La Siria e il negoziato che non interessa a nessuno

E’ normale pensare che non si sia arrivati alla pace perché non si è usato abbastanza esplosivo? Ricostruiamo la vicenda siriana e cerchiamo di capire perché qualcuno sta spingendo per la guerra

di Patrizio Ricci

La ‘rivolta‘ siriana poteva risolversi ed esaurirsi già dopo i primi mesi. Le riforme richieste dagli oppositori erano state accettate dal governo, si erano indette libere elezioni, si era modificata la Costituzione, erano nati nuovi partiti politici in un quadro di graduale processo di riforme democratiche. Ma questa storia, come sappiamo, non è finita con un ‘vissero felici e contenti’ (come tutti noi avremmo preferito) il paese è stato messo a ferro e fuoco secondo un piano di aggressione pianificato da tempo, i ribelli non potevano certo fare tutto da soli. E’ evidente la presenza di una ‘longa manu’ guidata da interessi terzi che nulla ha a che vedere con la spontanea rivolta di piazza.

Nelle dinamiche internazionali si fa quello che decidono le lobby di potere. Così gli stessi stati della coalizione libica ‘dei volenterosi’ (chi per alleanze politiche, chi per motivi economici) si sono ritrovati di nuovo insieme. Sciaguratamente la loro prima mossa è stata quella di decretare un embargo accompagnato dal blocco dei fondi depositati all’estero. Questo provvedimento ha avuto ricadute catastrofiche soprattutto sule fasce più deboli della popolazione siriana. Invano i leader spirituali ne hanno supplicato l’interruzione: il numero reale di morti causati dal blocco economico probabilmente non si saprà mai. La situazione era paradossale: ai bambini non veniva permesso ad accedere agli alimenti per l’infanzia, ai malati erano negate le medicine, alla gente veniva negata la possibilità di accedere ai beni di prima necessità ma ai ribelli veniva concesso di vendere petrolio per acquistare armamenti nelle aeree conquistate. Il progetto successivo degli ‘strateghi per la pace’ è stato quello di imporre una ‘no fly zone’ (con annesso epilogo libico: la zona di interdizione aerea in Libia è stato un massacro di 6 mesi con 32.000 missioni effettuate) ma il piano naturalmente è stato bloccato dal veto di Russia e Cina.

Fallito il tentativo di reiterare la ‘manovra’ libica, è stato messo in atto il piano B, cioè la costituzione di un gruppo ristretto di stati formato dai maggiori ‘supporter’ dell’opposizione armata: ‘gli amici della Siria’. Così i mentre le potenze mondiali pianificavano la nuova spartizione del Medioriente, i siriani in due anni di conflitto hanno visto solo le condizioni di vita degradare, le loro case distrutte, la perdita del lavoro, gli omicidi settari, i bombardamenti, il blocco delle attività produttive, lo smantellamento delle fabbriche, i rapimenti a scopo di riscatto, gli stupri, la cacciata dei cristiani dalle proprie abitazioni, la devastazione dei luoghi di culto, le decapitazioni, gli attentati, l’instaurazione della sharìa nelle zone occupate dai ribelli. E adesso sappiamo per certo che la sofferenza non è ancora finita, il popolo siriano dovrà ora attendere i missili dal cielo. E ringraziare.

Il Papa per il 7 settembre in Piazza San Pietro ha indetto una giornata di preghiera e digiuno per la Siria nella speranza che i potenti capiscano che la pace non la si ottiene con le bombe. La chiesa è mobilitata a tutto campo. Il vescovo Richard E. Paté, presidente dei vescovi statunitensi della commissione ‘Giustizia e Pace’, ha direttamente cercato di dissuadere il Segretario di Stato John Kerry: “‘La via del dialogo e del negoziato tra tutte le componenti della società siriana, con il sostegno della comunità internazionale, è l’unica possibilità per porre fine al conflitto. Chiediamo agli Stati Uniti di lavorare con gli altri governi per ottenere un cessate il fuoco, avviare negoziati seri, fornire assistenza umanitaria imparziale e neutrale, e favorire la costruzione di una società inclusiva in Siria, che protegge i diritti di tutti i cittadini, compresi i cristiani e le altre minoranze”.

