Tolleranza islamica

(…) Cos’è la tolleranza islamica? Questa domanda suscita una importante considerazione “gnoseologica”. Il significato che diamo alle parole dipende dalla nostra cultura. Pertanto quando parliamo con un musulmano di tolleranza, pace, giustizia, fratellanza, morale, bontà, innocenza, elemosina ecc, non è assolutamente sicuro che intendiamo le stesse cose, anzi è certo che i concetti espressi da queste parole siano profondamente diversi.

Per sapere se l’islàm è una religione tollerante, dobbiamo esaminare

1) i testi sacri, in primis il Corano, integrato dalla Sunna o Tradizione, costituita dagli ahadith, i detti e i fatti del Profeta e dalla Sira, la biografia del Profeta.

2) la shari’a, cioè la legge islamica ricavata dalla rivelazione divina, cioè dai testi sacri, elaborati e interpretati dai giureconsulti islamici ( fuqaha, sing. faqih).

3) la storia dell’islàm, per valutare l’applicazione pratica della shari’a nella storia degli imperi musulmani.

1) i testi sacri

Potrei utilizzare tutto il tempo a disposizione leggendo e commentando i vari versetti coranici, ma è una cosa che potete fare da soli, infatti, non bisogna bruciare il Corano, bisogna leggerlo. Preferisco quindi esporvi i concetti, citando soltanto Sura e numero dei vari versetti.

Il Corano è la diretta parola di Dio rivelata a Maometto dall’arcangelo Gabriele. Non è un racconto o un testo ispirato, è la ripetizione esatta delle parole di Allah rivelate a Maometto, Suo messaggero. Si tratta quindi di parole eterne, immutabili nel tempo e nello spazio.

Purtroppo troviamo versetti tolleranti (pochi) e versetti violenti (moltissimi). La rivelazione del Corano non è stata istantanea, ma si è compiuta in un periodo di 23 anni (dal 610 al 632, anno della morte di Maometto). E’ interessantew notare che i versetti tolleranti sono stati rivelati all’inzio della missione profetica di Maometto, alla Mecca e sono man mano diventati meno tolleranti dopo l’Egira a Medina (622) per diventare decisamente violenti verso la fine (Sura 9)

Alla Mecca, in 13 anni di predicazione, Maometto aveva convertito meno di un centinaio di persone e si era reso inviso ai notabili Meccani che, dopo numerosi tentativi inefficaci di trovare un compromesso decisero di passare alle maniere forti, provocando la fuga dei musulmani a Medina. In questo periodo la predicazione di Maometto fu intransigente dal punto di vista dottrinale (monoteismo assoluto) ma conciliante con Ebrei e Cristiani, di cui ripeteva a grandi linee il messaggio, e anche con i politeisti.

Dopo l’egira il tono della rivelazione cambiò e prescrisse di combattere gli infedeli. Il motivo di questa aggressività risiedeva nella convinzione che chi rifiutava di riconoscere la verità dell’annuncio fatto da Maometto, commetteva un’ingiustizia. Diventava quindi “colpevole” di miscredenza e la miscredenza era di per sé un’aggressione contro l’islàm.

C’è una evidente discrepanza tra i versetti tolleranti rivelati alla Mecca e quelli violenti e aggressivi rivelati a Medina. La brillante soluzione alle contraddizioni del Corano è il “Principio di Abrogazione”, in Arabo “Annaskh wa al manswkh” (L’abrogante e l’abrogato) proposto dallo stesso Corano:

Non abroghiamo un versetto né te lo facciamo dimenticare, senza dartene uno migliore o uguale . Non lo sai che Allah è Onnipotente? (CORANO 2:106)

In base a questo versetto quelli rivelati posteriormente hanno la prevalenza su quelli rivelati anteriormente. Pertanto, siccome i versetti tolleranti sono quelli rivelati alla Mecca prima dell’Egira, mentre quelli violenti sono quelli rivelati posteriormente, a Medina, dopo l’Egira, ovviamente hanno la prevalenza sui versetti meccani.

