europei stanno battendo con fiducia nuovi record verso la direzione dell'estinzione

Tra due generazioni gli italiani diventeranno una minoranza nel proprio paese 1

statua migranti in piazza San Pietro

La fertilità in Italia raggiunge il minimo storico

Il servizio statistico nazionale Istat il 13 di luglio ha rilevato una riduzione del tasso di natalità in Italia che ha raggiunto il valore più basso mai registrato in oltre 150 anni di Unità Nazionale (qui il report ISTAT). Secondo il servizio statistico italiano, nel 2019 in Italia, il tasso di natalità ha raggiunto + 420 mila persone, che è diventato l’indicatore più basso dell’intera storia di queste osservazioni . Rispetto al 2018, gli esperti hanno rilevato che il tasso di natalità per l’anno è diminuito di un altro 4,5% ; questo significa che nel nostro paese sono nate 19 mila persone in meno.

L’Italia e altri paesi europei stanno battendo con fiducia nuovi record. Quindi questo è un fatto innegabile – l’ incredibilmente riduzione della popolazione italiana – vuol dire che entro il 2080, gli italiani diventeranno una minoranza nel proprio paese . E forse anche prima, entro la metà del secolo, ovvero tra due generazioni.

Secondo i dati ufficiali, la popolazione italiana è cresciuta fino al 2015. Secondo le previsioni di Eurostat, la sua popolazione si stabilizzerà nei prossimi decenni. In realtà, ogni anno gli italiani autoctoni diventano un quarto di milione in meno e la tendenza sta solo guadagnando slancio. Ciò significa che la prevista crescita demografica è possibile solo con la migrazione di massa dall’Africa e dall’Asia centrale. Fino ad ora, si sono trasferiti in Italia principalmente rumeni. Tuttavia, il flusso migratorio dai paesi vicini sta rapidamente diminuendo, poiché l’intera Europa sta vivendo un declino demografico e la prolungata crisi economica in Italia priva questo paese di attrattiva per gli altri paesi europei.

Naturalmente la soluzione per non snaturare il retaggio culturale e la tradizione italiana ci sarebbe, sarebbe quello di fare politiche demografiche convincenti ed efficaci. Ma sembra che la problematica interessi solo alcuni partiti di minoranza.

Sull’argomento si espresse anni fa il card Giacomo Biffi. Il suo ragionamento fu il più serio che io abbia mai sentito.

“I generici allarmismi senza dubbio non servono, ma nemmeno le banalizzazioni ansiolitiche e le speranzose minimizzazioni. Né si può sensatamente confidare in un rapido esaurirsi dell’emergenza: è improbabile che tutto si risolva quasi autonomamente, senza positivi interventi, e la tensione stia per sciogliersi presto quasi come un temporale estivo, che di solito è di breve durata e non suscita prolungate preoccupazioni. (card. G. Biffi)

Mentre l’attuale Pontefice è molto lontano dalla preoccupazione che gli italiani originari possano scomparire. La sua prospettiva è il mondialismo, un mondo senza confini ma purtroppo anche senza radici a questo punto. Naturalmente la sua è una opinione è legittima ed ha grande considerazione ma gli effetti descritti dall’Istat sono in atto.

In fondo come abbiamo visto nel bene e nel male – ultimamente soprattutto nel male – lo stato italiano decide in autonomia per il bene comune nei fatti non religiosi.

A tal proposito, ricordo ancora le parole del card Biffi:

Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semi-disabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.

(…)

In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell’Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta – essendo “laicamente” motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche.

Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente “laico”, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobìa, della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse, ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.

dall’intervento dell’arcivescovo di Bologna  G. BIFFI al Seminario della Fondazione Migrantes, 30 settembre 2000

Personalmente non credo che queste parole troveranno gran seguito. Naturalmente ammetto che le cose possono cambiare ma questo passa prima attraverso la mente delle persone.

patrizioricci by @vietatoparlare

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