La speranza che quest’appello sia ascoltato è molto flebile. L’unico interlocutore per gli USA e per i suoi alleati è l’opposizione armata, mentre le forze pacifiche di opposizione sono accantonate e considerate alla stregua del regime. Qualsiasi passo verso la pacificazione sarà considerato ‘non credibile’, l’iniziativa di pace e di riconciliazione nazionale denominata ‘Mussalaha’ è considerata doppiogiochista. Il progetto è l’implosione dello Stato e non prevede alternative.

Fino ad oggi ogni timido tentativo di negoziazione dell’Onu è stato fatto naufragare sul nascere: nel maggio 2012 l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan arrivò in Siria per negoziare un cessate il fuoco, già accettato dal governo. I negoziati però non cominciarono mai: nel villaggio di Hula furono uccise 110 persone inclusi 25 bambini (la maggior parte sgozzati, tutti alawiti e appartenenti a famiglie filogovernative). Nonostante le evidenze, l’episodio fu precipitosamente attribuito ai governativi. S’inasprirono le sanzioni, si minacciò di nuovo la ‘no fly zone’ ma poi quando si chiarì che la strage era stata perpetrata dai ribelli si silenziò la vicenda senza darle più alcun risalto. Tuttavia, la lettera con la quale Kofi Annan rinunciò all’incarico, descriveva efficacemente la situazione attuale: “Si è insediata in Siria una forza terroristica, ostile a ogni mediazione”.

Poi, il 21 di agosto è successo ancora: gli ispettori dell’ONU erano stati chiamati a Damasco dal governo siriano. Il compito era di indagare su attacchi chimici dei ribelli, avvenuti a Khan al-Assal e in altre 2 località. Il resto lo sappiamo: gli ispettori erano lì da un giorno quando è avvenuto un attacco chimico che ha causato centinaia di vittime civili. I filmati dei ribelli mostravano su internet le vittime dell’esplosione. Gli esperti internazionali esortavano alla cautela rilevando parecchie anomalie nei filmati girati dai ribelli.
Ciononostante la Comunità internazionale, prima di ogni verifica, ha subito accusato Assad abbracciando la tesi degli insorti. Poche ore dopo, la rappresaglia aerea era già pronta. Fortunatamente alcuni governi occidentali hanno spinto alla moderazione: il clima si è stemperato e si è deciso di aspettare i risultati delle perizie chimiche che arriveranno tra qualche settimana. E’ quasi certo che i bombardamenti arriveranno prima: la decisione del Congresso americano (chiamato ad avvallare la decisone di Obama) è prevista per il 9 settembre e la pressione interventista sui senatori è grandissima.

I toni, già aggressivi, sono diventati ben presto slogan che demonizzano l’avversario e promettono una ‘punizione esemplare’ . I sondaggi però dicono che la gente è contraria alla guerra, innanzitutto perché i dubbi sono molti. In primo luogo, il governo siriano continua a negare e in tal senso esistono prove oggettive a sua discolpa. La prima è una conversazione (intercettata dal Mossad) in cui vertici delle forze armate siriane chiedono informazioni su cosa è successo a Ghouta: chi parla è quasi nel panico come se sapesse nulla; c’è poi un reportage del famoso giornalista Dale Gavlak della Associated Press che ha raccolto testimonianze tra i ribelli che dicono chiaramente che l’attacco è stato sferrato da loro per errore; e poi ci sono le registrazioni dei satelliti russi che raccontano un’altra verità: i due missili sono partiti da quartieri in mano ai ribelli…

Non ce n’è abbastanza per ‘frenare’ e fare una pausa di riflessione? E’ normale che un Premio Nobel per la Pace da un lato si erga come ‘arbitro imparziale’ e dall’altro curi l’addestramento in Giordania dei ribelli, gli stessi che sono arrivati il 15 agosto a Damasco? E non è sospetta la tempestività dei bombardamenti che arrivano proprio ora quando l’opposizione armata è ormai ‘in rotta’ su tutti i fronti?

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