Rimane un dubbio: come può un versetto rivelato da Allah non essere vero e perfetto come tutto quanto viene da Dio che è perfezione assoluta? La risposta è semplice, se non per noi, almeno per una mentalità semitica. Tutti i versetti sono veri e da applicare, sia quelli tolleranti che quelli intolleranti. Ciò significa che sia la tolleranza che l’intolleranza sono lecite e ammesse, anche se l’intolleranza è preferibile, in quanto prescritta da versetti posteriori, quindi di maggior rilevanza. In pratica ogni musulmano è libero di scegliere il corso di azione che reputa migliore.

Il fatto è che la misura della morale è la vittoria dell’islàm, cioè della verità sulla menzogna e sull’ignoranza. Non esiste un bene assoluto nell’islàm, se non la volontà di Allah. Ciò che vuole è giusto e morale, ciò che proibisce è ingiusto e immorale. Anche la verità non è un valore assoluto come per il Cristianesimo. Se ai musulmani la verità fosse dannosa, si è assolutamente autorizzati a mentire. Questa pratica dell’inganno si chiama “Taqiyya” ed ha una precisa autorizzazione coranica:

I credenti non si alleino con i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro. Allah vi mette in guardia nei Suoi Stessi confronti. Il divenire è verso Allah. (CORANO 3:28)

Ed ecco cosa scrive in merito il celebre commentatore medioevale del Corano, Ibn Kathir (1301-1373), nel suo rinomato Tafsir:

Allah poi disse, (a meno che temiate qualche male da parte loro) intendendo, tranne quei credenti che in qualche area o in qualche tempo temano per la loro sicurezza da parte dei miscredenti.

In questo caso, questi credenti sono autorizzati a mostrare amicizia per i miscredenti, esteriormente, ma mai interiormente. Per esempio, Al-Bukhari ha registrato che Abu Ad-Darda’ disse, “Sorridiamo di fronte a certe persone benché i nostri cuori li maledicono.” Al-Bukhari riferì che Al-Hasan disse, “La Tuqyah (Taqiyya) è permessa fino al giorno della Risurrezione.”

Il fatto è che chiunque si oppone all’islàm e non accetta la missione profetica di Maometto è automaticamente un ingiusto, corrotto, moralmente condannabile, incluso il popolo del Libro che, se fosse onesto, di fronte alla evidente verità del Corano si convertirebbe: se non lo fa è solo per la sua intrinseca immoralità. doppiezza e malafede. Infatti:

Sono certamente miscredenti quelli che dicono: «Allah è il Messia figlio di Maria». (CORANO 5:17)

Dopo queste doverose precisazioni vediamo il famoso versetto 29 della Sura 9, che sta alla base della tolleranza islamica verso le altre religioni.

Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati. (CORANO 9:29)

Poiché gli infedeli “(Corano 2:256: coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, …, che non scelgono la religione della verità”) sono esseri inferiori e spregevoli (Corano 8:55 Di fronte ad Allah non ci sono bestie peggiori di coloro che sono miscredenti e che non crederanno mai; Corano 98:6 In verità i miscredenti fra gente della Scrittura e gli associatori, saranno nel fuoco dell’Inferno, dove rimarranno in perpetuo. Di tutta la creazione essi sono i più abbietti.), devono essere eliminati. Ma se appartengono alla “gente della Scrittura”, cioè Cristiani ed Ebrei e poi, per ragioni pratiche, Zoroastriani e Sabei, possono essere “ tollerati”, a patto che paghino per la protezione (finché non versino umilmente il tributo) e che si comportino da servi fedeli, obbedienti e riconoscenti (e siano soggiogati).

Quindi, anche senza abrogazione, si dimostra che: “Non c’è costrizione nella religione” Infatti, mentre per i politeisti non ci sono opzioni alternative (conversione oppure morte o schiavitù) per il Popolo del Libro non c’è obbligo di conversione. Possono continuare a praticare la loro “falsa” religione purché siano sottomessi e paghino la “jizya”, con una serie di limitazioni, in vigore ancora oggi in quasi tutti i paesi islamici, che li rendono cittadini discriminati, inferiori ai musulmani.

Il versetto è ulteriormente confermato da molti ahadith; qui riassumo quello N° 4294 di Muslim (Sahih Muslim, Libro 19, N° 4294) che riporta le istruzioni di Maometto a chi andava a combattere contro gli infedeli.

