ISPI: Il modello curdo-iracheno per la crisi libica?

L’attuale confronto militare in Libia ha cause profonde di natura interna, regionale e internazionale. L’attacco alla capitale il 4 aprile da parte del Libyan National Army (LNA) di Khalifa Haftar ha reso evidente il fallimento della mediazione internazionale. Difficile pensare che i tempi per un ritorno al tavolo negoziale siano maturi. Le parti in conflitto restano infatti convinte di poter ottenere la vittoria militare. In particolare, le recenti azioni di Haftar sembrano prospettare recrudescenze e danni materiali in pericolosa crescita. Se la comunità internazionale vuole riaprire prospettive di negoziazione, dovrà necessariamente partire da presupposti differenti. La redistribuzione degli introiti energetici (petrolio e gas), ad esempio, in una prospettiva di medio-lungo termine, potrebbe favorire un rapprochment tra le componenti in conflitto a livello locale, stemperando al contempo gli attriti delle potenze esterne (regionali e internazionali) che le sostengono.

L’attuale confronto militare

L’attuale confronto militare in Libia sembra destinato a protrarsi. L’azione del Generale Khalifa Haftar e della formazione da lui guidata, il Libyan National Army (LNA), iniziata il 4 aprile scorso, non ha sortito l’effetto sperato, ossia quello di una rapida presa di Tripoli, e non sembra in grado di portare risultati almeno nell’immediato futuro, nonostante l’intensificarsi di bombardamenti dell’LNA su Tripoli all’inizio di luglio. Le milizie della capitale hanno dapprima opposto resistenza, prendendo tempo per organizzarsi e coordinarsi; poi, e soprattutto nelle ultime settimane, hanno iniziato a contrattaccare, riportando risultati positivi a Gharyan, uno dei due avamposti vicino a Tripoli, e a Tarhouna, che erano sotto il controllo delle forze di Haftar.

Il fallimento militare del generale, sul quale tuttavia non si può ancora dire l’ultima parola, pare aver riequilibrato le relazioni di forza tra il Governo di unità nazionale (GNA), guidato da Fayez al-Serraj e Haftar stesso, il quale, prima della recente avventura militare, appariva il nuovo leader emergente della Libia. Basti pensare al meeting dello scorso febbraio ad Abu Dhabi, quando Haftar sembrava aver capitalizzato l’appoggio internazionale ricevuto nel corso degli ultimi anni; dall’incontro non era scaturito un vero accordo, ma certamente un understanding che gli avrebbe permesso di ricoprire un ruolo di grande peso nel futuro del paese, probabilmente assumendo la direzione delle forze armate all’interno di un governo civile. Tuttavia, con l’approssimarsi dell’incontro di Ghadames che avrebbe sancito questo ruolo, Haftar ha deciso per l’opzione militare, nel calcolo – sbagliato – di riuscire a prendere controllo dell’intero paese senza fare alcuna concessione.

In questa situazione, l’inviato speciale delle Nazioni Unite Ghassan Salamè sta cercando di fare percepire alle due parti contendenti i rischi di un conflitto prolungato. Fra questi, preoccupa particolarmente la possibilità di una escalation regionale, dato il supporto di sponsor esterni che nelle ultime settimane hanno fornito armamenti sempre più sofisticati (come i droni) e mercenari alle rispettive parti in conflitto, anche per fronteggiare un reale problema di carenza di combattenti: il confronto vedrebbe infatti la turnazione negli scontri di appena un migliaio di miliziani per parte. Allo stato attuale resta però molto difficile pensare di ottenere un cessate il fuoco in tempi rapidi: entrambe le parti sono ancora convinte di poter ottenere una vittoria sul campo. La presa di Gharyan da parte delle forze vicine al GNA non favorisce questa soluzione, in quanto ora queste milizie potrebbero accettare una tregua solo nel caso che questa preveda il ripiegamento delle forze di Haftar alle posizioni precedenti inizio aprile, ossia un pieno ritiro dalla Tripolitania, respingendo una soluzione che stabilizzerebbe l’LNA attorno a Tripoli. Tra i maggiori vincitori della situazione attuale vi sono poi le milizie di Misurata, tra le più numerose e meglio armate del paese, e quelle amazigh provenienti da Zintan, che hanno dato un notevole contributo a respingere Haftar entrando nella capitale e opponendosi al momento opportuno.

