La disfatta di Caporetto di Sergio CHITI

La disfatta di Caporetto di Sergio CHITI
Scritto da Administrator   
sabato 05 novembre 2005
Caporetto non è, nella nostra lingua, solo il nome di una città; è divenuto sinonimo di disastro, disfatta, di qualcosa di più e peggio della semplice sconfitta. Nell’immaginario Caporetto si materializza in tragiche immagini di armate in rotta, di soldati sbandati, che vagano, privi di ordini e in preda al panico.
Insomma, Caporetto è l’evento militare che segnò il punto tragico della Grande Guerra e dal quale, però, partì poi la riscossa, fino a giungere al glorioso 4 novembre 1918… tutto vero.
Però non fu solo questo. 

A ricordarci che la guerra non è fatta solo di schemi tattici, di strategie, di grandi battaglie, ma è fatta anche da mille sofferenze dimenticate, che non entrano nell’epica ufficiale, torna Camillo Pavan, col suo bellissimo libro I prigionieri italiani dopo Caporetto, corredato dall’elenco e la carta dei campi di prigionia, compilati a cura di Alberto Burato. Abbiamo detto che Pavan "torna", perché già ci aveva dato (edita nel 1997) un’altra interessante opera sull’argomento, Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1, Caporetto. Storia, testimonianze, itinerari.

In questa nuova fatica di Pavan i protagonisti sono quei 300.000 soldati che caddero prigionieri nei giorni della disfatta di Caporetto. Attraverso le pagine del libro li seguiamo nell’ora della resa, nelle penose e interminabili marce di trasferimento verso i campi di concentramento e infine nella realtà quotidiana della prigionia, realtà sempre drammatica, spesso tragica.

E’ un libro importante perché viene a coprire una grave falla della storiografia del trascorso secolo; solo Giovanna Procacci, nel suo Soldati e prigionieri nella Grande Guerra, con una raccolta di lettere inedite (edito nel 1993 da Editori Riuniti di Roma) iniziava a togliere dall’oblio della cosiddetta storia minore del primo conflitto mondiale tante tormentate vicende, consumate non sulla gloria del campo di battaglia, ma nell’angoscia dell’esilio, della lontananza dagli affetti e da una Patria matrigna, che chiedeva ai propri figli di esser pronti a dare la vita, ma poco o nulla faceva per difenderli.

Camillo Pavan riprende e approfondisce l’indagine, concentrandola sui prigionieri di Caporetto; il suo libro, ricco di documentazioni e di immagini, si legge d’un fiato, non solo perché scritto con uno stile sciolto e gradevole, ma anche perché ad ogni pagina apriamo gli occhi su realtà sconcertanti e sconosciute e spesso la lettura ci coinvolge fino a commuoverci.
Con un lavoro di paziente raccolta, l’autore attinge a diari, lettere, testimonianze dirette. E se possiamo leggere le pagine riflessive e ben scritte del capitano medico Michele Daniele, o del tenente Persio Falchi, non mancano le vivide testimonianze del granatiere Giuseppe Giuriati, che tenne un diario, ricco di frasi spesso disordinate e sgrammaticate, che ci porta direttamente in una realtà di durezza, di abbandono, di fame. E non abbiamo citato che pochissimi, tra i molti uomini, dal semplice soldato all’alto ufficiale, i ricordi dei quali costituiscono la più immediata e commovente ossatura del libro.

Pavan non ha la pretesa di fare un’analisi delle ragioni della gravissima sconfitta di Caporetto; non è il suo scopo, come dicevamo, e sull’argomento specifico esistono già fiumi di letteratura. Ma proprio dalla ricchezza di testimonianze dirette e non filtrare dalla storiografia ufficiale emerge un quadro significativo. Lasciamo la parola all’autore:

"Non si può dimenticare che fin dall’inizio della battaglia, a spettacolari e noti episodi di resa senza combattere si affiancarono, meno noti ma non meno numerosi (il corsivo è dell’autore di questo articolo), episodi di tenace resistenza. In fondovalle sinistra Isonzo nella prima linea di Gabrje, ad esempio, due compagnie italiane restarono sul posto venendo letteralmente piallate dall’avanzata di quattro battaglioni della 12° divisione slesiana del gen. Lequis. Senza contare la resistenza sul crinale Vodil-Mrzli-M.Nero, una lotta senza speranza perché dopo poche ore gli italiani si trovarono con gli austro-tedeschi alle spalle e il ponte di Caporetto inagibile perché fatto saltare. Strenua resistenza ci fu anche sul Rombon, sul Cukla, sugli accessi alle valli Resia e Raccolana. E poi i mille piccoli e grandi, noti e meno noti episodi avvenuti durante la ritirata… ".

