Iraq, mappa di un disastro umanitario. Sanità, ambiente, cibo, acqua potabile: tutte le emergenze tra embargo e guerra

di Cristiana Pulcinelli

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Solo dieci anni fa l’Iraq era dotato di moderne infrastrutture sociali e di un sistema sanitario di prima classe, con ospedali in grado di competere con quelli occidentali. Nel 1990 le scuole di medicina irachene attiravano giovani da tutto il Medio Oriente, mentre la rete sanitaria di primo intervento raggiungeva il 97% della popolazione urbana e il 78% di quella rurale. Una percentuale davvero invidiabile per molti paesi di quella regione del mondo. Anche il sistema idrico e quello fognario erano all’avanguardia: il 95% degli abitanti delle città irachene e il 75% di coloro che vivevano in campagna ricevevano acqua pulita. Poi ci fu la guerra del Golfo. Sei settimane di conflitto riuscirono a mandare tutto gambe all’aria.

A ricostruire la situazione sociosanitaria dell’Iraq prima e dopo la guerra del ’91 è un dossier di dieci pagine pubblicato dalla prestigiosa rivista medica inglese «The Lancet».

Non è un esercizio storico quello degli esperti chiamati dalla rivista, ma un tentativo di vedere nel futuro.

Cosa accadrà con una nuova guerra? Le previsioni sono drammatiche perché la salute degli iracheni è già molto provata. Durante la guerra del Golfo, centrali elettriche, impianti per la depurazione delle acque e stabilimenti per il trattamento delle acque nere furono distrutti, mentre i trasporti del paese vennero ridotti al 10% della loro capacità, impedendo una distribuzione regolare di cibo e medicine. I risultati immediati furono il diffondersi della malnutrizione e un aumento delle malattie infettive come tifo, colera, gastroenterite e malaria.

Circa 100.000 iracheni morirono per gli effetti sanitari della guerra, mentre tra il gennaio e l’agosto del 1991 la mortalità infantile crebbe di oltre il 300 per cento. La situazione si aggravò ulteriormente con le sanzioni economiche iniziate già nell’agosto del ’90. Negli ospedali cominciarono a mancare medicine, reagenti chimici, spesso elettricità e acqua. Secondo un rapporto del Center for Economic and Social Rights del 1996: «Il risultato dello smantellamento dei servizi sanitari in Iraq è l’aumento delle malattie croniche come diabete e cancro e delle malattie infettive… Molti iracheni oggi muoiono a causa di malattie perfettamente curabili prima delle sanzioni».

Tra il 1996 e il 1997 i primi tentativi di mitigare gli effetti delle sanzioni. Cominciò il programma «Oil for Food» delle Nazioni Unite. L’Iraq poteva vendere quantità limitate di petrolio in cambio di derrate alimentari. Un cibo che ha salvato molte vite, ma che comunque non è stato sufficiente a eliminare la malnutrizione che oggi, nel centro e nel sud del paese, colpisce il 23% della popolazione. Se nel 1990, infatti, gli iracheni consumavano in media 3159 calorie al giorno, oggi «Oil for Food» gliene fornisce 2230.

Senza contare che molte persone vendono parte della loro razione in cambio di altri beni di prima necessità. Paradossalmente, però, proprio il programma delle Nazioni Unite costituisce oggi un elemento di fragilità della società irachena: si calcola che il 60% della popolazione (16 milioni di persone) sia totalmente dipendente dalla distribuzione di cibo del programma dell’Onu. Se scoppia la guerra e le comunicazioni vengono interrotte o diventano difficili, milioni di persone rimangono senza mangiare.

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C’è poi il problema dei farmaci. Oggi, si legge nel dossier di Lancet, il sistema sanitario dispone di una riserva di farmaci di base sufficiente per 4 mesi, una quantità decisamente inadeguata in caso di guerra. Oltre a curare i feriti, infatti, si dovrà far fronte ad un aumento di casi di malattie infettive dovute alla mancanza di accesso all’acqua pulita e di malattie respiratorie dovute all’inquinamento prodotto dai pozzi petroliferi sabotati. Senza escludere, peraltro, un possibile «effetto Bhopal», ovvero il rilascio di sostanze tossiche in caso di bombardamento di industrie chimiche. E le emergenze si aggiungerebbero ai problemi di ogni giorno.

Le sanzioni, ad esempio, hanno già dato una spallata ai programmi di immunizzazione: la mancanza di vaccini, l’impossibilità di mantenere la catena del freddo che permette di far arrivare i vaccini nelle zone più remote, hanno fatto sì che nel 2000 siano diminuite le percentuali di copertura vaccinale per tutte le malattie infettive più importanti. Le Nazioni unite hanno calcolato che solo nel centro-sud del paese, ed escludendo gli anziani, ci saranno 5,2 milioni di persone «vulnerabili», ma ad avere possibilità di aiuto immediato saranno solo poco più di un milione.

L’Unicef sostiene invece che il 39% della popolazione avrà bisogno di razioni di acqua, ma solo 4 milioni di persone potranno essere raggiunte in tempi brevi. Secondo Oxfam ed altre organizzazioni non governative, già oggi 500.000 tonnellate al giorno di liquami inquinano ogni giorno le fonti di acqua potabili e la metà degli impianti di trattamento delle acque sporche non funziona. Se la rete elettrica venisse distrutta, solo il 10% degli impianti di depurazione che servono Bagdad potrebbero continuare a funzionare grazie a generatori d’emergenza.

«Anche nel migliore degli scenari possibili – si legge in un rapporto di MedAct, un’associazione medica inglese – quello di una guerra breve e dai confini limitati come quella del ’91, gli effetti sulla popolazione irachena sarebbero oggi molto più gravi di allora». Ne è cosciente anche il governo Usa che ha già predisposto un piano di aiuti umanitari che dovrà essere attuato, a guerra finita, dagli stessi militari statunitensi. Paradossi delle guerre asimmetriche.

22 February 2003 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 8) nella sezione “Esteridell’Unità

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