Siria, arriva l'Onu

fonte: altrenotizie di Michele Paris

Mentre il complicato cessate il fuoco previsto dal piano Annan, entrato in vigore giovedì scorso in Siria, sembra resistere sia pure a fatica, un primo piccolo contingente di osservatori militari delle Nazioni Unite è finalmente entrato nel paese mediorientale per monitorare il rispetto della tregua. Sei osservatori sono giunti a Damasco nella giornata di domenica, un’altra trentina arriverà a breve e il totale di 250 sarà raggiunto in seguito alle trattative con il governo siriano e una nuova autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dopo quella approvata all’unanimità sabato scorso.

Il portavoce dell’ex Segretario Generale dell’ONU, Ahmad Fawzi, in un comunicato ufficiale da Ginevra ha detto che i sei osservatori sono sotto la guida del colonnello marocchino Ahmed Himmiche e che lunedì hanno incontrato a Damasco il ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, per discutere delle regole da seguire nel corso della missione e della libertà di movimento che avranno nel paese.

Negli ultimi giorni, in ogni caso, le notizie provenienti dalla Siria parlano ancora di svariati scontri a fuoco, in particolare nel quartiere Khaldiyeh di Homs, a Hama, nelle vicinanze di Aleppo e in alcuni villaggi al confine settentrionale con la Turchia. Il ritiro pressoché totale delle forze di sicurezza dai centri abitati, come richiesto dal piano Annan, ha inoltre scatenato in qualche città manifestazioni di protesta contro il regime del presidente Bashar al-Assad.

Nonostante il cosiddetto piano Annan sia stato presentato dalla maggior parte dei media occidentali come un estremo tentativo fatto dalla comunità internazionale per trovare una soluzione pacifica ad una sanguinosa crisi che infuria da più un anno, a giudicare dall’atteggiamento degli Stati Uniti, dei governi europei, delle monarchie assolute del Golfo Persico e della Turchia, esso appare piuttosto come una nuova tappa per giungere ad un intervento armato esterno in Siria e rovesciare il regime di Assad.

Per cominciare, anche se lo stesso piano – approvato da Russia e Cina, oltre che da Damasco – chiede lo stop alle violenze sia da parte del governo siriano che dell’opposizione armata, gli USA e i loro alleati hanno finora esercitato pressioni esclusivamente su Assad. Non solo questi governi evitano di chiedere alle opposizioni di fermare gli attacchi e le violenze contro le forze del regime, ma continuano ad appoggiarle materialmente con armi, denaro ed equipaggiamenti vari. Tutto ciò malgrado Annan e l’attuale Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, abbiano invece invitato esplicitamente il Consiglio Nazionale Siriano e il suo braccio armato, il Libero Esercito della Siria, a rispettare il cessate il fuoco.

In sostanza, dunque, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno da un lato fornito il loro sostegno ad una risoluzione che dovrebbe pacificare la Siria sotto la guida di Assad, mentre dall’altro si adoperano contemporaneamente per rovesciarlo. In questo modo, vengono più o meno tacitamente promosse le iniziative dei “ribelli” armati, così da provocare la reazione delle forze di sicurezza del regime e denunciare il mancato rispetto della tregua da parte di Damasco.

Fin dall’inizio del ritiro delle forze armate dalle città siriane martedì scorso, infatti, sono state registrate numerose operazioni in risposta agli attacchi e alle imboscate dell’opposizione armata, tutte puntualmente seguite dall’elenco di presunte vittime civili e dalle critiche ad Assad per non aver mantenuto gli impegni con la comunità internazionale. Gli esponenti dei governi occidentali, come ha fatto recentemente anche il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, continuano inoltre a indicare come sbocco inevitabile della crisi la rimozione di Assad, nonostante essa non sia contemplata dal piano Annan, lasciando ben pochi dubbi su quale sia il loro obiettivo finale.

In questo scenario è estremamente probabile che gli osservatori che si stanno recando in Siria saranno molto attenti a riportare qualsiasi minima violazione della tregua o la mancata implementazione dei sei punti del piano Annan, mentre le opposizioni armate saranno libere di agire a loro piacimento. In caso contrario, la missione verrà fatta naufragare, come accadde a quella lanciata dalla Lega Araba nel dicembre 2011 sotto la guida del generale sudanese Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, boicottata da Qatar e Arabia Saudita perché colpevole di aver documentato alcuni progressi positivi della situazione sul campo.

Il vero scopo della missione degli osservatori ONU, secondo Washington e gli altri governi che chiedono il cambio di regime a Damasco, è stato rivelato, forse involontariamente, da un recente articolo di un corrispondente del New York Times da Beirut. Il reporter americano ha scritto che, “per certi versi, il piano Annan deve fallire, in modo da convincere Russia e Cina a non utilizzare il loro potere di veto in future risoluzioni sulla Siria come hanno fatto due volte nel recente passato”.

In altre parole, il piano Annan è stato redatto includendo condizioni come la permanenza di Assad al potere e la richiesta anche all’opposizione di fermare le violenze solo per indurre Mosca e Pechino a sottoscriverlo. Invece di sostenerlo completamente però, gli Stati Uniti, l’Europa, i paesi del Golfo e la Turchia si muovono ora per farlo fallire, provocando la reazione del regime e accusando Assad di agire soltanto per reprimere nel sangue le proteste, così da ottenere il via libera anche da Russia e Cina per una futura risoluzione ONU che spiani la strada alla fornitura massiccia di armi ai “ribelli” o a un intervento armato esterno.

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