Motivi e storia della persecuzione in Giappone

Francesco Saverio, il missionario gesuita, nato in Navarra (nell’attuale Spagna) nel 1506 . È stato un grande missionario  ed è il protettore delle missionarie e dei missionari; ha evangelizzato l’India, le Molucche, il Giappone, la penisola di Malacca; ha avuto contatti con le Filippine ed ha desiderato tanto arrivare in Cina, ma è morto la notte del 2 dicembre 1552 sull’isola di Sanchiang, alla foce del fiume delle Perle, a pochi km da Canton.

Evoluzione, motivi e storia della persecuzione cristiana  in Giappone

fonte : padre Pier Giorgio Manni, da: www.saverianibrescia.com

Il 24 novembre 2008 a Nagasaki vengono beatificati altri 188 martiri. L’elenco dei martiri giapponesi ufficialmente riconosciuti e venerati si infoltisce: sono 437, di cui 395 beati e 42 santi. Ma quali sono stati i motivi della persecuzione? Forse possiamo capirci qualcosa osservando l’evoluzione storica di alcune situazioni politiche e culturali.

Il Saverio aveva previsto

Il Saverio aveva scritto con chiaroveggenza che in Giappone il cristianesimo avrebbe incontrato ogni genere di difficoltà e dure persecuzioni (lettera 110, 5-7), per l’aperta ostilità di influenti monaci buddhisti e le guerre di potere tra i principi (daimyô)dei 76 feudi in cui era diviso il Giappone di allora. Il favore ottenuto da uno di loro avrebbe generato rivalità con altri. Aveva anche previsto che la corsa sfrenata delle nazioni europee alla conquista di rapporti commerciali con il Giappone avrebbe procurato seri guai all’evangelizzazione. Perciò aveva scritto al re di Spagna di non inviare i suoi galeoni in Giappone (lettera 108, 5).

Il Saverio aveva infine constatato che la società feudale giapponese era chiusa al mondo esterno, anche perché i rapporti si basavano su valori etici del confucianesimo; in particolare, il senso di appartenenza al gruppo, il rispetto e la fedeltà al capofamiglia, agli antenati e ai capi della società civile. Il Saverio aveva letto nella gente la paura di accogliere la novità del vangelo. La legge dell’appartenenza e della fedeltà, percepita come religione o “retta dottrina” avrebbe contrastato la diffusione del vangelo. Per questo egli chiedeva ripetutamente ai missionari profonda umiltà e amabilità, coraggio e capacità di resistere alle prove; e li invitava allo studio attento e rispettoso della cultura e della religione locale.

Lotta per il potere centralizzato

Non si può negare che la persecuzione del cristianesimo abbia preso il via da alcuni errori o incidenti di ordine sociale, politico, militare ed economico. La storia documenta infatti che alcuni daimyô, abbracciando la fede cristiana, avevano aperto un porto nel loro feudo per accogliere le navi di commercianti europei. Il commercio li aveva arricchiti, permettendo loro di migliorare il proprio esercito con nuove armi e di costruire una propria flotta navale. La loro ricchezza e l’espandersi del loro potere aveva finito per incutere paura allo stesso shôgun.

Alcuni daimyô poi, per ragioni di parentela o per motivi politici, avevano scelto di appoggiare apertamente l’opposizione al governo centrale; altri si erano lasciati impegolare in complotti e intrighi di corte. Questi fatti li aveva resi ancor più invisi, tanto che lo shôgun li aveva catalogati tra i nemici pericolosi da abbattere ed eliminare, insieme ai capi della religione da loro professata.

Piccoli incidenti locali poi hanno dato allo shôgun l’occasione di emettere ordinanze contro i cristiani, di procedere a temporanee forme di repressione, a ordinanze di espulsione, o alla esecuzione di gruppi cristiani. Un tipico esempio è quello dei 26 martiri di Nagasaki (1597), cui diede occasione la controversia sulla proprietà del carico della “San Felipe”, una nave mercantile spagnola naufragata sulla costa giapponese.

Dopo la vittoria di Sekigahara (1600), Tokugawa Ieyasu era divenuto il vero capo supremo del Giappone con il titolo di shôgun, sottraendo all’imperatore ogni potere politico o militare, sottomettendo tutti i daimyô al suo potere centrale e demolendo i feudi più potenti. A farne le spese sono stati soprattutto alcuni grandi daimyô cristiani, suoi oppositori, che furono uccisi o esiliati, oppure inviati in periferia con incarichi di poco valore.

Eliminare i nemici per sempre

Con l’editto del febbraio 1614, ufficiale per tutto il paese, lo shôgun aveva reso pubblica la sua volontà di distruggere il cristianesimo, da lui ritenuto una “dottrina malefica” capace di mettere in pericolo la tradizionale “dottrina retta” del Giappone (cf “Il secolo dei martiri”, pag. 9). In tal modo egli dichiarava il vero motivo della persecuzione: proibendo la libera scelta di religione e di pensiero, lo shôgun intendeva anche eliminare per sempre i suoi nemici, attuali o potenziali.