Proprio il già citato granatiere Giuseppe Giuriati riporta nel suo diario una testimonianza dell’ultima confusa battaglia: "… allora il colonnello Spinucci è rimasto morto, il comandante di compagnia ferito e diversi granatieri morti e feriti. Ora prende il comando un altro e si cambia fronte e ora si fa tutti un altro attacco. Ma inutili sforzi, ora ci perdiamo di collegamento, chi gira di qua chi gira di là. All’alba ci vediamo circondati, abbiamo fatto un altro attacco con un aspirante (allievo ufficiale, ndr), misti con fanteria. Si sente dire che hanno fatto saltare il ponte sul Tagliamento e allora essendo ormai circondati da tanto tempo, ci è toccato abbassare le armi. Oggi siamo ai 30 ottobre 1917. Addio Italia. Famiglia arrivederci. Ora mi trovo nelle mani dei germanici!"

Questa testimonianza è importante, come molte altre riportate nel libro di Pavan (quelle di Sisto Tacconi, del capitano Attico Dadone, del tenente Giulio Bazini, del fante Mario Tarallo, per non citarne che alcune) perché Caporetto non fu solo una sconfitta, seppur gravissima. Fu, da subito, la corsa alla falsificazione, allo scarico di responsabilità. Se biasimevole fu il panico che prese alcuni reparti (ben pochi, per altro), che si arresero senza sparare un colpo, non meno vergognoso fu il panico che prese i vertici militari, preoccupatissimi di salvare la propria faccia. Fin qui, non ci sarebbe nulla di strano, in un’antica vocazione ad anteporre carriera e posto di lavoro a qualsiasi altro valore. Ma la falsificazione ebbe una conseguenza crudelissima, che apprendiamo dal libro di Pavan.

Spieghiamoci: la prima versione ufficiale sul disastro di Caporetto addebitava quasi intieramente alla truppa la colpa di essersi arresa senza accennare resistenza; in poche parole, era stata la viltà dei soldati a rendere possibile la travolgente avanzata nemica. Versione debole, poco realistica, anche per le grandi dimensioni della disfatta, salvo che si volesse pensare che su quel fronte, per uno strano caso della sorte, fossero schierati solo codardi e fedifraghi. Ma era una versione comoda, perché copriva mille mancanze di comandanti improvvidi, errori marchiani, sottovalutazioni del nemico; ed era anche una versione per nulla strana in un ambiente, quale quello militare di allora, in cui il semplice soldato era considerato poco più che un numero, una delle gocce che dovevano formare quelle ondate d’urto destinate solo all’assalto e al sacrificio. Fu una mentalità di questo genere, per fare un esempio, che causò le centinaia di migliaia di morti nel terribile carnaio delle battaglie dell’Isonzo.

Ebbene, accettata la tranquillizzante spiegazione della disfatta di Caporetto dovuta ad una truppa vile e incline alla diserzione, nulla vi era di strano nel fatto che l’Italia non fornì alcun aiuto alimentare a quei suoi figli, prigionieri del nemico. Mentre i prigionieri francesi e inglesi ricevevano dai rispettivi governi gli aiuti tramite la Croce Rossa, la sorte degli italiani fu nerissima, né Austro – Ungheresi e Germanici, a loro volta ridotti alla fame, avevano di che nutrire quei prigionieri.

Nulla di strano, dicevamo. Del resto, a ricordarci in quale considerazione fosse tenuto il soldato e con quale rudezza estrema fosse intesa la disciplina, Pavan ci riporta un ottimo esempio, la circolare num. 3525 del 28 settembre 1915, con la quale il generalissimo Cadorna, comandante supremo, ricordava che "ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto – prima che si infami – dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell’ufficiale".