Il GNA di Serraj è apparso rivitalizzato dall’azione di Haftar, che pare aver perso gran parte del consenso che si stava guadagnando – anche nella capitale – a causa della pessima gestione della cosa pubblica da parte del governo voluto dalle Nazioni Unite e dell’imperversare delle milizie della capitale. Ciò ha permesso al ministro dell’Interno Fatih Bashaga, misuratino, di accrescere il suo ruolo di difensore dell’ordine, anche se appare ancora molto lontana e complicata una assimilazione delle milizie pro-GNA in qualcosa di più simile a un esercito. Serraj ha lanciato a metà giugno una iniziativa di dialogo per sbloccare la crisi libica, un “forum libico” da tenere “in coordinamento con la missione delle Nazioni Unite” in Libia, in cui dovrebbero essere rappresentate “tutte le forze [libiche] che abbiano un’influenza politica e sociale e chiedano una soluzione pacifica e democratica” con il compito di stabilire una “roadmap” e una “base costituzionale [per] tenere elezioni presidenziali e parlamentari simultanee prima della fine del 2019”. La proposta, che non menzionava mai Haftar, cercava un po’ anacronisticamente di tornare al processo di dialogo ONU ripartendo dalle basi precedenti. Tuttavia aveva lo scopo principale di dimostrare come Serraj desiderasse intraprendere un percorso di pace, al contrario del suo contendente.

Haftar ha risposto tardivamente ribadendo la sua posizione, ossia che le operazioni militari si interromperanno solamente quando l’LNA avrà raggiunto i suoi obiettivi e la necessità di sciogliere tutte le milizie e tutti gli organismi politici creati dall’Accordo politico libico (LPA). Tuttavia, Haftar ha poi lasciato spazio ad ambiguità dichiarando che nella fase di transizione, una volta che gli obiettivi della LNA fossero stati raggiunti, si potrebbe formare un governo di unità nazionale, magari non basato a Tripoli.

Un conflitto a tre livelli

Il conflitto attualmente sembra giocarsi su tre livelli diversi. Il primo, sin qui descritto, è quello che coinvolge gli attori locali, divisi tra est (Haftar e parlamento di Tobruk) e ovest (nelle sue più variegate componenti) del paese; il secondo è quello relativo agli attori regionali, sempre più attivi nel sorreggere una parte o l’altra, in particolare Emirati Arabi Uniti e Egitto contro Turchia e Qatar; e infine, il terzo è quello relativo agli attori esterni, ma parzialmente influenti nel conflitto, come Stati Uniti, Russia, Francia e Italia.

Dalle ultime prove disponibili, il coinvolgimento degli attori regionali, anche dal punto di vista militare, è sempre più considerevole, tanto che il conflitto sembra stia assumendo sempre più i connotati di una guerra per procura tra gli attori regionali. Non senza una importante dose di spregiudicatezza, questi attori stanno rifornendo di armi sofisticate le due fazioni contendenti, mentre la presenza di mercenari sembra supplire alla carenza di manodopera militare[1]. Le motivazioni che spingono a questo confronto regionale sono diverse: da una legittima ricerca di sicurezza, alle ambizioni geopolitiche, sino al confronto ideologico pro o contro Fratellanza musulmana che caratterizza lo scontro tra le due parti[2].

