LO SCONTENTO PER DISOCCUPAZION€ E CREAZION€ DI WORKING POORS E’ UNA MINACCIA PER LA "DEMOCRAZIA"?

LO SCONTENTO PER DISOCCUPAZION€ E CREAZION€ DI WORKING POORS E' UNA MINACCIA PER LA "DEMOCRAZIA"? 1

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Risulta estremamente interessante, per capire quella che viene definita la “posta in gioco” delle prossime elezioni, questo articolo di Fabbrini sul Sole24 ore:

La minaccia principale alla democrazia italiana, oggi, proviene dal suo interno e non dall’esterno. Consiste nello svuotamento delle sue istituzioni rappresentative e nella marginalizzazione del suo ruolo europeo. Quando l’idea che i cittadini debbono essere governati “da qualcuno come loro” ha vinto, come nel Regno Unito e negli Stati Uniti, gli esiti sono stati la Brexit e Donald Trump. L’Italia ha bisogno di un dibattito pubblico meno superficiale. Occorre andare a vedere la vera posta in gioco delle elezioni della prossima primavera. Quella posta in gioco concerne il nostro ruolo in Europa. Un ruolo che verrà deciso dall’esito dello scontro tra europeismo e anti-europeismo.

Ciò che lo caratterizza l’anti-europeismo è l’idea di ritornare a casa, alla sovranità dello Stato nazionale. Se quell’idea vincesse, avremmo la definitiva provincializzazione del nostro Paese. Ci rinchiuderemmo sulle nostre debolezze storiche e strutturali. Siccome gli anti-europeisti non saprebbero come affrontarle, allora dovremmo assistere alla litania dei complotti orditi contro di noi per impedirci di governare (una tecnica nota non solo in Venezuela ma anche al Comune di Roma)”.
2. Il nocciolo duro di pensiero che dà origine a questa impostazione è ben noto, così come il suo peculiare concetto di democrazia (che risale ad Hayek e al suo federalismo interstatale) e può riassumersi in queste parole di Einaudi, pronunciate da Presidente della Repubblica, al tempo della ratifica della CED il 1° marzo 1954:
Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli stati esistenti sono polvere senza sostanza.
Esisterà ancora un territorio italiano; non più una nazione, destinata a vivere come unità spirituale e morale solo a patto di rinunciare a una assurda indipendenza militare ed economica”.
3. Diviene dunque senso comune (almeno in certi ambienti mediatici) un concetto di democrazia per cui, per implicito (considerata un’azione dello Stato che agisca sulla cause e non sugli effetti del modello economico imposto dall’appartenenza all’unione monetaria)…la democrazia costituzionale, attributiva della sovranità al popolo sulla base del suo espresso fondamento lavoristico, costituirebbe una minaccia per la…democrazia
E poiché la radice di questo apparente paradosso è nel pensiero fondativo di Einaudi, rammentiamo quale fosse il suo concetto del ruolo e dei limiti dei parlamenti nazionali eletti in base al suffragio universale, continuamente enunciato nelle sue “Prediche inutili” (titolo che si è rivelato alquanto ironico, visto l’enorme successo delle “prediche” in vita e successivo alla morte di Einaudi); in pratica tale compito può essere solo quello di promuovere il federalismo europeo, la stabilità monetaria e, dunque, l’ordine internazionale del mercato. Qualsiasi mediazione o scostamento da tali obiettivi è automaticamente “collettivismo”:
“O il mercato comune sarà liberista o correrà rischio di cadere nel collettivismo (p. 208):
Nel mercato comune… o si fa strada lo spirito del liberismo ed avremo allora un’Europa felice, progressiva e forte, o tentiamo di accoppiare artificiosamente sistemi diversi ed avremo perduta la grande occasione di una integrazione autentica. Una Europa dirigisticamente manipolata dovrebbe, per sistema, lasciar paralizzare le forze di resistenza contro lo spirito del collettivismo e del dominio delle masse, e illanguidire il senso di quel prezioso bene che è la libertà.
La politica di armonizzare, uguagliare, compensare è (p. 208):
quanto mai pericolosa… Lo sviluppo tendenzialmente inflazionistico in alcuni paesi (con rigidi corsi dei cambi!) è da riferire, non da ultimo, anche alla concessione di prestazioni sociali superiori alle possibilità di rendimento dell’economia nazionale. Poiché nel campo politico un adeguamento nelle prestazioni sociali non può avvenire mai verso il basso [che pessimismo ingiustificato!], ma solamente verso l’alto, ne deriva la conseguenza che anche quelle economie nazionali le quali avevano potuto finora conservare un ordine equilibrato, o vengono spinte per forza, a loro volta, su quella via rovinosa, o devono scontare la colpa altrui sotto la forma dell’applicazione di clausole protezionistiche da parte dei loro contraenti.”
 
La discriminazione per assistere i più sfortunati non sembrava vera discriminazione. (Recentemente si è coniato il termine senza senso di “meno privilegiati” per mascherare tale discriminazione.) Per mettere in una posizione materiale più eguale gente inevitabilmente molto diversa nelle condizioni dalle quali in gran parte dipende il loro successo nella vita, è necessario trattarle in modo ineguale.
Tuttavia, rompere il principio di eguale trattamento sotto l’impero della legge anche per motivi caritatevoli, aprì inevitabilmente le porte all’arbitrio, e per mascherarlo ci si affidò alla formula “giustizia sociale”; nessuno sa precisamente a cosa si riferisca tale termine, ma proprio perciò servì da bacchetta magina per spezzare tutte le barriere, in favore di misure parziali. Dispensare gratifiche a spese di qualcun altro che non può essere identificato facilmente, divenne il modo più facile per comperare l’appoggio della maggioranza
Tuttavia, un governo o un Parlamento che diventi un’istituzione benefica si espone inevitabilmente al ricatto
Spesso non è più un “compenso” ma diventa esclusivamente una “necessità politica” determinare quali gruppi devono essere favoriti a spese di tutti.
Questa corruzione legalizzata non è colpa dei politici; essi non possono evitarla se vogliono guadagnare posizioni in cui poter fare qualcosa di buono; diventa una caratteristica intrinseca di ogni sistema in cui l’appoggio della maggioranza autorizza misure speciali per soddisfare particolari malcontenti.”
(Hayek, Legge, legislazione e libertà, EST (Il Saggiatore), Milano, 2000, pag. 477).
 
