L'accordo con l'Olp degli anni 70'.

In questi giorni di fervore patriottico per il caso Battisti proviamo a riesaminare alcuni degli episodi altrettanto irrisolti della storia del nostro Paese. Vi propongo un articolo che fà riflettere, fatti irrisolti di cui si preferisce  ancora tacere. Decidete voi se significa qualcosa o significa nulla.

tratto da  L’accordo Moro e la strage di Bologna del 2 agosto 1980 di Matteo Masetti

Negli anni Settanta il governo italiano siglò un accordo segreto con l’Olp per evitare atti di terrorismo nel nostro Paese. In cambio l’organizzazione di Arafat ottenne la libera circolazione dei fedayn palestinesi nella penisola. L’intesa sarebbe stata pensata da Aldo Moro. Ma tra la fine del 1979 e i l’agosto del 1980 qualcosa andò storto. L’attentato alla stazione di Bologna potrebbe essere maturato in quel clima.

Una delle pagine più oscure e tragiche nella storia della nostra Repubblica è quella dell’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980. Questa strage fu un fatto di una violenza terroristica mai apparsa fino ad allora nel nostro paese e avvenne poco tempo dopo il misterioso incidente al DC-9 Itavia in volo da Bologna a Palermo il 27 giugno di quell’anno, inabissatosi con 81 passeggeri nel mar Tirreno nei pressi dell’isola di Ustica.

Ecco dunque la breve cronaca di quel tragico 2 agosto: alle ore 10,25 nella sala d’aspetto della stazione di Bologna Centrale circa 23 kg di esplosivo di fabbricazione militare vennero fatti saltare con un comando a tempo. Assieme alle vittime – 85 morti e 200 feriti – andarono distrutti gran parte della stazione, il parcheggio antistante e il treno Ancona-Chiasso in sosta. Tre giorni dopo l’attentato, a seguito di una riunione del comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga dichiarò: “La strage è di chiara marca fascista”. Le indagini porteranno all’arresto tra il 1981 e il 1982 di due estremisti di destra dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), Giuseppe Valerio Fioravanti e la sua fidanzata Francesca Mambro, i quali dopo un processo che era stato annullato, verranno condannati in modo definitivo all’ergastolo con sentenza del 23 novembre 1995. A questo riguardo l’ex presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, ha sostenuto che il movente attribuito ai condannati per quell’eccidio, “non ha alcun senso”.

Mambro e Fioravanti hanno ammesso altri delitti assai gravi per i quali hanno ricevuto condanne pesantissime; ma si sono sempre professati innocenti per quella bomba alla stazione di Bologna. Da notare che Cossiga, in una lettera inviata all’on. Enzo Fragalà – membro della Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin – e letta nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio il 20 luglio 2005 aveva scritto: “Premetto che non ho mai ritenuto la Francesca Mambro e Giusva Fioravanti responsabili dell’eccidio di Bologna. L’ultima, assai debole sentenza di condanna è da ascriversi alle condizioni ambientali, politiche ed emotive della città in cui è stata pronunziata, nonché alle teorie allora largamente imperanti nella sinistra e nella cosiddetta ‘magistratura militante’ “.

Il 30 maggio 2005, cioè due mesi prima di questa importantissima dichiarazione – che quindi smentiva quanto il presidente emerito della Repubblica aveva affermato quando la strage era stata appena compiuta – l’ANSA dava una notizia riferita al 1980, secondo la quale il giorno 11 luglio di quell’anno, il prefetto Gaspare De Francisci, direttore dell’UCIGOS (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali), scriveva al direttore del SISDE generale Grassini che il FPLP (Fronte Popolare Liberazione Palestina) minacciava ritorsioni contro il nostro paese a causa della vicenda di un giordano arrestato e condannato il 25 gennaio 1980 dal Tribunale di Chieti. De Francisci avrebbe poi coordinato le indagini sul sequestro Dozier, l’alto ufficiale statunitense rapito da un commando delle Brigate Rosse il 17 dicembre 1981 e liberato da una brillante operazione dei Nocs il 28 gennaio 1982. Il direttore dell’UCIGOS di quegli anni era quindi un grande professionista.

Ma perché De Francisci aveva parlato del terrorismo palestinese che minacciava da vicino l’Italia? L’intricata vicenda è stata ben ricostruita da un dossier apparso sul numero di luglio/agosto 2005 del mensile “Area” e firmato da un brillante giornalista investigativo, Gian Paolo Pellizzaro. Consulente della commissione di inchiesta parlamentare sulle stragi e sul terrorismo, oltre ad avere svolto lo stesso incarico per la commissione Mitrokhin, presieduta tra il 2001 e il 2006 dal senatore Paolo Guzzanti, Pellizzaro si è occupato delle ricerche inerenti la strage di Bologna, citata infatti nel capitolo conclusivo del documento della commissione Mitrokhin.