L’editto proibiva formalmente la religione cristiana, imponeva l’immediata espulsione di tutti i sacerdoti, missionari e religiosi presenti in Giappone e la condanna all’esilio di numerosi laici, catechisti e responsabili delle comunità cristiane. Oltre 400 chierici e laici, ammassati a Nagasaki, sono stati caricati su cinque navi e mandati in esilio a Manila e Macao. Le chiese e tutte le costruzioni cristiane sono state rase al suolo da plotoni dell’esercito, per non lasciarne traccia, e sul luogo sono stati costruiti templi buddhisti o scintoisti. Dal febbraio 1614 la persecuzione era diventata sempre più cruenta e implacabile in tutto il paese.

Verso la libertà di religione

Il famoso statista e studioso giapponese Arai Hakuseki (Edo, 1657-1725), autore di preziosi volumi di storia, nel libro “Seiyô-kibun” (Notize dell’Occidente, 1714) scrive: “Che i missionari europei siano venuti nel nostro paese a diffondere la loro fede con lo scopo di preparare una conquista politica (di Spagna o Portogallo) è un’ingiusta insinuazione degli olandesi… Se si considera il contenuto vero di quella fede e si pensa alla situazione politica e militare dell’Europa di quei tempi, si può capire che l’esistenza di uno stratagemma per la conquista del Giappone era assolutamente inconcepibile”.

In seguito alle proteste dei Paesi europei, il 24 febbraio del 1873 il governo giapponese finalmente ha abrogato l’editto di persecuzione. Successivamente, con legge del 1888, ha riconosciuto per i cittadini il diritto di libertà di religione e, nel 1899, anche la libertà di propagare la propria fede e di costruire luoghi di culto. Questi passi gradualmente hanno posto fine alla persecuzione aperta, ma solamente con la Costituzione del 1946 il Giappone ha riconosciuto la parità di diritti a tutte le religioni, mettendo il punto finale a ogni forma di aperta o latente discriminazione e disprezzo verso i cristiani.

L’immagine calpestata e il ritrovamento

Per identificare quanti rimanevano segretamente fedeli al cristianesimo, lo shôgun Tokugawa prescrive un’annuale “verifica della fede”, che consisteva nel calpestare un’immagine sacra cristiana davanti ai magistrati. È il fumie, che significa “immagine calpestata” o “atto di calpestare l’immagine”. (Gli originali sono oggi quasi tutti raccolti e custoditi negli archivi di Stato – un esemplare nella foto).

Molti cristiani si rifiutano e scelgono la coerenza del martirio. Altri, per evitare le strazianti torture e salvare la vita propria e dei famigliari, rinunciano alla fede. Altri infine, pur decisi a rimanere fedeli, arrivano a una forma di compromesso: ubbidire esternamente al potere (calpestando l’immagine sacra) ma rimanere fedeli a Cristo nel profondo del cuore.

A piede nudo calpestano l’immagine sacra tenendo arcuata la pianta del piede, facendo cioè forza sul calcagno e sulle punte delle dita. La strada di ritorno a casa è percorsa allo stesso modo. Giunti a casa, i cristiani recitano l’atto di dolore, lavano il piede e bevono l’acqua, come forma di penitenza e rinnovo dei voti battesimali. La sottomissione a un ordine persecutorio viene così trasformata in una convinta dichiarazione di fede, rinnovata dalla grazia del perdono.

Il felice giorno del ritrovamento

In Giappone perdurava la proibizione del cristianesimo. ma per i mercanti francesi, numerosi a Nagasaki, fu permessa la costruzione di una chiesa cattolica. Il missionario francese p. Bernard Petitjean sperava che la chiesa divenisse un segno di richiamo per i fedeli rimasti nascosti nel lungo periodo di persecuzione. L’edificio in legno, in stile gotico, su una collina prospiciente sul porto, era stato ultimato nel 1864 e inaugurato il 17 febbraio 1865, dedicato ai 26 martiri giapponesi (beatificati nel 1627 da Urbano VIII).

Un mese dopo, nel pomeriggio del 17 marzo, un folto gruppo di persone si era radunato per vedere l’edificio “straniero”, tanto diverso dalle loro case e dai loro templi. Il missionario, avvertendo nel loro comportamento qualcosa di strano, come se avessero paura di essere sorvegliati, li fa entrare in chiesa.

