raccontare e mostrare la realtà

“Twilight”

fonte:  Carlo Bellieni – Osservatore Romano

Essere credibili nel parlare di etica significa raccontare e mostrare la realtà. La realtà non inganna, e introduce alla natura delle cose: è un criterio fondamentale introdotto dal cristianesimo, e quando la realtà viene mostrata bene – e non spiegando solo come sfuggirla – chiunque resta colpito e affascinato.

Certe trasmissioni televisive suggestivamente mostrano la realtà della fatica umana e dell’eroismo quotidiano di certe famiglie (per esempio Extreme Makeover Home Edition, prodotto dall’americana Abc) senza sentimentalismi ma con candido tratteggio della malattia e della solidarietà che la fatica umana suscita. E certe produzioni cinematografiche mostrano un ritratto dell’amore di cui difficilmente sentiamo parlare tanti esperti; tra queste, la più recente e avvincente è la saga di Twilight. È la storia di Bella Swan che si innamora perdutamente di un vampiro, e in cui troviamo, raccontato con le parole di oggi, la bellezza di un amore che potrebbe distruggere l’altro, che ne avrebbe la forza e l’impeto, e che invece si strugge e languisce per cogliere l’amore dall’altro con rispetto. Non è il “vampiro” o il sangue che attrae i ragazzi in questa serie di libri-film, ma l’amore giovane e fedele di Edward e Bella: di sangue, vampiri e amori in cui nessuno crede sono pieni i rotocalchi, ma la storia di un amore che non “usa e getta” l’altro, come invece invita a fare la cultura postmoderna, attrae e colpisce.

Già questo basta a qualificare la produzione: non è casuale che da un rispetto simile, la ragazza giunga a venerare il momento del matrimonio, e a rifiutare l’aborto.
Come non notare che invece il panorama televisivo è pervaso dal sentimentalismo delle lacrime facili, sotto forma di reazioni spropositate, di malattie ostentate come spettacolo da libro dei record, di scienza vista come qualcosa che ci terrorizza per i suoi rischi o spacciata come una magica risoluzione ai problemi, di catastrofi annunciate?

La sofferenza diventa spettacolo e questo non è un buon modo per narrare il reale; così come la scienza che diventa magia. È la vittoria della cultura dell’opinione personale e delle sensazioni: proprio quel tipo di cultura per cui, in barba alla scienza, si chiede allo Stato nuovi modi di morire invece di sistemi forti per essere curati meglio, o il “diritto alla droga libera” invece del diritto a giornate piene di vita. L’unico rimedio a questa deriva è mostrare e raccontare con arte la realtà, l’eroismo quotidiano di chi vive con una malattia, e la colpevole trascuratezza di chi potrebbe occuparsene a livello sociale e politico; l’eroismo di un infermiere o di una maestra; la forza di mille madri e padri.

Come non ricordare la poesia commovente con cui certi cantanti descrivono la realtà e che vale più di cento libri? Quella ad esempio di Lucio Dalla, da poco scomparso, che descriveva i senzatetto della metropoli, i personaggi anonimi ma veri, ritratti nelle prigioni o nei porti e che ancora affascinano i giovani? La gente, e i ragazzi in particolare, vuole incontrare la realtà, mentre troppo spesso riceve solo una serie di stimoli indotti dal mercato. Il problema etico di oggi è proprio qui: ricostruire un terreno “umano” e non di sensazioni o di paura. Non è prima di tutto – come vorrebbe chi vuole un’etica basata solo sull’analisi delle conseguenze – disquisire sulle conseguenze o sulle innovazioni, ma mostrare il tipo di uomo che vogliamo e che siamo, perché non si può costruire su un campo minato, alterato dalla paura del domani o dalla perdita di capacità di costruire e sperare.

Bisogna riprendere a mostrare e raccontare con arte la grammatica etica (cfr. Caritas in veritate, 48): i giovani sanno individuare e affezionarsi a questi lampi di verità, quando li incontrano. È compito dei media facilitare artisti e produttori che sanno raccontare e mostrare la realtà: che inevitabilmente, se raccontata con sincerità, arte e verità, mostra la legge che ha dentro, e il disegno buono di cui è parte.