Secondo questa ricostruzione ampiamente documentata le origini dell’attentato sono da far risalire all’episodio dei “missili di Ortona”, ovvero all’arresto avvenuto il 7 novembre 1979 nei pressi di Ortona (Chieti) di tre rappresentanti dell’Autonomia Operaia di Roma. Baumgartner, Pifano e Nieri – questi i nomi degli arrestati – stavano infatti trasportando due lanciamissili di fabbricazione sovietica del modello SAM-7 Strela con relativo munizionamento avuti da un contrabbandiere di armi, il quale le aveva sbarcate quel giorno da una motonave presso il porto di Ortona al Mare. Ecco come vengono descritti i missili Sam-7 Strela nel capitolo conclusivo della relazione di maggioranza sul dossier Mitrokhin (pag. 285): “I missili [.] possono essere impiegati per un solo colpo e il missile è dotato di una testa auto cercante che consente di manovrare in modo automatico per colpire l’obiettivo, con una gittata massima di 6-7 chilometri. Il sistema è destinato contro aerei a bassa quota ed è idoneo a lanci contro aerei in allontanamento, in fase di decollo e di atterraggio”.

Nello svolgimento della vicenda è fondamentale il successivo arresto operato a Bologna il 13 novembre 1979 del giordano Abu Anzeh Saleh, ovvero del responsabile del FPLP in Italia. E’ quindi importante ricordare che il capoluogo romagnolo era il luogo di residenza del giordano e che in questa ricostruzione la scelta del luogo dell’attentato – al di là delle motivazioni che vedremo – sia da ricondurre a questo fatto. Saleh avrebbe infatti dovuto essere presente alla consegna delle armi ma quel giorno aveva avuto un impedimento e quindi aveva delegato i tre autonomi romani per assolvere questo compito.

Oltre ad essere una figura di spicco in Italia del FPLP, comandato dal noto terrorista palestinese George Habbash, A. A. Saleh era anche un uomo legato all’organizzazione del venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, noto anche come “Carlos”, ora condannato all’ergastolo e detenuto in Francia.

Comunque la vicenda dei missili, lungi dal risolversi con l’arresto delle persone coinvolte, cominciò invece a diventare una questione molto spinosa per la magistratura e la politica italiana. Infatti il 2 gennaio 1980 il Comitato Centrale del Fronte popolare per la liberazione della Palestina inviava una nota ufficiale al presidente del Tribunale di Chieti, presso il quale si stava svolgendo il processo. Ecco alcuni passaggi di quella nota: “I missili trovati ad Ortona sono dell’FPLP [.] Non c’è mai stata intenzione da parte del Fronte di usarli in Italia [.] E quindi il passaggio-chiave: “Noi richiedemmo che queste informazioni fossero trasmesse al governo italiano. Alcuni giorni dopo, l’ambasciata italiana ci confermò che il governo italiano era stato informato in modo esatto e completo”. Tutto il documento venne letto in aula durante il dibattimento ma a questo punto è opportuna una precisazione importante, perché la missiva era stata affidata a Damasco al colonnello Stefano Giovannone, il quale era subito partito per l’Italia senza informare l’ambasciatore a Beirut del motivo del viaggio.

