“Non ce ne andremo se non ci pagate il costo delle basi”, così Trump risponde all’Iraq che decide di espellere le truppe USA dal paese

Ieri durante una sessione di emergenza il Parlamento iracheno ha preso la  decisione di espellere le forze della coalizione anti ISIS e le forze straniere dall’Iraq. Quindi la decisione è stata trasmessa direttamente alle forze statunitensi.

In risposta, Trump – tornando a Washington con un aereo dell’US Air Force dopo una vacanza di due settimane in Florida – ha detto ai giornalisti che gli Stati Uniti non avrebbero lasciato l’Iraq a meno che il governo iracheno non paghi il costo della base aerea americana.

“Abbiamo una base aerea che è eccezionalmente costosa”, ha detto Trump, “ci sono voluti miliardi di dollari per costruirla e ciò è accaduto] molto prima che io venissi [alla Casa Bianca]. Non ce ne andremo se non ci pagano i costi”.

Quindi Trump ha commentato la decisione del Parlamento iracheno dicendo che se l’Iraq richiede la partenza delle forze americane e ciò non avviene su base amichevole, “imporremo loro sanzioni che non hanno mai visto prima. Le sanzioni iraniane saranno una piccola cosa in confronto”.

Sempre ieri, Trump all’Iran che prometteva vendetta per l’uccisione di Suleimani ha detto che nel caso fossero messe in atto rappresaglie da parte di Teheran, la risposta americana sarebbe sproporzionata e che già sono pronti 52 obiettivi da colpire in Iran – pari a gli ostaggi americani dell’ambasciata di molti anni fa – sono stati designati. Inoltre ha specificato che nei 52 obiettivi sono inclusi anche obiettivi civili e religiosi, ovvero di particolare interesse culturale.

C’è poco da commentare, è evidente che questa è pura prepotenza compiaciuta della propria superiorità militare dove l’unico metro sono i soldi. Inoltre la minaccia di distruggere anche obiettivi civili e religiosi, culturalmente rilevanti è una decisione particolarmente rara: anche le dittature più sanguinarie della seconda mondiale hanno preservato – quanto possibile – i siti di interesse culturale.

In una società religiosa quasi teocratica con un mucchio di armi e grande malcontento. Gli stati hanno detto quindi: “Non ce ne andremo. Ci devi ancora”. Non è difficile capire cosa accadrà.

In questo contesto e con questi fatti che corrono, dispiace che  la nostra politica estera sia assolutamente subordinata – financo nel giudizio – alle decisioni statunitensi e che questo fatto è accompagnato dall’assoluta mancanza di una corretta  e obiettiva copertura giornalistica di questa vicenda.

@vietatoparlare