SIRIA: UNA STORIA GIA’ VISTA

NEWS_14605629 agosto 2013 alle ore 12.02 fonte  Associazione Culturale In Verticale

 Una Storia già vista.

Cambiano le circostanze, ma non gli interpreti. La mano oscura che muove i fili è sempre la stessa. Siamo con molta probabilità alla vigilia di un nuovo conflitto, che questa volta sembra poter assumere dimensioni ed esiti ben più incerti. Non potrà essere semplicemente una seconda Libia. Da una parte gli sgherri del nuovo ordine mondiale Usa e Israele, dall’altra gli ultimi baluardi della sovranità nazionale. Infatti, la Russia pare sempre più determinata a difendere la posizione del Presidente Siriano Bashar Al-Assad, con la Cina che potrebbe seguirla. Senza contare le alleanze già sancite con Iran e le milizie Hezbollah.

Premesse già viste.

I ribelli “siriani” finanziati da Mamma Usa e figlioccia Arabia Saudita, riportano alla mente i primi anni 80, quando durante la guerra del Golfo gli Stati Uniti finanziarono i guerriglieri sunniti contro gli sciiti khomeneisti. Oppure ci si potrebbe ricordare che,nel 1984, il Center for Afghan Studies dell’università USAD di Omalia distribuì manuali scolastici destinati ai bambini afghani in lingua pashtun, in cui si insegnavano i fondamenti della jihad. Il che preparò il terreno alla collaborazione fra Stati Uniti , wahabiti e talebani nella guerra civile afgana, con l’ascesa di quest’ultimi. Per non parlare dell’ingerenza Americana e del proselitismo islamico nei Balcani durante la disgregazione jugoslava e la crisi serbo-kosovara. Ma non si può neanche parlare di ribelli “siriani”. L’agenzia Fars ha reso noto negli scorsi giorni che l’IHH (Humanitarian Relief Foundation), che opera sotto la copertura di attività di soccorso e di carità in pieno coordinamento con il ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu e di gruppi estremisti sauditi wahabiti, ha finora reclutato e trasferito 769 albanesi in Siria per unirsi al cosiddetto” libero esercito”. Come dimenticare la storia di un nostro connazionale, Giuliano Ibrahim Delnevo, ivi caduto a Giugnoe militante fra le fila dei ribelli. Si parlò della presenza di almeno altri 40 italiani. Senza che contare il fatto che le armi sequestrate dall’esercito regolare sono quasi sempre di fabbricazione saudita. E non è un mistero che il fronte al- Nusra recluti i suoi uomini in Libia e Egitto.