“Maometto disse: di fronte agli infedeli hai solo tre opzioni:

1 chiedere la conversione all’islàm

2 in caso di rifiuto chiedere la sottomissione e il pagamento della jizya

3 in caso di rifiuto combattere, con l’aiuto di Allah”

2) LA SHARI’A

La shari’a, o giurisprudenza islamica è la legge sacra derivata dalla rivelazione coranica e dall’esempio di Maometto, per regolare ogni aspetto della vita quotidiana della comunità musulmana e di ogni singolo musulmano. Nello stato islamico, la shari’a regola anche la vita dei sudditi non musulmani e i rapporti tra loro e i musulmani. I non musulmani, in base al Versetto 9:29 erano soggetti al pagamento di una tassa capitaria chiamata “jizya” che garantiva loro la protezione del governo islamico. Questa “protezione” era chiamata Dhimma e quindi i soggetti protetti erano definiti dhimmi.

In cambio di una relativa libertà di culto (non erano obbligati alla conversione) erano tuttavia sottoposti a una serie di misure restrittive abbastanza stabili nel tempo e nello spazio, fino a tempi recentissimi che garantivano la completa soggezione dei dhimmi allo stato islamico e la discriminazione sociale nei confronti dei cittadini musulmani

Il famigerato versetto 9:29 sta alla base del famoso “Patto di Omar”, che riassume le caratteristiche delle misure discriminatorie previste dalla shari’a, comuni alle 4 scuole classiche di giurisprudenza islamica. La misura più grave era l’obbligo al pagamento dellajizya, a cui si accompagnavano numerose altre limitazioni che discriminavano i dhimmi sia sul piano sociale (non costruire nuovi luoghi di culto, nè riparare quelli esistenti, non costruire edifici più alti di quelli musulmani, non poter risiedere nei quartieri musulmani, non poter seppellire i morti vicino ai cimiteri musulmani ecc) che personale (obblighi di vestire in modo da essere riconoscibili, impossibilità di testimoniare nei tribunali islamici, divieto di proselitismo, divieto di criticare l’islàm e il governo islamico ecc).

Non solo i principi enunciati nel Patto di Omar hanno regolato i rapporti con gli infedeli in tutti gli stati islamici e per tutta la loro storia, ma sono validi ancora oggi, come dimostra la recente pubblicazione (1991) della traduzione inglese di un classico manuale di Giurisprudenza islamica del quattordicesimo secolo, “Reliance of the traveller”. L’opera ha ottenuto l’approvazione della celebre Università Islamica al-Azhar del Cairo che attesta che:

la traduzione Inglese è assolutamente conforme al significato del testo originale, che oltretutto è riportato a margine.

la traduzione Inglese (accessibile ai lettori occidentali) rappresenta la versione ortodossa, valida anche oggi, della “shari’a”, la Sacra Legge dell’islàm.

La shari’a sta anche alla base della Dichiarazione del Cairo del 5 Agosto 1990, sottoscritta da tutti gli stati membri dell’OIC (Organizzazione della Conferenza Islamica) che comprende i 57 stati Islamici riconosciuti dall’ONU. La Dichiarazione stabilisce la “Carta dei diritti dell’Uomo nell’islàm”, in contrapposizione alla “Carta dei Diritti Universali dell’Uomo” dell’ONU. In questo documento, i due articoli finali (24 e 25) subordinano tutti i diritti umani alla shari’a e recitano testualmente:

Articolo 24: Tutti i diritti e le libertà enunciate nella presente Dichiarazione sono soggette alla shari’a islamica.

Articolo 25: La shari’a islamica è la sola fonte di riferimento per l’interpretazione di qualsiasi articolo della presente Dichiarazione.

3) La storia

La rivelazione divina ha stabilito regole di vita e di condotta per l’umanità che sono state codificate nella shari’a. Anche i rapporti tra musulmani e infedeli sono stati codificati dalla shari’a. Ovviamente l’applicazione ha subito variazioni nel tempo e nello spazio, essendo applicata in modo più o meno rigido a seconda delle situazioni storiche contingenti e della volontà del governante di turno. Non si può in questa sede ripercorrere tutti i 1350 anni della storia islamica. Mi limiterò a commentare i resoconti storici che ci presentano gli idilliaci rapporti tra le varie comunità religiose negli stati islamici.

