Il Rito Antico trasforma l’uomo in un “gigante” e non in un “pigmeo” che si accontenta …del suo ombelico

Scrive il famoso liturgista dom Gérard Calvet (1927-2008): “Contro la tentazione al naturalismo, la preghiera liturgica propone un grande rimedio: il primato della contemplazione. (…). Di fronte al naturalismo incurvato in se stesso, l’ordine liturgico oppone un lungo discorso sulla santità, sulla bellezza e sulla grandezza di Dio. Il pigmeo delle culture tecniche si meraviglia di ciò che produce; guarda le realizzazioni della sua mente; di là il suo sguardo si abbassa sugli utensili, sulle sue mani, e talvolta –Dio ci perdoni- sul suo ombelico. Allora la santa Chiesa lo raddrizza, lo mette in preghiera; attraverso la grazia della liturgia eccolo che si dimentica, si disinteressa un po’ di se stesso, delle sue mani e anche delle sensazioni del suo cuore; eccolo che guarda e canta la gloria di qualcun altro: ‘Laudamus Te, benedicimus Te, adoramus Te, glorificamus Te, agimus Tibi propter magnam gloriam Tuam’.”[1]

Ma vi rendete conto? Se la liturgia è tutta appiattita sull’orizzontale, sull’uomo e sulla dimensione assembleare, allora essa non può costituire un antidoto alla tentazione efficientista. Quella stessa tentazione che rende l’uomo di oggi incapace ad elevare il capo, a capire che non tutto è nelle sue mani e a non dolersi del fatto che qualcosa gli sfugge o possa sfuggirgli.

Per questo la Chiesa commise un grave errore cambiando la liturgia, trasformandola da “verticale” in “orizzontale”. In tal modo costrinse l’uomo a moncare, a ridurre e abbassare il suo sguardo e le sue aspettative; a non saper più cogliere dov’è davvero la soluzione di tutto.

La riforma liturgica è stata in tal senso un assecondamento di ciò che l’uomo moderno stava ormai da tempo patendo: la sua progressiva “pigmeatizzazione”, per usare la terminologia di dom Gerard Calvet. Rileggiamo le sue parole: “Il pigmeo delle culture tecniche si meraviglia di ciò che produce; guarda le realizzazioni della sua mente; di là il suo sguardo si abbassa sugli utensili, sulle sue mani, e talvolta –Dio ci perdoni- sul suo ombelico. Allora la santa Chiesa lo raddrizza, lo mette in preghiera; attraverso la grazia della liturgia eccolo che si dimentica, si disinteressa un po’ di se stesso, delle sue mani e anche delle sensazioni del suo cuore; eccolo che guarda e canta la gloria di qualcun altro…”

[1] Dom Gérard Calvet, La santa liturgia, tr.it., Roma 2011, pp.41-42.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri