Qual è lo scopo del lavoro? “L’ascesa del movimento dell’anti-lavoro”

L’élite credeva nella propria onnipotenza, impunità e potenziale per il controllo assoluto – e con l’aiuto di una falsa peste (covid-19) eliminando le cure, privò la cosiddetta plebe di tutti i diritti immaginabili. Diritti civili, politici, civili, economici, sindacali, consumistici.

Secondo l’élite, ora la plebe dei paesi sviluppati dovrebbe consumare il meno possibile e lavorare come prima. Ma nella storia ogni tanto accade l’imprevisto e la plebe allora non è detto che risponderà sempre come amebe. Con lo svilimento costante a cui è sottoposta, ridurrà i propri sforzi di lavoro nella stessa misura in cui è stata costretta a tagliare i consumi (e questo avrà inevitabilmente anche un crollo inaspettato per l’élite). Questo è esattamente ciò che sta succedendo, e ora il decremento della volontà di reagire della plebe si sta espandendo e sembra addirittura abbia cominciato ad acquisire un carattere organizzato…

Articolo del 27 gennaio della BBC “L’ascesa del movimento dell’anti-lavoro” (cito selettivamente):

Molti dipendenti sono frustrati dalla natura del lavoro. Ma alcuni lavoratori stanchi si stanno ponendo una domanda più importante: qual è lo scopo del lavoro?
In due anni di pandemia, i dipendenti di tutto il mondo sono stanchi. La cattiva salute mentale e il burnout sono comuni, specialmente tra i lavoratori a basso reddito e quelli essenziali. Questo lungo periodo di incertezza ha portato molti a riconsiderare il ruolo dei loro datori di lavoro nel peggiorare le cose; un numero record di lavoratori lascia il lavoro in cerca di opzioni migliori.

Ma alcune persone vanno oltre, chiedendosi ad alta voce se c’è uno scopo nel loro lavoro o nel sistema economico stesso. Queste persone fanno parte del movimento contro il lavoro che cerca di porre fine all’ordine economico che è alla base del moderno posto di lavoro. L’anti-lavoro, radicato nella critica economica anarchica e socialista, sostiene che la maggior parte dei lavori di oggi non sono necessari; questi luoghi non fanno che rafforzare la schiavitù salariale e privare i lavoratori del giusto valore dei loro prodotti.

Tuttavia, questo non significa una completa negazione del lavoro. I fautori del movimento contro il lavoro ritengono che le persone dovrebbero organizzarsi e lavorare solo per il tempo necessario (piuttosto che lavorare più ore per creare capitali o beni in eccesso). L’incarnazione pandemica di questo movimento è cresciuta più velocemente ed è diventata più nota al di fuori di questi circoli politici.

Alcuni anni fa, l’anti-lavoro era un’idea radicale e marginale, ma l’incarnazione pandemica di questo movimento è cresciuta più velocemente ed è diventata più nota al di fuori di questi circoli politici come è possibile vedere sul subreddit r/antiwork.

Il subreddit r/antiwork ha 1,7 milioni di abbonati al momento della stesura di questo articolo (rispetto ai 100.000 prima di marzo 2020). Una fonte della filosofia dell’antilavoro è Bob Black, un filosofo anarchico il cui saggio del 1985 “L’abolizione del lavoro” si basa su precedenti pensieri sul lavoro – una storia che Black sostiene risale a Platone e Senofonte. “Molti lavoratori sono stufi del lavoro… Potrebbero esserci dei movimenti verso un rifiuto consapevole, piuttosto che intuitivo, di lavorare”, scrive Black, suggerendo che le persone fanno solo il lavoro necessario e dedicano il resto del tempo alla famiglia e hobby personali.

I seguaci dell’anti lavoro non sono necessariamente contrari a tutte le forme di lavoro. Piuttosto, lo stato d’animo generale è di ostilità verso “i lavori così come sono strutturati sotto il capitalismo e lo stato”.
Il Covid-19 si è preso una pausa dal lavoro come lo conoscevamo”, afferma Tom Juravich, professore di studi sul lavoro all’Università del Massachusetts Amherst, USA. “Momenti come questo danno alle persone il tempo di pensare. Il lavoro è stato degradato per così tante persone. Le strutture di potere in cui ci troviamo sono diventate più draconiane e più controllanti che mai. Le persone lo sentivano davvero in un modo nuovo”.