Nel frattempo, però, per gli attori internazionali fuori dalla regione pare invece si sia aperta una fase di riflessione sulle proprie posizioni nella crisi. L’avventurismo militare di Haftar non sembra essere stato gradito da diversi interlocutori del Generale. La chiamata del presidente americano Donald Trump ad Haftar poco dopo che le sue forze avevano lanciato l’assalto a Tripoli ha creato confusione sulla politica degli Stati Uniti nei confronti della Libia, ed è stata letta da molti come una tacita approvazione della Casa Bianca all’offensiva. Tuttavia, la nomina di Richard Norland come Ambasciatore degli Stati Uniti in Libia e il chiaro sostegno di quest’ultimo a un cessate il fuoco sembra invece indicare che stia emergendo una posizione americana più chiara e più vicina al percorso voluto dalle Nazioni Unite, anche se rimangono forti ambiguità emerse anche nella posizione americana al Consiglio di sicurezza ONU al momento di prendere una decisione sulla condanna di Haftar dopo l’attacco a un centro per migranti a inizio luglio[3]. Anche i russi, che nel recente passato hanno appoggiato Haftar politicamente e quasi sicuramente gli hanno anche offerto un supporto militare, ora sembrano piuttosto prendere le distanze. Di fronte all’offensiva del Generale Haftar contro Tripoli, che probabilmente nemmeno la stessa Mosca si aspettava, e dinanzi ai molteplici rischi che questa comportava, la posizione ufficiale russa è però cambiata: il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha fatto un passo indietro, chiarendo che l’ago della bilancia di Mosca non pende dalla parte di Haftar, ma che il Cremlino dialoga e continuerà a dialogare con tutte le parti del conflitto[4]. Successivamente Lev Dengov, a capo del gruppo di contatto russo sulla Libia, ha affidato al sito Sputnik un parere piuttosto negativo sull’intera operazione di Haftar, definendo “illogico” posticipare il ritorno al dialogo a dopo la conquista di Tripoli[5]. Anche la Francia di Emmanuel Macron, che è stata fondamentale nel dare un ruolo politico a Haftar a livello internazionale mettendo sullo stesso piano politico il generale e il GNA, pare abbia raffreddato le proprie pulsioni pro-Haftar. La trasformazione di Haftar da attore militare a uomo politico rappresentante a livello internazionale degli interessi della Cirenaica è sostanzialmente fallita assieme all’azione militare rapida e con la rinuncia alla mediazione del generale stesso. L’Italia nell’ultimo anno e mezzo si era spostata dal sostegno a Serraj verso l’apertura nei confronti di Haftar (uno “shift” sancito nella conferenza di Palermo del novembre scorso). Dopo l’offensiva militare di aprile Roma ha invece tentennato. Dapprima ha preso tempo, poi, dopo il mancato ingresso di Haftar nella capitale, ha finito sostanzialmente per congelare la propria posizione, ribadendo i legami con il GNA e con Misurata ma allo stesso tempo conservando una sostanziale posizione di equidistanza tra le parti in conflitto. È proprio nell’ottica di avere un appoggio più chiaro e assertivo da parte dell’Italia che Serraj si è recato a Milano per incontrare il ministro dell’Interno Matteo Salvini il 1° luglio scorso[6].

Haftar, la Cirenaica e la redistribuzione della rendita

Alimentato quindi dal sostegno degli attori regionali, il conflitto potrebbe intensificarsi ulteriormente, causando notevoli distruzioni materiali e sofferenze umane nella capitale e nelle aree circostanti[7]. Il bombardamento nella notte del 3 luglio, che stando a un rapporto dell’ONU ha provocato l’uccisione di più di 50 migranti in un centro di detenzione a Tajoura, sembra purtroppo il preludio ad una nuova fase di recrudescenze. Inoltre, il protrarsi e l’inasprirsi del conflitto potrebbe anche destabilizzare la Libia orientale, la base di Haftar, dove i leader tribali stanno iniziando a esprimere malcontento per una guerra, quella nella capitale, che considerano superflua[8]. Il legame tra Haftar e queste realtà è un punto rilevante per comprendere e analizzare possibili soluzioni all’attuale crisi. Haftar è stato capace negli ultimi anni di federare gli obiettivi internazionali con quelli locali, trasformandosi nel garante degli interessi degli attori regionali e delle componenti politiche, sociali e tribali della Cirenaica. È normale che parte del gioco che coinvolge attori interni ed esterni giri attorno al controllo delle risorse. A questa evidenza però non è corrisposta una sufficiente rappresentatività del problema al momento delle negoziazioni. Le prese di posizione da parte delle istituzioni internazionali, e in particolare delle Nazioni Unite, comprese le sanzioni che impongono l’unitarietà delle istituzioni economico-finanziarie libiche, non sono risultate sufficienti a evitare la divisione delle stesse. Le recenti azioni militari di Haftar, che controlla molta parte dei pozzi e delle infrastrutture petrolifere nell’est e nel sud del paese, ma non può gestirne gli introiti, hanno molto a che fare con il tentativo di ottenere da parte della Cirenaica parte dei proventi degli idrocarburi. Almeno in parte, infatti, l’escalation militare che la Libia ha vissuto negli ultimi mesi è legata a una profonda crisi finanziaria che da ormai quattro anni – cioè da quando il paese si è diviso nelle due fazioni che oggi si scontrano – vede la Banca centrale di Tripoli separata dalla sua branca orientale. È plausibile che la situazione di marginalità finanziaria in cui ha versato l’est del paese, e il desiderio di mettere mano sulla Banca centrale, siano state fra le motivazioni che hanno spinto Haftar all’offensiva militare[9]. Haftar aveva già in passato tentato, senza successo, di affidare alla Libyan National Oil Corporation (LNOC) di Bengasi i diritti di vendita degli idrocarburi degli impianti da lui controllati. In questo contesto, sembra evidente come una soluzione della crisi libica passi necessariamente per un ripensamento dei meccanismi di redistribuzione della rendita all’interno della molteplicità degli attori libici (municipalità, regioni, minoranze, ecc.), che finora non è stato sufficientemente discusso. Ciò rappresenta quindi un forte limite a qualsiasi negoziazione. Gli eventi seguenti al 2011 sembrano dimostrare che il sentimento di unità nazionale è ancora molto fragile e che il regionalismo sia riemerso con una spaccatura de facto tra est e ovest del paese che ha preso nel corso degli ultimi 8 anni forme diverse ma non si è mai risolta. La richiesta di autonomia della Cirenaica, regione che possiede il 30% della popolazione del paese ma circa il 60% delle risorse petrolifere, insieme con la disparità e la disuguaglianza economica tra la Cirenaica, storicamente maltrattata dal governo centrale, e la Tripolitania, ha costituito una delle motivazioni principali dell’ascesa di Haftar.