Questo alto ufficiale era stato designato nel 1972 come capo centro del SISMI a Beirut e lì rimase fino al 1981. Ecco cosa scrisse di lui l’ammiraglio Fulvio Martini – ex direttore del SISMI – nel suo libro “Nome in codice: Ulisse”: “Penso che l’Italia debba qualcosa a questo ufficiale dei carabinieri; in centrale [.] avevano scelto per lui il nome in codice Maestro e questo è già di per sé indicativo. Pochi riuscivano a capire con quali difficoltà il colonnello Giovannone avesse a che fare nello svolgimento della sua missione di capo centro a Beirut. Il compito principale di Giovannone era quello di mantenere il SID informato con continuità sull’evoluzione degli avvenimenti. Il Servizio, come era suo dovere istituzionale, aveva necessità di conoscere esattamente la situazione, non solo per poterla analizzare e fare delle previsioni utili alla politica estera del nostro governo, ma anche al fine di provvedere alla difesa dell’Italia da eventuali operazioni di terrorismo che avrebbero potuto coinvolgerla.[.] Era un maestro della cosiddetta ‘diplomazia parallela’ – quella che ti scarica se non riesci e che ha come solo scopo l’interesse superiore del tuo Paese. Il suo successo fu completo. L’Italia fu molto ingrata con lui. Rientrò da Beirut nel 1980 e morì nel 1985, di tumore, dopo un calvario giudiziario che durò a lungo e durante il quale non fu difeso da quei politici che l’avevano utilizzato”. Poco prima di morire rilasciò un’intervista nella quale dichiarò: “Il mio dialogo con i palestinesi ha dato sette anni di pace all’Italia”. Possiamo a questo punto evidenziare nella lunga citazione tratta dal libro dell’ammiraglio Martini il termine di “diplomazia parallela”, quindi credo sia lecito domandarsi che tipo di agreement esistesse tra il nostro paese e i palestinesi per lasciare in pace l’Italia in quegli anni.

Esistono infatti tutti gli indizi per ricostruire l’esistenza di un patto per assicurare al nostro paese un livello di tranquillità in cambio di una specie di salvacondotto per gli estremisti arabi. Nel saggio “Fratelli d’Italia” uscito nel 2007, l’autore Ferruccio Pinotti scrive: “Come è emerso successivamente, il governo italiano aveva siglato negli anni Settanta un accordo segreto con l’Olp mirato a evitare atti di terrorismo: in cambio della possibilità degli attivisti palestinesi di circolare sul territorio italiano, l’organizzazione di Arafat si sarebbe impegnata affinché non avvenissero attentati sul suolo nazionale. L’intesa sarebbe stata pensata già da Aldo Moro”. A questo proposito Rosario Priore, il magistrato che ha indagato nel corso della sua carriera su casi come la strage di Piazza Fontana, “l’incidente” di Ustica e l’attentato a Papa Giovanni Paolo II, ha affermato nel corso della trasmissione “Omnibus” su LA7 del 14 maggio 2007: “Io vorrei solo fare un piccolo riferimento a questo patto, questo è un patto di cui parla Moro in quattro importantissime lettere [.] Questo è un patto, diciamo la verità, che ha determinato la nostra storia per oltre trent’anni.” Le lettere di cui parla Priore sono evidentemente quelle che lo statista democristiano scrisse durante la sua prigionia nelle mani delle Brigate Rosse e i riferimenti a questo patto dovevano servire a giustificare uno scambio per la sua liberazione. Ecco il passaggio della lettera inviata alla Democrazia Cristiana: “in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la DC lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità”. In un’altra lettera indirizzata a Flaminio Piccoli Moro farà preciso riferimento al colonnello Giovannone affinchè venga in Italia ed influisca per la sua liberazione.

Ma allora a quando risale la data di questo patto? Probabilmente una data precisa di stipula non esiste, ma le condizioni perché esso si realizzasse avvennero attraverso una serie di incontri e successivamente ad azioni terroristiche di “stimolo”. Ad esempio a seguito della strage all’aeroporto di Fiumicino operato da un commando palestinese di Settembre Nero, che il 17 dicembre 1973 provocò 32 morti e decine di feriti: fu così che il governo italiano nella persona dell’allora ministro degli Esteri Aldo Moro si decise a condurre le trattative per una “tregua” mantenendo il colonnello Giovannone dislocato a Beirut in qualità di garante affinchè potesse controllare e monitorare costantemente la situazione. Di fatto un accordo tutto sulla parola ma senza nulla di scritto. In pratica, a fronte della “distrazione” delle autorità italiane per il transito di materiale esplosivo e armi attraverso il nostro paese, l’Italia sarebbe stata risparmiata dalle cruente azioni del terrorismo palestinese e dai pericoli di ritorsione israeliana: e ciò in effetti accadde. Il nostro paese infatti, per la sua posizione geografica in mezzo al Mediterraneo era considerato un punto strategico ed inoltre proprio in quel periodo si verificò lo scontro arabo-israeliano del Kippur (6-22 ottobre 1973), con le dovute ripercussioni nell’area. Trattandosi comunque di un patto non scritto e a causa della cronica instabilità della situazione politica italiana, le condizioni andavano di volta in volta riviste a seconda dei vari accadimenti del nostro scenario politico. E sicuramente la morte di Moro (9 maggio 1978) dovette creare non poche complicazioni.