Con quest

e premesse, con questi livelli di umanità, facilmente si arrivava alla conclusione che era "meglio che crepassero di fame, quei vigliacchi di Caporetto", anche come monito per tutti: disertare non conveniva, se non si veniva uccisi dai propri commilitoni o ufficiali, si finiva prigionieri e affamati. E la fame, già patita nei lunghi viaggi verso i campi, diviene la compagna ossessiva di una prigionia resa ancora più dura dalla sensazione di essere soli, dimenticati da una patria ingrata.
La fame strema i corpi e le coscienze, i rapporti umani si sfalsano, la dignità, la solidarietà, il rispetto, l’amicizia, divengono parole vuote, di fronte alla lotta per sopravvivere, alle dispute per suddividersi le miserrime razioni fornite da carcerieri a loro volta affamati.

La fame ricorre di continuo nei diari riportati alla luce dall’autore, non è "un argomento", ma diviene ben presto "l’argomento". La fame condiziona giorno per giorno la vita dei prigionieri. Il capitano Gaetano Tassinari, prigioniero in Germania, a Schwarmstedt, scrive al primo ministro Orlando una lettera che sarà bloccata dalla censura:
"… ogni istanza diretta ad ottenere un vitto meno scarso non ha ottenuto alcun esito: le autorità tedesche rispondono che non possono dar di più ai prigionieri ed esortano gli ufficiali a rivolgersi alla madre patria… tali condizioni di vita, poste a confronto con quelle dei prigionieri Francesi, Russi, Inglesi e Belgi, i quali dai loro governi ricevono abbondante vitto e vestiario, costituiscono uno stridente contrasto… (da eliminare) ad evitare che la tensione degli animi, cagionata dalle sofferenze, possa offendere il decoro del nostro paese…"

Ma se il capitano Tassinari si preoccupava ancora del decoro, altre voci ci portano a conoscere una realtà ben più drammatica, dove ormai si parla solo di sopravvivenza. Sisto Tacconi, internato a Rasttat-Russenlager:
"… la fame continuata non ci faceva pensare più che al mangiare, al mangiare, al mangiare; si parlava di questo, si pensava questo, si ricordava questo; si viveva per una misera scodella di sbobba da maiali che veniva data due volte al giorno e per un tozzo di pane nero dal peso di 350 grammi…".
La pagnotta andava divisa tra cinque persone e troviamo la descrizione del rito per tagliare le cinque fette, stando ben attenti a non perdere neppure una briciola di un "pane" composto perlopiù da patate, acqua e ghiande, con aggiunta di legno e paglia.

La fame fa escogitare un macabro espediente: nascondere il più possibile i cadaveri dei commilitoni, per poter usufruire per qualche giorno anche delle razioni che sarebbero spettate ai morti:
"… spesso questi morti non vengono denunciati subito: per poter fruire della loro razione di rancio, i compagni li tengono nascosti, ficcati sotto i pagliericci, finché il processo di decomposizione non rende insopportabile la loro presenza…"

La disfatta, i patimenti, le privazioni, la fame spingono il tenente Falchi a riportare nel suo diario una citazione dell’Apocalisse:
"E in quei giorni gli uomini cercheranno la morte, e non la troveranno; e desidereranno di morire, e la morte fuggirà da loro".

Ma la morte non fuggì: centomila di quegli infelici morirono nei campi di prigionia, il

quintuplo dei prigionieri delle altre nazioni, che non dimenticavano i loro figli in disgrazia. Le cause principali di morte furono due: la tubercolosi e la fame. Ma in quest’ultimo caso si annotava pudicamente nei registri una morte per "odem", edema, perché la morte "per fame" ufficialmente non poteva esistere. Quanto alla tubercolosi, nota l’autore, "è difficile non identificare in questa tubercolosi di massa il processo finale di mesi e mesi di stenti, aggiunti al clima rigido dell’Europa centro settentrionale, affrontato senza le più elementari protezioni…"

Ma prima di entrare nel girone infernale dei lager, ci narra Camillo Pavan, i prigionieri, che già avevano vissuto l’angoscia della resa, sperimentano i diversi comportamenti, ora vili, ora di splendida solidarietà umana, delle diverse popolazioni che incontrano sul lungo cammino verso i campi di concentramento. La fruttivendola di Gorizia che, fiutato il cambio del vento, rifiuta di dare qualche aiuto "a voi italiani", contrasta con la generosità degli abitanti di Lozzo, che cercano in ogni modo di dare conforti a quelle colonne di uomini stanchi e angosciati. E ciò che avviene a Lubiana, dove non pochi abitanti danno cibo ai prigionieri solo in cambio di quel che poco che essi ancora possedevano (una coperta, una mantellina, qualche capo di biancheria), fa scrivere al sergente Pennasilico sul suo diario una vera invettiva contro la città:
"Ricordalo Lubiana! Hai denudato infelici affamati sulla via dell’esilio! E questo mentre si avvicina il Natale, mentre le campane delle tue cento chiese chiamano i fedeli alla preghiera, insegnando loro ad amare il prossimo!".