La storia che ci viene raccontata sorvola sui secoli di conquiste Arabe e Turche di territori e popolazioni non musulmane e sui metodi della loro sottomissione, ma si concentra solo su alcuni episodi, veri o presunti, creando una vera e propria “metastoria” islamica.

Si intende per “metastoria” una “immaginazione storica” (dal titolo dell’opera di Hayden White del 1973) ossia storia immaginaria, storia mitica o storia mitizzata, ispirata da una ideologia precostituita (spesso, ma non solo, una religione rivelata), utilizzata per dimostrare la realtà del mito, mediante una ricostruzione fantastica della storia a sostegno della tesi ideologica..

Pilastri della metastoria sono:

la “invenzione verosimile” di eventi a sostegno della tesi ideologica.

la “scelta interessata” di eventi reali, con l’esposizione, spesso enfatizzata degli “eventi positivi” utili alla conferma dell’ideologia, con l’esposizione parziale degli “eventi controversi” e con la cancellazione o la negazione degli “eventi negativi”, cioè di quelli contrari alla tesi sostenuta (negazionismo).

la “interpretazione orientata” dei fatti sia inventati, che scelti o negati (in parte o in toto) al fine di far apparire reale una realtà fittizia (teorie del complotto e simili) o guadagnare una giustificazione morale per azioni e decisioni discutibili (giustificazionismo)

La metastoria islamica si basa sulla rappresentazione enfatizzata e distorta di pochi episodi della lunga storia islamica. Abbiamo una interpretazione settaria delle Crociate, dipinte come una aggressione colonialista del pacifico oriente islamico, mentre fu solo una tardiva e inefficace reazione a oltre 4 secoli di jihad islamica contro pacifiche e ricche popolazioni Cristiane, scatenata dalla profanazione dei luoghi più sacri della Cristianità, dalle continue aggressioni sui pellegrini Cristiani e dalla richiesta di aiuto dell’imperatore Bizantino Alessio Comneno, dopo la grave sconfitta subita da Bisanzio a Mazincerta nel 1071, in seguito alla quale aveva perduto gran parte dell’Anatolia.

Abbiamo una rappresentazione idilliaca dell’Andalusia islamica dove musulmani Ebrei e Cristiani avrebbero vissuto in armonia tanto da denominare “Progetto Cordoba” la proposta di costruzione della mega-moschea di New York. In realtà le cose non erano così idilliache, dato che la popolazione dhimmi era sottoposta a gravose tasse che consentivano ai musulmani un benessere non legato alla loro capacità produttiva. L’unica difesa contro la rapacità fiscale della classe dominante musulmana era la conversione, tanto che si giunse a vietare la conversione pur di garantire un adeguato introito fiscale. Per chi non riusciva a pagare la jizya la pena era la schiavitù, pratica ampiamente utilizzata dai musulmani che oltretutto razziavano le terre degli infedeli per procurarsi continuamente nuovi schiavi o per rilasciare i prigionieri catturati dietro adeguato riscatto. Questa pratica continuò fino al XIX secolo.

Che la tanto decantata “Convivencia” Andalusa sia solo una rappresentazione metastorica è documentato dal massacro della popolazione Ebraica di Granada del 1066. Il Sultano aveva nominato suo vizir un Ebreo, Salomon Al-Nagrila, originariamente un commerciante, incaricato poi dell’esazione delle tasse. Il successo come esattore gli procurò la nomina a Vizir, carica che poi fu trasferita al figlio Giuseppe. Purtroppo questa situazione non cambiò la shari’a e le sue regole. La folla musulmana fu aizzata contro i due Vizir dai mullah che sostenevano, shari’a alla mano, che i musulmani non potevano essere sottoposti a un infedele, come era il Vizir Ebreo. Scoppiò una rivolta antiebraica, durante la quale sia Salomon che il figlio Giuseppe furono uccisi, dopo di che la folla si scatenò contro la popolazione Ebraica che fu sommariamente massacrata e i cui beni furono razziati. Si calcola che le vittime abbiano superato le 4000 unità, molte di più del totale degli eccidi antisemiti perpetrati nella valle del Reno durante la prima Crociata da Emico von Leisingen e dai suoi accoliti.

