La Siria vista dal di dentro

di Ekaterina Yanson 
trad. Gb.P.
La Siria è lungi dall’essere solo uno Stato arabo ancora molto pericoloso, come spesso viene presentato dalla stampa occidentale. Strade tranquille qui, spari di là: dov’è la vera Siria? Ovunque, come testimoniano al microfono di Sputnik coloro che hanno vissuto la guerra, e che aiutano a riflettere un’immagine più reale del paese e della sua gente.
Donne eleganti, truccate, velate o no, bambini che passeggiano dopo la scuola, negozi, caffè, allegria e risate: questa potrebbe essere la descrizione di un paese europeo. Eppure è il volto della Siria, dopo circa otto anni di guerra. Una Siria complessa e profonda, che accoglie a braccia aperte, nonostante i combattimenti che ancora infuriano in alcune aree.
Come hanno vissuto la guerra i Siriani?
“La guerra ha distrutto i nostri sogni e il nostro futuro. Le nostre case sono state demolite. Abbiamo perso i nostri amici e parenti, alcuni sono fuggiti dal paese, altri sono stati martirizzati”, ricorda Bakri Mardini, corrispondente militare originario di Aleppo. Gli Aleppini hanno patito l’assedio, carenza di medicinali e prodotti alimentari, prezzi alti: “Eravamo al punto in cui non potevamo più trovare il pane per i nostri figli”, aggiunge, lui che non ha lasciato la Siria per un solo giorno durante la guerra. “Volevo fare qualcosa per il mio Paese. La mie armi sono la mia macchina fotografica e la mia penna. Ho documentato i momenti più importanti delle battaglie, così come le distruzioni causate dal sabotaggio dei terroristi”.
Mohammad Fadlallah, del sud del Libano, ha combattuto per sette anni e mezzo nei ranghi di una milizia araba a fianco dell’esercito siriano. “Noi guardiamo le nostre vite nel contesto della guerra”, ci racconta. “L’abbiamo vissuta in tutti i suoi dettagli. E siamo orgogliosi di essere stati spalla a spalla con i siriani durante tutte le fasi della battaglia contro il cinico volto di questo mostro terrorista “.
Il Paese si sta riprendendo dalla guerra, quali sono le speranze dei siriani?
Se volevano distruggere il sistema morale dell’intera società araba, e non solo della Siria, i terroristi non ci sono riusciti, spiega Mohammad. Tra gli altri obiettivi c’erano: dividere la Repubblica siriana in “cantoni settari”, “disarmare le forze di Damasco”, “costringere l’esercito siriano ad arrendersi” … Ma i siriani e i loro alleati hanno resistito a questa “degenerazione morale su tutti i fronti: culturale, politico, mediatico e militare”: “Siamo riusciti a rimanere esseri umani rispettando la nostra etica, i nostri principi e la nostra cultura”, riconosce, pur lamentando la morte di molti suoi compagni che non sono sopravvissuti ai combattimenti.
Infine, la Siria si sta lentamente riprendendo dalla febbre da guerra, continua Bakri che ora mostra le immagini del suo paese natale in ricostruzione. “Io spero di vedere ancora la Siria com’era prima della guerra. Spero di rivedere i miei amici e parenti che tornano nelle loro case siriane “.
Mohammad afferma che la speranza di “ogni soldato arabo” è di fare del suo meglio per “costruire una Siria più forte, più potente di prima”. “Sogniamo di costruire una società araba resistente. Speriamo che l’Occidente alla fine ci lasci in pace”.
Percezione della Siria in Europa contro quella della Siria sul terreno
Paese in costante stato di guerra, rinchiuso nel suo caos di ostilità, dove la morte segna la vita quotidiana, famiglie disorientate, senza futuro, le fabbriche e gli ospedali bombardati: è questa più o meno la visione comunemente diffusa in Occidente. Sì, in alcuni parti, è vero.
Ma questa verità coesiste con un’altra, come coesistono nelle strade di Aleppo gli studenti con i nasi incollati ai loro smartphone e i bambini mutilati dalla guerra che si trascinano per le strade alla ricerca di un libro. Così, in alcuni posti non sentiamo la guerra, dice Alexander Goodarzy, capo della missione di Damasco di “SOS Cristiani d’Oriente”, che si erge contro quella scatola che “mente” che è la televisione. “Siamo consapevoli che i media ci stanno mentendo, che siamo sempre più manipolati. Come siamo stati ingannati con l’Afghanistan, con l’Iraq, con la Libia e ora con la Siria”. Dall’estero, è difficile immaginare che le strade di un paese in guerra “possano essere pacifiche, che la gente possa uscire, mangiare nei ristoranti, ristorare lo spirito, divertirsi. C’è questo, c’è anche questo, è la realtà”, aggiunge.
Avendo aperto la sua missione nel 2015, è stato in grado di formarsi una visione del Paese per scoprire finalmente che, se viene spesso visto dall’Europa come “un paese arabo nel senso molto profondo della parola, con tutti gli stereotipi al riguardo”, la Siria è molto più di questo.
“È un mosaico culturale e di civiltà, è la culla delle religioni, delle civiltà, è la mezzaluna fertile, è un popolo ricco di cultura e sono persone che hanno tanto da dare”, dice. Ecco cosa si percepisce: ci sono rappresentanti di diverse confessioni, vestiti secondo il loro gusto o la loro tradizione, persone che hanno la loro “cultura propria”, che, se dovesse essere descritta in una parola, si ascriverebbe alla nozione di “diversità.”
I Siriani visti più da vicino
Alexander vive a Damasco e da anni viaggia con la sua missione in diverse parti della Siria. Secondo lui, i Siriani, un popolo non aggressivo e non vendicativo, sono “arabi per cultura e lingua, ma sono fenici, persiani, bizantini, romani, arabi, ottomani, europei; sono un mix di tutto”.
Questo “popolo pacifico che è stato costretto alla guerra” poiché “la geopolitica lo vuole” a cosa aspira dopo questi quasi otto anni di guerra? Semplice: a vivere in pace e sicurezza a dispetto dei “tagliatori di teste” che hanno devastato il Paese e anche delle forze esterne che vogliono imporre “ciò che considerano giusto” PER LORO, riassume Alexander.

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