Questa lunga digressione per spiegare cosa aveva innescato il sequestro dei missili – che durante il processo si scoprì essere solo in transito nel nostro paese – e l’arresto del responsabile del FPLP in Italia alla fine del 1979. Sempre Cossiga nella lettera inviata alla commissione Mitrokhin nel 2005 scriveva: “La richiesta avanzata dall’FPLP di restituzione dei missili faceva forse parte dell’accordo mai dimostrato ‘per tabulas’, ma notorio, stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte, e dal governo italiano dall’altra, quando era per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri l’on. Aldo Moro.

La totale fedeltà e conseguente riservatezza che i collaboratori sia del Ministero degli esteri sia del Sifar e poi Sismi nutrivano per lui, impedì sempre a me, benché ‘autoritariamente curioso’, di sapere alcunché di più preciso sia da ministro dell’Interno, che da Presidente del Consiglio dei Ministri e da Presidente della Repubblica”. Inoltre nel corso della trasmissione “La storia siamo noi” su Rai Due del 24 maggio 2007 l’ex presidente della Repubblica ha affermato: “Arrivò attraverso Giovannone, un messaggio del capo di un’organizzazione terroristica, a me diretto, molto cortese che diceva: ‘Ma qui stiamo violando i patti, il missile è mio, voi me lo dovete restituire’ “.

Vi fu in quell’occasione un vero e proprio braccio di ferro tra la posizione dell’allora premier Cossiga e il nostro servizio segreto militare – i cui vertici risulteranno iscritti alla loggia massonica P2 – che riteneva ancora in vigore quell’accordo nonostante Moro non fosse più in vita. Tra l’altro, proprio in quel periodo il nostro paese era impegnato in una fase di importante riavvicinamento agli interessi degli Stati Uniti, di Israele e della NATO. Ma la posizione palestinese verso il governo italiano andò peggiorando nei mesi successivi, anche perché, come abbiamo accennato, il giordano Saleh, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, era anche un uomo che faceva parte dell’organizzazione terroristica di Carlos, con il quale si era incontrato in più di un’occasione a Bologna e di certo non per dei briefing di tipo culinario. Il gruppo Carlos denominato Separat dalla Stasi dell’ex DDR ed attivo tra il 1976 e il 1989 ha avuto al suo attivo una serie di azioni terroristiche soprattutto sul territorio francese. Quindi la vicenda del sequestro dei missili Strela si stava intrecciando pericolosamente anche a questo gruppo che tra l’altro non era solo una variabile rischiosa ma altamente imprevedibile per gli sviluppi che poteva provocare. L’organizzazione terroristica di Carlos, detto anche lo Sciacallo, godeva inoltre della protezione dei governi dell’Est Europa e del Medio Oriente ed era in contatto con altri gruppi eversivi in Italia, Francia, Germania, Spagna, ecc.

Da una ricerca della Digos di Bologna del marzo 2001 su segnalazione dell’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro è emerso che Thomas Kram, membro di spicco delle Cellule Rivoluzionarie (RZ) e facente parte a tutti gli effetti del gruppo Carlos, alloggiò a Bologna la notte del 1° agosto 1980, cioè proprio il giorno prima dell’attentato. Kram,

cittadino tedesco qualificato negli atti giudiziari come un grande esperto di esplosivi, si rese poi irreperibile la mattina del 2 agosto rimanendo latitante fino al 2006 quando si costituì in Germania. Va quindi annotato che, come indicato nell’ultimo capitolo dalla Commissione Mitrokhin, la Procura di Bologna ha aperto un procedimento a carico di ignoti per l’ipotesi di strage e successivamente ha chiesto, con rogatoria internazionale, di interrogare Kram come persona informata dei fatti. Tra l’altro lo stesso Carlos, nel corso di un’intervista in carcere rilasciata al “Corriere della Sera” il 23 novembre 2005 ha affermato che “un compagno tedesco era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell’esplosione. Ho ricordato il suo nome leggendo il Corriere: Thomas Kram”. Se ciò non fosse ancora sufficiente a seguire questa pista, vorremmo anche ricordare che lo stesso tipo di esplosivo utilizzato nell’attentato di Bologna è stato rintracciato al momento dell’arresto nella valigia della terrorista tedesca Christa Margot Froehlich, anch’essa legata al gruppo Carlos, avvenuto il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino: purtroppo però gli esperti non lo hanno mai accertato con sicurezza assoluta e questo rimane un interrogativo ancora aperto di quella vicenda.