Abbiamo poi la testimonianza di Mosé Maimonide, Ebreo nativo di Cordova, uno dei più grandi intellettuali del medio evo, la cui famiglia fu costretta a fuggire in Marocco nel 1148, quando Maimonide aveva solo 13 anni, a causa delle persecuzioni scatenate dai nuovi governanti della Spagna islamica, gli Almohavidi. Purtroppo anche Fez, dove la famiglia si era rifugiata, non era sicura, per cui Maimonide fuggì nuovamente, rifugiandosi prima ad Acri e poi definitivamente nell’Egitto dei Fatimidi, dove la shari’a era applicata con meno rigore tanto che divenne medico personale del Saladino. Nello stesso periodo si scatenò una violenta persecuzione antiebraica nello Yemen con una politica di conversioni forzate che spinsero Maimonide a scrivere ai suoi correligionari Yemeniti la celebre “Epistola agli Ebrei dello Yemen” in cui descrive e stigmatizza le persecuzioni dei musulmani contro gli Ebrei e in cui definisce il Profeta dell’islàm come il “meshugga”, parola ebraica per “il pazzo”.

Anche l’idea della intolleranza dell’Europa Cristiana rispetto alla tolleranza dell’islàm è smentita dai numeri. Senza voler sostenere che in Europa non ci fu discriminazione antiebraica, bisogna però concludere che fu meno pressante delle persecuzioni antiebraiche dell’islàm. Molti degli Ebrei espulsi dalla Spagna si rifugiarono in altre nazioni Europee (particolarmente Italia e Portogallo) mentre molti si spostarono in Nord-Africa per poi giungere a Istanbul. La popolazione Ebraica di Istanbul crebbe da 20 mila a 40 mila unità, ma in meno di 50 anni ritornò ai livelli pre emigrazione Spagnola. Non solo, ma la popolazione Ebraica dell’impero Ottomano si mantenne stabile, mentre quella dell’Europa Occidentale crebbe stabilmente.

Abbiamo infine l’apprezzamento della tolleranza dell’impero Ottomano come esempio di società multi-razziale e multiculturale, anche se in realtà il miglioramento delle condizioni dei dhimmi dipese dall’influenza delle potenze occidentali su di uno stato ormai in disfacimento. Ma nessuno parla della schiavitù istituzionalizzata nel mondo islamico che raggiunse vette di perfezione mai raggiunte dallo schiavismo Americano. Pochi sanno infatti cosa sia il “devshirne” o tassa del sangue, una pratica Ottomana consistente nel requisire come schiavi dal 10 al 20 % dei bambini maschi, figli dei Cristiani dei Balcani, da istruire come musulmani e da arruolare nel corpo dei Giannizzeri, le truppe scelte del Sultano. Il devshirne fu praticato dal 14° fino alla fine del 17° secolo, periodo in cui la devastazione psicologica delle popolazioni dhimmi era talmente profonda che alcune famiglie auspicavano la scelta dei loro figli come schiavi del devshirne, considerandolo l’unico mezzo per sottrarli alla dhimma e sperare in una possibile elevazione sociale, se pure al prezzo della perdita della libertà e di ogni legame familiare e culturale con la terra di origine.

Ciò per quanto riguarda la storia meno recente. Per quanto riguarda la storia più recente, basta leggere la cronaca giornalistica attuale delle persecuzioni anti cristiane in Egitto, Iraq, Pakistan, Sudan, Nigeria, Indonesia ecc.

Le responsabilità occidentali nell’origine del mito

Attualmente nei paesi musulmani è diffusa una evidente ostilità contro l’occidente e una evidente intolleranza verso le minoranze non musulmane locali; i discorsi sulla tolleranza, invece, sono pronunciati principalmente dagli esponenti e dagli intellettuali musulmani dell’occidente che cercano di accreditare una immagine benevola dell’islàm per ottenere accettazione, accoglienza e benefici.

