I giornalisti che diventano portavoce dei terroristi islamici

 

dalla pagina facebook di Magdi Allam –

Nel contesto della copertura giornalistica del terrorismo mediorientale o più specificatamente islamico Francesca Borri non è il primo caso e non sarà l’ultimo di un corrispondente, inviato di guerra o libero professionista, pronto a tutto pur di affermarsi, che viene colpito dalla Sindrome di Stoccolma, uno stato psichico che porta la vittima – consapevolmente o meno – a solidarizzare ed esaltare le gesta del proprio carnefice, effettivo o potenziale. Ieri il Fatto Quotidiano ha titolato un suo articolo: “Noi ragazzi dell’Isis” da benefattori a califfi; con un sottotitolo ancor più sensazionale: L’evoluzione degli jihadisti che hanno conquistato “il cuore e le menti” degli abitanti di Aleppo assediati da Assad, poi creato lo Stato islamico in Iraq. La titolazione, prerogativa del giornale, evidenzia la totale sintonia ideologica tra la Borri e il Fatto.

Non possiamo che rabbrividire quando la Borri definisce good guys, bravi ragazzi, i criminali terroristi islamici dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) che solo nelle scorse settimane si sono contraddistinti per le crocifissioni e lapidazioni nelle pubbliche piazze, le esecuzioni sommarie e le fosse comuni, che a Mosul hanno eliminato la presenza dei cristiani, dato alle fiamme l’Arcivescovado, fatto esplodere il Mausoleo di San Giorgio, la moschea con la tomba del profeta Giona ed anche la tomba di Seth. Eppure la Borri si è infatuata: “Dovessi dire la prima cosa che ricordo dei miei giorni con l’Isis, autunno 2013 – so che suona blasfemo: ma è l’attenzione per gli altri (…) Mentre il mondo era lì a chiedersi perché l’Isis fosse così popolare, la domanda vera era un’altra: posso aiutarti? – quello che i ragazzi dell’Isis chiedevano a chiunque incontrassero”.

In una sua testimonianza pubblicata il primo luglio 2013 sul sito della Columbia Journalism Review, la Borri nel denunciare le sue vicissitudini economiche, “non fa differenza se scrivi da Aleppo o da Gaza o da Roma. Tanto ti pagano la stessa cifra: 70 dollari”, confessa con chi e da dove sta seguendo questo conflitto: “Solo dormire in questa base dei ribelli, sotto il fuoco dei mortai, con un materasso sul pavimento e l’acqua infettata da cui mi sono presa il tifo, costa 50 dollari a notte; 250 dollari al giorno per una macchina”.

In questo contesto solidarizzare ed esaltare le gesta dei terroristi islamici, fatte le debite differenze, corrisponde a identificarsi e schierarsi dalla parte della Mafia o della Camorra per come si comportano con i singoli nella gestione del territorio sottoposto al loro potere illegale e violento. Ci si immedesima a tal punto da perdere del tutto il quadro generale, finendo per perdere anche la capacità logica e critica. Questo disturbo psichico della Borri è certamente agevolato dalla posizione ideologica pregiudizialmente contraria, nel caso specifico al regime di Assad, e all’opposto favorevole ai terroristi islamici santificati come “ribelli”, condiviso dal Fatto. Solo un fatto traumatico, come è stato nel caso dell’inviato della Stampa Domenico Quirico (sequestrato dai terroristi islamici siriani per 5 mesi subendo due finte esecuzioni), costringe a risvegliarsi dal sonno della ragione.

La Borri è purtroppo in ottima compagnia. Credo che non sfugga il fatto che le corrispondenze dei giornalisti da Gaza sono quasi tutte allineate con le posizioni di Hamas e rappresentano in modo criminale Israele. Ciò accade perché i giornalisti sono costretti a rispettare delle regole imposte dai terroristi islamici e che vengono facilmente condivise da chi nutre un pregiudizio contro Israele.

Leggendo la Borri e queste corrispondenze da Gaza prendiamo atto che i terroristi islamici sono riusciti a trasformare dei nostri giornalisti in loro portavoce. Ebbene prima fronteggeremo questa nuova arma mediatica meglio sarà per tutti noi.

di Magdi Cristiano Allam 28/07/2014

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