Il modello curdo-iracheno per la crisi libica?

La profonda spaccatura che vive oggi la Libia non rappresenta certo un elemento di originalità e unicità né all’interno del contesto mediorientale né fra le economie dei rentier state. Pur con tutte le differenze del caso, un modello che potrebbe offrire una utile chiave di lettura della crisi libica potrebbe essere quello curdo-iracheno. Nel 2005, una nuova costituzione, redatta dopo un difficile percorso elettorale, ha sancito ufficialmente l’autonomia del Kurdistan iracheno (Articolo 140)[10], garantendo ad Erbil (capoluogo della regione curda) un notevole grado di libertà politica ed economica rispetto al governo federale di Baghdad. Fin da subito una delle questioni principali nel regolare i rapporti di potere tra le due parti è stata quella dello sfruttamento delle risorse naturali, e in particolare dei giacimenti petroliferi, fonte di reddito essenziale per lo stato rentier. Con la “Oil and Gas Law of the Kurdistan Region” (2007) si è stabilito che il governo regionale gestisca le attività di estrazione in accordo e in collaborazione con il governo federale, e che tutti i proventi del petrolio estratto dalla regione curda vengano riversati in un fondo generale iracheno per la rendita del petrolio (Articolo 18). La stessa legge prevede poi che una commissione nazionale congiunta[11], e monitorata da una istituzione finanziaria internazionale, riconosca al governo regionale una parte dei proventi (Articolo 19)[12]. Le tensioni con Baghdad, però, non sono mancate e hanno portato a successive modifiche dei patti. Tuttavia, nonostante le difficoltà e le dispute ancora in corso, questo modello di ripartizione della rendita sembra avere dato una qualche forma di stabilità al paese[13].

Applicando questo schema di ragionamento alla Libia, si potrebbe pensare di proporre un modello di soluzione dell’attuale crisi che comprenda la concessione di una percentuale delle entrate petrolifere alla Cirenaica.

Secondo il modello iracheno, per esempio, ogni anno una parte del budget federale (che si nutre quasi integralmente delle rendite petrolifere) deve essere stanziata a favore del governo regionale curdo. L’ammontare di questa cifra viene calcolato in rapporto alla percentuale della popolazione curda; a partire dal 2003, ad esempio, la quota destinata ad Erbil si è attestata al 17%, mentre a partire dal 2017 è scesa al 13%, in linea con la proporzione demografica curda in calo nel paese. Se si destinasse una quota fissa delle entrate alla succursale bengasina della banca centrale, attorno al 30% per esempio, in base alla percentuale di popolazione della Cirenaica, si potrebbe patteggiare con le constituencies dell’est un cessate il fuoco duraturo, un ritorno dell’LNA all’interno dei confini della Cirenaica o precedenti all’azione militare del 4 aprile e, in prospettiva, anche una sostituzione della leadership di Haftar. Molte delle tribù della Cirenaica, come detto, non sembrano affatto favorevoli alla continuazione di un conflitto che vede parte dei loro giovani combattere all’interno dell’LNA per una sempre più inverosimile presa della capitale.

Un sistema simile consentirebbe alla LNOC e alla Banca Centrale di Tripoli di conservare la propria centralità e il monopolio sullo sfruttamento delle risorse, intascando dall’estero i proventi degli idrocarburi e girandone una parte alla Cirenaica. Quest’ultima raggiungerebbe de facto una autonomia di gestione dei fondi, conserverebbe istituzioni economiche proprie e potrebbe crearsi istituzioni politiche regionali. Se il patto non fosse rispettato a causa di una violazione dell’LNA, le autorità di Tripoli potrebbero interrompere l’erogazione dei fondi a Bengasi.