Grazie, dunque, a Camillo Pavan, perché il suo nuovo libro ci permette di leggere un grande evento come Caporetto da un angolo di visuale finora nascosto, prima per voluta falsificazione della storia, persa nell’orgia di retorica risorgimentale (funzionale a tante altre cose… ), poi perché il tempo rischia sempre di seppellire tutti i ricordi. E leggendo il libro facciamo anche omaggio alla memoria di tanti nostri fratelli, morti dimenticati, se non addirittura ingiustamente bollati col marchio di disertori.

E per cercare di capire l’angoscia di quegli uomini, riportiamo ancora dal libro di Pavan un brano del diario del sergente Alessandro Pennasilico, che racconta l’ingresso al campo di concentramento di Milowitz (ora Milovice, nella Repubblica Ceca):
"Passiamo accanto a un cimitero, un abbandonato cimitero, senza monumenti, senza recinto. Molte croci di legno, tutte eguali. Domandiamo se quello è il cimitero del paese e ci vien detto che è cimitero dei russi, morti in prigionia. Questa notizia ci rattrista profondamente. Tutte queste croci si sono conficcate nel nostro cuore. E una tristezza ci accompagna, mentre le braccia delle croci affiorano nella neve, chiedendo pietà. Forse morremo anche noi in questo esilio, lontani da tutti, dalla Patria, dalla mamma. Con questi dolorosi pensieri, con questo stato d’animo così angosciato, entriamo (diciassettemila persone) nel recinto del campo di concentramento che è enorme. Sul cancello si legge: K.u.K. Kriegsgefangenenlager Milowitz. Un’immensità di baracche. Nere. Come il nostro umore. Reticolati altissimi, doppi, sentinelle ad ogni passo…".

Leggiamolo questo libro e riflettiamo su cos’è la guerra, scremata da ogni discorso di politica, arte militare, strategia: sofferenza, umiliazione, degrado, morte. Nella sua narrazione, profondamente partecipata, Camillo Pavan ci parla di un’umanità sofferente, in cui spesso prigioniero e carceriere si potrebbero scambiare i ruoli l’uno con l’altro, vittime entrambi di una follia che devastò l’Europa, e che non fu che il prodromo di un’altra follia, ancora più devastante, dopo neppure trent’anni.
Sbaglierebbe chi volesse qualificare l’opera di Pavan come "antimilitarista": tutte le definizioni impoveriscono. Noi crediamo che I prigionieri italiani dopo Caporetto si possa piuttosto definire un diario dell’uomo, tragico e splendido a un tempo, una narrazione della miseria umana, non di rado illuminata da sprazzi di fratellanza e di solidarietà, che incredibilmente riescono a sopravvivere anche negli orrori più profondi.
Infine &egr

ave; opportuno segnalare che i prigionieri italiani dopo Caporetto è anche un ottimo supporto per quanti, studiosi, appassionati, desiderassero approfondire gli argomenti trattati, nonché per chi desiderasse rintracciare il luogo di sepoltura di un disperso (e furono migliaia).
Il già citato elenco dei campi di concentramento è arricchito dall’elenco delle ambasciate e consolati d’Italia, che potranno dare assistenza a chi voglia condurre ricerche specifiche e localizzate nei vari paesi in cui i prigionieri vissero la loro odissea.

SERGIO CHITI
RIFERIMENTO:
I prigionieri italiani dopo Caporetto, di Camillo Pavan – Camillo Pavan Editore, Treviso 2001

“La guerra è un massacro fra uomini che non si conoscono a vantaggio di uomini che si conoscono ma eviteranno di massacrarsi reciprocamente” (P.Valéry)

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4 novembre