Casus belli già visto

Governi oppressori, tacciati di collaborazione con gruppi terroristi e in possesso delle fantomatiche “Armi chimiche”, senza alcun rispetto per i diritti umani. E’ sotto questa etichetta che finiscono le nazioni non allineate all’imperialismo a stelle e strisce. Colpevoli a prescindere, prima ancora che vengano fornite le prove. Armi chimiche che non furono mai trovate in Iraq. Saddam, il 17 settembre 2003, come oggi la Siria,apriva le porte agli ispettori Onu. Pratica inutile, potremmo pensare, dato che nonostante il ritorno a casa degli ispettori con un dossier alquanto scarno (su stessa ammissione di Hans Blix, chairman degli ispettori Onu) la “guerra preventiva” partì di lì a poco. Si dimentica, che uno di pochi casi in cui ci si è opposti all’invio di ispettori Onu riguarda proprio gli Stati Uniti. L’impero a stelle e strisce, dopo la “gaffe”di aver bombardato la fabbrica che produceva medicinali e vitamine Al –Chifa di Khartoum , sospettata di produrre gas VX, si opposero alla richiesta sudanese di una delegazione Onu che avrebbe dovuto ricostruire la faccenda. Sino ad oggi, probabilmente, gli unici casi accertati di “armi chimiche” sono le bombe al fosforo usate da Israele nei raid in Palestina, il napalm utilizzato in Vietnam e i casi di uranio impoverito nei Balcani. Molti nostri soldati ne scontano ancora le inumane conseguenze. Sulle accertate violazioni dei diritti umani in corso in Siria si continua a tacere, guarda caso perché riguardano l’esercito libero siriano. Nella provincia di Lattakia, la notte tra il 4 e il 5 agosto le bande stragiste di Jabhat al-Nusra, i Liberi del Levante, la Brigate dei Mouhajirin, le Aquile del Levante, le Aquile della dignità e la Brigata dei libici hanno dato vita alla “Battaglia del grande figlio di Aisha, madre dei credenti” in 10 villaggi abitati tradizionalmente da alawiti, tra Kafrayya, Talla, Barmasse, Anbaté e Beit Shokouhi. Il quotidiano al-Akhbar e fonti locali raccontano che, sorpresi nella notte, gli abitanti dei villaggi hanno cercato di fuggire ancora in pigiama, senza nemmeno aver tempo e modo di mettere in salvo i loro pochi beni, verso la città di Lattakia. Tuttavia la maggior parte è finita nelle mani delle milizie criminali. Il quotidiano libanese Assafir parla di 200 donne e bambini il cui destino è attualmente sconosciuto. I pochi sopravvissuti hanno raccontato le atrocità subite: uomini, donne e bambini torturati, uccisi e un gran numero di persone scomparse. Tra coloro che sono stati rapiti figura anche un noto religioso alawita, l’anziano sheikh Bader Ghazal, del villaggio di Talla, noto nel Paese anche per i suoi inviti alla tolleranza religiosa e alla riconciliazione nazionale . E’ notizia del 27 agosto, stando all’annuncio del gruppo alqaedista Jabhat al-Nusra, che quest’ultimo è stato giustiziato dopo esser stato torturato. L’operazione è stata denominata “Avviso 375”. Come detto dal presidente Assad in un’intervista con il quotidiano russo Izvestia “Il terrorismo, è come una puntura di scorpione. Di conseguenza, non si può essere per il terrorismo in Siria e contro di esso in Mali. Non si può sostenere il terrorismo in Cecenia e la lotta contro di esso in Afghanistan.”

I reali motivi li abbiamo già visti.

L’obiettivo sarebbe quello dell’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale, ma c’è altro che sprona Usa e Israele a spingersi sino in fondo nonostante questa volta le conseguenze di un conflitto parrebbero essere ben più drammatiche. Il governo americano di Bush jr. era un team di petrolieri. Oltre a Cheney, ex dirigente della Halliburton (una delle piu importanto società costruttrici di oleodotti) e presidente della Oil Supply company, c’era Condoleeza Rice, ex dirigente della Chevron. Fu ripreso il grande piano organizzato anni prima dalla UNOCAL (consorzio di società americane del settore petrolifero), che aveva cominciato ad interessarsi attivamente alle possibilità di sfruttare i giacimenti del petrolio del Turkmenistan in collaborazione col colosso Enron. Prevedeva la costruzione in India, a Dabhol, di un enorme impianto energetico con l’arrivo della pipeline proveniente dal Turkmenistan attraverso l’Afghanistan, oggi divenuto la pacchia infinita degli oleodotti dei metanodotti e delle commesse internazionali. L’Halliburton, la Schlumberger, exxon mobil e Chevron texaco erano compagnie largamente presenti in Iraq prima della nazionalizzazione delle risorse petrolifere da parte di Saddam Hussein. Dal petrolio dell’Iraq erano e sono largamente dipendenti i consumi Europei (circa 80%). Controllare la produzione petrolifera irakena, significa controllare anche l’alleata dall’altra parte dell’Atlantico. Le stesse ingerenze americane nei Balcani, non erano estranee ai problemi delle pipelines che sarebbero dovute lì arrivare e che avrebbero dovuto attraversare le grandi estensioni caucasico-danubiane. Lo scopo è lo stesso: Siria, Iran e Iraq hanno firmato nel luglio 2011 un accordo per un gasdotto che, entro il 2016, dovrebbe collegare il giacimento iraniano di South Pars, il maggiore del mondo, alla Siria e quindi al Mediterraneo. La Siria, dove è stato scoperto un altro grosso giacimento presso Homs, può divenire un hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie statunitensi ed europee. Per questo si vuole colpire e occupare . Ma impossibile pensare a siriani che corrano incontro alle truppe “liberatrici”con fiori e bandiere, com’era successo in alcune città europee tra il ’44 e il ’45.

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