Questo atteggiamento ben si accorda con il relativismo morale cui si è accennato in precedenza (tolleranza del Corano meccano, intolleranza del Corano Medinese) e con la pratica della Taqiyya.

Ma una grave responsabilità è pure imputabile ai non musulmani, in particolare agli intellettuali, agli artisti e ai politici di casa nostra, responsabilità che ha origini lontane.

Intellettuali

Spesso gli intellettuali si scoprono moralisti e per criticare i costumi del loro tempo indulgono a confronti con altre civiltà ritenute moralmente più corrette. Uno dei primi esempi ci viene fornito dal grande storico romano Tacito che nel suo trattatello “Germania” esaltava le virtù dei barbari Germani, contrapponendole ai corrotti costumi dell’impero romano. Dobbiamo poi ricordare il mito del nobile selvaggio iniziato da Pietro Martire Anglerio (e ripreso molto più tardi da Rousseau) e sviluppato da Montaigne nel suo trattatello “Sui cannibali” in cui apprezzava la buona abitudine dei cannibali Americani di cibarsi dei nemici morti, mentre in Europa si facevano a pezzi i vivi, mangiandone direttamente proprietà e onore (in senso metaforico, ma non troppo). La moda continuò durante l’illuminismo, esaltando le virtù di civiltà esotiche e poco note per criticare per contrasto la società Europea contemporanea. I primi resoconti sulla tolleranza islamica si trovano nelle “Lettere Pastorali” di Pierre Jurieu in cui si esalta la tolleranza dei Maomettani rispetto all’intolleranza Cattolica, per scoprire che Jurieu era un Ugonotto nemico giurato di Bossuet e della chiesa Cattolica. Nel ‘700 poi si ha un profluvio di operette morali di questo tipo, molte delle quali ispirate ai musulmani, o, come si diceva allora, ai Turchi. Così, oltre alle “lettere Cinesi”, alle “lettere di una Peruviana” e alle “lettere di Xo-Ho”, abbiamo le famose “lettere Persiane” di Montesquieu e le “Lettere scritte da una spia Turca”.

A queste prime opere seguono opere più specifiche riguardanti l’islàm, se pure di grande superficialità, anche perché ispirate dalla feroce critica illuminista all’oscurantismo ecclesiastico della Chiesa Cattolica. Si tratta infatti di opere di illuministi atei, tipo Voltaire o di intellettuali protestanti che scrivono principalmente contro la chiesa cattolica. Questa visione edulcorata e totalmente falsa del mondo Ottomano influenzò anche uno storico del calibro di Gibbon che aveva una visione molto superficiale e approssimativa del mondo islamico.

Artisti

Come documentato da numerosissimi rapporti diplomatici del tempo, la situazione sul campo era tutt’altro che rosea, ma si trattava di documenti conservati nelle cancellerie Europee che non raggiungevano il grande pubblico la cui idea dell’oriente e dell’islàm veniva plasmata dai libri scritti con intenti morali e didascalici e non come valutazioni storiche. Così, l’dea della tolleranza islamica si diffuse anche tra gli artisti: basti ricordare Mozart, col suo “Il ratto dal serraglio” basato sull’idea del “Turco generoso”! Col romanticismo l’idea di un islàm benevolo e socialmente avanzato esplose col romanzo pseudostorico. Possiamo ricordare tra gli autori più celebri del tempo (oggi un poco meno noti) Sir Walter Scott che dipinge le tenzoni cavalleresche tra Cristiani e Saraceni, Washington Irving (1783-1859) con i suoi “Racconti dell’Alhambra” che ci racconta le meraviglie dell’Andalusia islamica e François-René de Chateaubriand che ci racconta la triste fine dell’Emirato di Granada nelle “Avventure dell’ultimo degli Abencerages”. Purtroppo la finzione romanzesca di questi autori romantici aveva poco da spartire con la realtà della vita quotidiana dei dhimmi sottoposti ad ogni tipo di vessazione.

Politici

L’apertura del mondo islamico all’occidente si ebbe dopo l’invasione Napoleonica dell’Egitto nel 1798, che fu uno shock inaspettato per la società Ottomana sicura da secoli di essere la migliore e più potente società possibile. E’ dopo questa spedizione che in Europa iniziano seri studi del vicino Oriente, studi che continuano fino a metà del XX secolo. Ma, fin quasi dall’inizio, le contese tra le varie potenze Europee interferirono con la valutazione onesta dell’islàm e della società che aveva prodotto.