5. Ma, a loro volta, in fatto di concezione della democrazia e del ruolo dei parlamenti nazionali elettivi, questo pensiero forte ha un chiaro antecedente negli ottocenteschi “critici liberali” di Hegel come ci rammenta questo commento di Arturo del 14 settembre scorso:
“Su questo argomento mi pare molto utile ricordare il dibattito fra i liberali tedeschi dell’Ottocento e il papà di tutti gli statalismiautoritarismi: Hegel.
Se l’autore della Filosofia del diritto, pur insistendo sul momento statale o pubblico della soluzione della questione sociale, dinanzi all’implacabilità della crisi di sovrapproduzione e all’inanità dei suoi “rimedi”, consiglia almeno di lasciar libero l’accattonaggio (§ 245 A), ben diverso è l’atteggiamento dei suoi critici liberali.
Per prevenire “già nella sua fonte” ogni attacco al diritto di proprietà, bisognava rinchiudere gli accattoni, e tutti coloro che fossero sprovvisti di mezzi di sussistenza, in “case di lavoro obbligatorio”, e rinchiuderli a tempo indeterminato, sottoponendoli ad una disciplina dura, anzi spietata.
Da notare che questa misura di internamento poteva esser presa dalla magistratura, oppure poteva tranquillamente trattarsi di una “misura autonoma da parte delle autorità di polizia”. 

Non solo l’atteggiamento di Hegel è meno “autoritario” e più rispettoso della libertà individuale che non quello dei suoi critici liberali, ma è da aggiungere che la repressione da questi ultimi invocata a danno di accattoni e disoccupati non viene sentita in contraddizione con la sottolineatura da loro operata dei limiti dell’azione dello Stato: proprio perché lo Stato non ha alcun compito attivo di intervento nella soluzione di una presunta questione sociale, proprio perché ogni individuo è da considerare responsabile esclusivo della propria sorte, è logico che lo Stato respinga “già nella sua fonte” la violenza che contro il diritto di proprietà può essere esercitata da individui oziosi e dissoluti, costituzionalmente incapaci di un lavoro e di una vita ordinata[nota 12]. 
La repressione poliziesca è la conseguenza dello “Stato minimo” e della celebrazione della centralità del ruolo dell’individuo.”. (D. Losurdo, Hegel e la libertà dei moderni, La scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2012, pagg. 186-7).
(In nota 12 sono riportati i riferimenti al liberale Staats-Lexikon, diretto da C. v. Rotteck e C. Welcker).
Sarà un caso se negli USA la polizia sembra un esercito di occupazione?”
 
Fig.1 Percentuali di individui a rischio di povertà nell’Unione Europea, e nei paesi dell’area Euro – 2015 
Fig.2 Dinamica delle percentuali di popolazione a rischio di povertà nell’area Euro e in alcuni dei paesi 2007 – 2015
visti tutti questi eloquenti dati degli effetti del federalismo europeo, liberista e anti-collettivista, e quindi antisovrano, dovremmo ragionevolmente aspettarci che la “vera” democrazia, da difendere col più €uropa, si sviluppi, per sua Legge naturale, nella esigenza di rinchiudere gli accattoni, e tutti coloro che fossero sprovvisti di mezzi di sussistenza, in “case di lavoro obbligatorio”, e rinchiuderli a tempo indeterminato, sottoponendoli ad una disciplina dura, anzi spietata”.
7. Naturalmente, nelle evoluzioni culturali attuali, tutto questo assumerebbe qualche forma attualizzata o più o meno nascosta e tollerata(accattoni e working poors si chiamano, oggi, “poeticamente”, gli invisibili). 
Il lavoro, si sa, è ormai un privilegio, anche se, per quello “obbligatorio” si stanno attrezzando (come ben sappiamo; e questo per non parlare degli “ammassi” di immigrati in tutta €uropa, trattandosi di potenziale manodopera in attesa di assolvere al suo compito di rideterminazione verso il basso dei livelli salariali per tutti i “perdenti” della globalizzazione; v. qui, la spiegazione di Chang, su questa scelta essenzialmente “politica”, p.8). 
8. O forse queste forme saranno rese ancora più prossime alla concezione originaria, data la propensione allo “stato di eccezione, regressiva verso il capitalismo ottocentesco; dipende da quanti saranno gli “accattoni e coloro che sono sprovvisti di mezzi di sussistenza” all’indomani della prossima recessione da crisi finanziaria, gestita mediante politiche di austerità fiscale (“espansiva”) a tutela dei creditori-proprietari (di tutto). 
Anche perché la “difesa della proprietà privata”, sempre più concentrata nella titolarità, conduce alla criminalizzazione sistematica della forza lavoro, disoccupata e colpevolizzata in quanto tale; situazione che viene “risolta” anzitutto con le varie condizionalità legate ai “redditi di cittadinanza” e, in ogni modo, attraverso la crescente, e conveniente, imposizione del lavoro forzato ai detenuti-disoccupati.

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