Qui Isabellina Yuri, una donna del gruppo, gli bisbiglia all’orecchio: “Il mio cuore è come il tuo!”. Il missionario intuisce subito: è la professione di fede cristiana! Fa’ per alzarsi in piedi, ma la donna continua con una breve domanda: “Dov’è la statua di Santa Maria?”. Davanti alla statua della Madonna, ribattezzata poi con il nome di “Madonna del ritrovamento”, la commozione e la gioia invade tutto il gruppo: “È vero, è Santa Maria! In braccio ha suo figlio Gesù!”.

Seguono altre domande per rendere più convincente la scoperta: “Sei sposato?”. “Ti ha mandato il Papa di Roma?”. Alcuni di loro avevano infatti già fatto visita a una piccola chiesa protestante, costruita nelle vicinanze del porto. Ma erano tornati a casa delusi, perchè il pastore aveva chiamato sua moglie per intrattenerli.

Il miracolo è certo: dopo 250 anni dall’inizio della persecuzione e dall’espulsione dei missionari, la fede era ancora viva, con gli eredi dei martiri. Si sono presentati oltre 15mila discendenti di quegli eroi!

La gioia del ritrovamento non aveva tuttavia portato il sereno. A Nagasaki nel 1867, ben 3.394 cristiani della zona di Urakami sono stati imprigionati, deportati a gruppi di venti persone in vari luoghi del Giappone e torturati affinché abbandonassero la fede. Uno dei luoghi più famosi di questo ultimo martirio è Tsuwano, oggi meta di pellegrinaggi.

Quanti sono i martiri del Giappone?

Nel 1930 lo storico Anesaki Masaharu scrive che i martiri furono più di 3mila. Padre J. F. Schutte (1968) afferma che furono più di 39mila. L’altro esperto gesuita H. Cieslik (1970) parla di oltre 45mila martiri. Arai Hakuseki (1657-1725), nel 1714 aveva scritto che i martiri erano stati due o tre centomila. Non si saprà mai il vero numero, ma occorre fare alcune precisazioni.

I documenti cui hanno attinto gli studiosi sono soprattutto le lettere e i resoconti inviati in Europa da testimoni presenti alle esecuzioni. La documentazione conservata è voluminosa, ma certamente è incompleta. I governi giapponesi hanno usato molti stratagemmi per cancel­lare le tracce dei cristiani, modificando anche i nomi di luoghi e persone. Ad oggi, inoltre, è ancora impossibile consultare quanto conservato negli archivi di Stato.

Arai Hakuseki ha certamente scritto con conoscenza di causa. Ma forse, oltre ai cristiani uccisi, ha incluso nel numero dei martiri anche coloro che hanno subito persecuzione e torture, e altri che non sono conosciuti dagli storici recenti, tramite altre fonti.

Da: www.saverianibrescia.com

Beatificati a Nagasaki 188 martiri giapponesi

Il Cardinale Saraiva Martins: il martirio, atto d’amore per Dio e per gli uomini
NAGASAKI, mercoledì, 26 novembre 2008 (ZENIT.org).- Più di 30.000 persone hanno partecipato questo lunedì a Nagasaki alla beatificazione di 188 martiri giapponesi, in gran parte laici, uccisi in odio alla fede tra il 1603 e il 1639.
Intere famiglie vennero assassinate per non aver rinnegato il nome di Gesù. Molte donne furono bruciate vive abbracciate ai loro bambini mentre i loro parenti pregavano “Gesù, accogli le loro anime”.
Alcuni hanno subito torture terribili: uomini, donne, giovani e perfino handicappati vennero crocifissi e tagliati a pezzi. Il gesuita Pietro Kibe, torturato per dieci giorni consecutivi, dava coraggio ai catechisti martirizzati con lui.
La celebrazione è stata presieduta dal Cardinale Seiichi Peter Shirayanagi, Arcivescovo emerito di Tokyo, alla presenza del Cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi e inviato del Papa per l’occasione.
Durante l’omelia, il porporato portoghese ha sottolineato come il martirio sia “l’esercizio più pieno della libertà umana e il supremo atto d’amore”.
Tra i concelebranti c’erano il Cardinale Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, sette Vescovi coreani e presuli di Filippine e Taiwan.
Il Cardinale Saraiva Martins ha sottolineato, citando Sant’Agostino, che “non è la condanna o il tormento che fa il martire, ma la causa o il motivo, che è Cristo”.
La “caratteristica distintiva del martirio cristiano”, ha aggiunto richiamando le parole di Benedetto XVI, consiste nell’essere “esclusivamente un atto d’amore per Dio e per gli uomini, inclusi i persecutori”.
In un messaggio, i Vescovi giapponesi hanno sottolineato che “questi 188 martiri non sono militanti politici, non hanno lottato contro un regime che impediva la libertà religiosa: sono stati uomini e donne di una fede profonda e autentica, che indicano il cammino a quanti credono”, offrendo “a tutti noi un’esperienza sulla quale riflettere”.