Iniziamo con l’invenzione della Tolleranza Ottomana e della sua meravigliosa cultura interrazziale, propagandata dalle potenze Europee in funzione antirussa. Chi ricorda la guerra di Crimea, parte del famoso Risorgimento Italiano? chi erano i belligeranti? Anche gli alleati dell’impero ottomano non si amavano e, temendo di non riuscire ad arraffare le sue spoglie, e quindi di consentire il rafforzamento dei loro avversari, si impegnarono a sostenerlo, convincendo l’opinione pubblica che il sistema tollerante dell’islàm Turco era la ricetta migliore per governare le popolazioni balcaniche Cristiane Orientali, slave, greche, armene e bulgare. La cosa non funzionò e si arrivò alla prima guerra mondiale; gli Ottomani si schierarono con Austria e Prussia e la loro resistenza a Gallipoli bloccò l’avanzata degli alleati nel mar Nero, favorendo la caduta del regime zarista del 1917 e l’allungamento della guerra.

Seguirono le schermaglie post belliche in cui Francia e Inghilterra, potenze vincitrici, si preoccuparono di spartirsi la maggior parte del medio-oriente, abbandonando al loro destino le popolazioni dhimmi e cercando di ingraziarsi la maggioranza Arabo-musulmana, inventandosi un immaginario e improbabile panArabismo nazionalista e laico che riuscì solo a preparare il terreno per il panislamismo aggressivo odierno. Anche questa operazione era basata sulla propaganda, utilizzata per convincere l’opinione pubblica occidentale della tolleranza islamica e quindi della possibilità di organizzare il medio oriente in unità nazionali Arabe ove Cristiani Ebrei e Musulmani potessero vivere come cittadini con pari diritti, dimenticando 13 secoli di soggezione, discriminazione e persecuzione religiosa.

Si arriva così alla seconda guerra mondiale, in cui, nonostante i tentativi di Inghilterra e Francia di guadagnarsi il favore degli Arabi, questi si schierano decisamente con le forze totalitarie dell’asse, contro le democrazie, commettendo l’ennesimo errore e subendo l’ennesima sconfitta. Da notare che dopo la sconfitta si arriva alla miracolosa fondazione dello Stato di Israele all’ONU, con il voto favorevole determinante del blocco sovietico (che disponeva di 5 voti: bastava che ne mancassero solo 3 per bocciare la mozione!), il voto favorevole personale del Presidente Americano Truman, in contrasto con il parere ferocemente avverso del suo Dipartimento di Stato, in mano ai petrolieri dell’ArAmCo, e con la pilatesca astensione della Gran Bretagna.

In seguito contò solo il petrolio e l’enorme potenza economica dell’Arabia Saudita che consentì di finanziare, con vagoni di petrodollari, la propaganda islamica non solo nelle moschee del mondo occidentale ma specialmente nelle Università Americane ed Europee.

Conclusione

In conclusione possiamo dire che l’islàm è una religione e un sistema di vita tollerante verso le minoranze discriminate e soggiogate. La tolleranza dipende dal fatto che a soggetti definiti inferiori dalla shari’a è consentito vivere e lavorare al fine di pagare tasse che consentano ai loro padroni islamici un immeritato benessere, ma, come per la gallina dalle uova d’oro, non bisogna esagerare: se la popolazione dhimmi viene troppo vessata, alla fine diventa improduttiva e non risulta più utile alla società islamica dominatrice; si riscatena allora l’intolleranza contro i dhimmi che rimangono sempre e comunque cittadini di seconda classe.

Pertanto la finta “tolleranza” islamica deve essere assolutamente rifiutata e bisogna imporre agli islamici il principio che tutti gli esseri umani sono uguali e con identici diritti e doveri per il solo fatto di essere umani. Essere musulmano non deve procurare alcun particolare vantaggio e non esserlo non deve comportare alcun particolare svantaggio: solo così si potrà eliminare lo scandalo della “tolleranza islamica”.

fonte: www.lisistrata.com