Per i lavoratori, il Covid-19 ha messo in luce brutalmente profonde disuguaglianze; salari bassi, nessun congedo per malattia retribuito, richiede di trovarsi in un ambiente incentrato sul cliente con misure di sicurezza sul lavoro inadeguate che hanno lasciato le persone vulnerabili a contrarre il Covid sul lavoro. Nel frattempo, i lavoratori di tutti i livelli di reddito lottano per bilanciare le pressioni lavorative con le responsabilità familiari causate dalla chiusura delle scuole, portando a un aumento del burnout, problemi di salute mentale e, per alcuni, dubbi esistenziali.

Tuttavia – Keith Bronfenbrenner, direttore della ricerca in educazione del lavoro e docente senior presso la Cornell University negli Stati Uniti, sottolinea che mentre il Covid-19 è stato un importante motore, l’attuale movimento anti-lavoro ha radici più profonde, radicate negli ultimi due anni. (…) (da BBC: https://www.bbc.com/worklife/article/20220126-the-rise-of-the-anti-work-movement)

foto R. CN

Questo dimostra che l’uomo, per sua natura, messo in una condizione di restringimento delle sue aspirazioni più profonde, reagisce. Ma non si tratta solo delle evidenze giustamente colte nell’articolo della BBC: esse traggono origine ad un livello ancora più profondo.

In proposito, vi propongo uno stralcio da L. Giussani in L’io, il potere, le opere, Marietti, Genova 2000, pp. 69-76:

Il lavoro è l’espressione totale della persona. Se quel che abbiano detto prima è giusto, cioè in quanto l’uomo è rapporto con l’infinito, con l’eterno, col Mistero – si può dire così: “rapporto col Mistero” , per spiegare di più la realtà, la verità di quanto dico-, allora il lavoro veramente prende tutto e tutte le espressioni della persona. Si chiama lavoro tutto ciò che esprime la persona come rapporto con l’infinito.

Perché per il muratore o il minatore i gesti che fanno, mettendo su un mattone o zappando un sotterraneo, sono rapporto con Dio: per questo devono essere rispettati, per questo devono essere oggetto di giustizia reale e di amore anche, e quindi di aiuto. Perché? Perché sono lavoratori e perciò sono esseri chiamati ad amare Cristo: Perché c’è questo nesso tra amare Cristo e il lavoro? Perché il lavoro è la forma espressiva della personalità umana, del rapporto che l’uomo ha con Dio (Gesù definisce Dio l’eterno lavoratore) [….].

Essendo dunque, il lavoro l’espressione della persona con le cose e la realtà presente, è l’amore a Cristo che rende più capaci di lavorare È una cosa totalmente diversa quando uno va al lavoro per amore di Cristo, quando uno nella memoria di Cristo lavora: c’è un’attenzione alla totalità, una finezza nel giungere a tutti i capillari, una pazienza nell’ampliarsi del tempo, un rispetto, perciò, del tempo che ci vuole, e poi una non mormorazione, un non lamento delle circostanze che ti fanno diventare sgradito il particolare […].

Comunque, il rapporto con Cristo decide della verità del lavoro: con qualsiasi cosa. Il lavoro è l’espressione dell’uomo che usa , manipola tutto ciò che gli sta attorno.

Innanzitutto il proprio corpo, la moglie, i figli, la mamma, il papà: tutto è lavoro, perché è espressione dell’io. Se questa espressione dell’io è vissuta nella memoria di Lui, allora diventa tutto diverso, è destinato a diventare tutto diverso. Quante volte uno mi dice: «Ma c’è un mio compagno di lavoro che è stato colpito da quel che dico o da quel che faccio o dal mio atteggiamento, e mi ha detto: “Ma come mai sei così?”».

Questa è la domanda che tutti fanno prima di rassegnarsi a essere cristiano come noi: «Come fate a essere così?».

Perciò il lavoro , in tutta la sua gamma, è proporzionale all’amore a Cristo. Ma è vero anche l’inverso: che l’amore a Cristo rigenera tutto il nostro lavorare. L’amore a Cristo, cioè, non è vero, se non interviene in qualche modo nella grande – come dire – kermesse del nostro lavoro. Ma il lavoro non si può amare, se non si ama Cristo: il lavoro si subisce, si tollera; ci si adatta («perché devo prendere i soldi al ventisette del mese»).

(L. Giussani in L’io, il potere, le opere, Marietti, Genova 2000, pp. 69-76)

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