Un simile modello potrebbe avere risvolti positivi su tutti e tre i livelli del conflitto sopra descritti (locale, regionale e internazionale). Potrebbe garantire gli interessi delle costituenciesdella Cirenaica e al contempo degli attori regionali, ipotizzando un abbandono del sostegno militare a Haftar da parte di questi ultimi, soprattutto se gli attori internazionali più influenti sapranno e vorranno prendere posizioni più chiaramente d’opposizione al suo tentativo egemonico, condannando più esplicitamente l’escalation militare da lui cercata e il supporto esterno ricevuto. In conclusione, questa soluzione anziché definire la divisione del paese, che sostanzialmente già esiste, costituirebbe la miglior garanzia per la conservazione dell’unità della Libia e per una prospettiva della sua stabilizzazione.

 

Note

[1] Entrambe le fazioni coinvolte nello scontro hanno ricevuto un cospicuo supporto i termini di armamenti da parte dei loro principali sostenitori. Da un lato, immagini non ufficiali testimoniano come Tripoli abbia ricevuto armi leggere, veicoli blindati e persino droni di provenienza turca. Le forze armate di Haftar, invece, sono state rafforzate con APC di fabbricazione giordana, sistemi di artiglieria contraerea e armi pesanti controcarro appartenenti alle forze emiratine, oltre che a sostanziosi aiuti economici sauditi.

[2] Terek Megerisi, “Libya’s Global Civil War”, ECFR, June 2019

[3] “US thwarts UN Security Council condemnation of attack on Libya migrant center”, Deutsche Welle, July 2019

[4] “Лавров: Россия не делает ставку ни на одну из политических сил Ливии — видео”, 5-tv.ru, aprile 2019

[5] Safa Alharathy, “Russia reaffirms political solution in Libyan crisis”, The Libya Observer, June 2019

[6] Vincenzo Nigro, “Libia, Serraj incontra Salvini a Milano: “Haftar ha fallito””, Repubblica, luglio 2019

[7] A fine giugno le vittime di questo nuovo conflitto ammontavano a quasi 700 mentre gli sfollati a più di 90 mila.

[8] “Stopping the War for Tripoli”, International Crisis Group, May 2019

[9] “Of Tanks and Banks: Stopping a Dangerous Escalation in Libya”, International Crisis Group, May 2019

[10] The Republic of Iraq, Ministry of Interior, Iraqi Constitution, Art.117. Vale la pena notare che, legittimando l’autonomia di fatto goduta dalla regione nel decennio precedente, la Costituzione (articolo 141) riconosceva la validità delle leggi approvate dal KRG dopo il 1992.

[11] La Commissione, secondo quanto stipulato dall’articolo 19 della Oil and Gas Law of the Kurdistan Region e dall Art. 106 della Costituzione irachena, dev’essere congiunta e composta da esperti del governo federale e dai rappresentanti delle varie unità amministrative del paese. Si vedano, rispettivamente, ibid; Oil And Gas Law of the Kurdistan Region – Iraq

[12] Anche grazie alla registrazione di diversi contratti di co-produzione (“Production-Sharing Contracts£, PSC) con importanti aziende straniere, fra cui ExxonMobil (2011) e Gazprom (2012), la produzione annuale di idrocarburi di Erbil è gradualmente aumentata, arrivando a contare fino al 75% del Pil regionale. Per maggiori informazioni, si veda Carlo Frappi “The Energy Factor: Oil and State-Building in Iraq-Kurdistan”, in: Stefano M. Torelli, “Kurdistan. An invisible Nation”, ISPI Report, June 2016

[13] Nel 2013, in particolare, in violazione dell’accordo, il Governo regionale curdo ha cominciato ad avviare programmi di esportazioni indipendenti dal Governo federale, che fino ad allora aveva salvaguardato il monopolio sulle esportazioni verso i mercati esteri e la conseguente distribuzione delle rendite. Passando principalmente attraverso il gasdotto turco di Ceyhan, le esportazioni indipendenti di Erbil si sono inizialmente dirette al mercato turco, per poi allargarsi. Di fronte al nuovo programma di esportazioni curde, come ritorsione Baghdad ha così smesso di pagare i salari dei dipendenti statali. Solo nel 2014 Baghdad ed Erbil hanno raggiunto un accordo secondo il quale il Kurdistan si sarebbe impegnato a destinare al budget nazionale l’equivalente della rendita di 150.000 barili al giorno (circa la metà dell’export totale). In cambio, inoltre, Baghdad avrebbe allocato fondi per un totale di 500 milioni di dollari.

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