L’attentato di Bologna venne poi a legarsi anche alla improvvisa sparizione, avvenuta a Beirut il 2 settembre 1980, di due giornalisti italiani, Italo Toni e Graziella De Palo. Ecco cosa scrive ancora Ferruccio Pinotti nel suo libro “Fratelli d’Italia”: “Lo stato, il governo, i servizi segreti avrebbero coperto i veri responsabili della strage di Bologna per rispettare l’accordo coi palestinesi. Si tratterebbe di una verità sconvolgente. E se Italo Toni e Graziella De Palo, attraverso le loro fonti palestinesi in Libano, avessero messo le mani su una simile “lettura” della strage di Bologna, si giustificherebbe la loro sparizione e si spiegherebbero le coltri di fumo e i depistagli posti in essere da Giovannone e dal generale Santovito sulla loro morte, tanto da essere rinviati a giudizio. Soprattutto si capirebbe il motivo dell’imposizione, sull’intera vicenda, del ‘segreto di Stato’, che permane tutt’oggi.”

Se quindi l’ipotesi dell’attentato di matrice medio-orientale, finora senza esiti processuali, può comunque essere considerata una traccia molto credibile, considerando l’intreccio di motivazioni, connivenze e interessi – oltre alla sentenza molto dubbia nei confronti degli imputati Mambro e Fioravanti -, aggiungiamo un altro elemento che ha contribuito in questi anni all’offuscamento della verità processuale. Infatti il 13 gennaio 1981 sul treno Taranto-Milano in sosta alla stazione di Bologna veniva rinvenuta una valigia contenente esplosivo simile a quello utilizzato per la strage oltre ad armi ed altro materiale compromettente. Le indagini fecero scoprire che questo ritrovamento costituiva una vera e propria sceneggiata operata dal SISMI che, sempre fedele al “patto”, tentò il depistaggio verso elementi neo-nazisti e ciò spiega perché ufficiali del SISMI vennero condannati per questo episodio.

Tornando invece alla condanna degli imputati al processo di Chieti per l’episodio dei missili, il giordano Saleh venne rimesso in libertà il 17 giugno 1981 per decorrenza dei termini di custodia, mentre gli altri complici italiani continuarono a rimanere in carcere. E’ quindi evidente la disparità del trattamento degli imputati. E ciò non può non essere stata una coincidenza casuale in seguito all’attentato avvenuto meno di un anno prima.

Un’ultima nota crediamo sia doverosa per le vittime di quel tragico 2 agosto: persone ignare del proprio destino che vide 85 vittime o che avrebbero visto la propria vita completamente cambiata per un grave ferimento così come per la perdita di un familiare o di un caro amico. La perdita di fiducia nella giustizia e nelle istituzioni di cui oggi dobbiamo constatare la drammatica attualità è dovuta anche – ovviamente non solo – a situazioni irrisolte come quella di Bologna che, a distanza di quasi 30 anni, chiede una chiave di lettura diversa rispetto a quella finora rivelata. Mi sembra infatti che gli elementi oggi a nostra disposizione richiedano quindi un nuovo impegno da parte degli organi inquirenti e giudiziari per arrivare ad una memoria processuale condivisa che possa cominciare a ridare credibilità al nostro panorama istituzionale. Allo stesso tempo è certo che continuerà l’azione di sbarramento dei “guardiani della verità”, cioè di coloro che non vogliono che queste rivelazioni diventino di ampia diffusione, poiché si ha quasi l’impressione che la nostra opinione pubblica non sia ancora preparata alla lettura di fatti che accaduti da troppo poco tempo per essere completamente metabolizzati. Oltre alle inevitabili ripercussioni che simili verità possano divenire fonte di attrito con i vicini medio-orientali e i nostri interessi nell’area.

altri link: la storia siamo noi Rai

la strage di Bologna una verità forse da ricostruire

Strage di Bologna: lo zelo sospetto di Cossiga e la “pista libica”

Strage di Bologna, Fioravanti: la verità è un’altra

BIBLIOGRAFIA

  • Storia nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, di A. Colombo, Cairo Publishing, 2007.
  • Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il “dossier Mitrokhin” e l’attività d’intelligence italiana. Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta, doc. n. 374, prot. n. 4208 del 15.03.2006.
  • Fratelli d’Italia di Ferruccio Pinotti, BUR, 2007.
  • Nome in codice: Ulisse, di Fulvio Martini, Rizzoli, 2001.
  • La tela del ragno. Il delitto Moro, di Sergio Flamigni, Kaos Edizioni, 1988.
  • I giorni del diluvio, di Franco Mazzola, Nino Aragno Editore, 2007.