Dopo Ratisbona gli sforzi della Chiesa per un dialogo con l'Islam.

Il testo del Cardinale Tarcisio Bertone

Pubblicità

[…] Il Cristianesimo non è certo limitato all’Occidente, né si identifica con esso, ma solo rinsaldando un rapporto dinamico e creativo con la propria storia cristiana la democrazia e la civiltà occidentali potranno ritrovare spinta e propulsione, ovvero quelle energie morali per affrontare una scena internazionale fortemente competitiva.

Occorre disinnescare il rancore antislamico che cova in molti cuori, nonostante la messa a rischio della vita di tanti cristiani.

Inoltre, la fermissima condanna delle forme di irrisione della religione – e qui mi riferisco anche all’episodio delle irriverenti vignette satiriche che hanno infiammato le folle islamiche all’inizio di quest’anno – è precondizione indispensabile per condannarne le strumentalizzazioni.

Il discorso di fondo però non è neppure quello del rispetto dei simboli religiosi. Esso è semplice e radicale: occorre tutelare la dignità umana del musulmano credente. In un dibattito legato a questi temi una giovane musulmana nata in Italia ha semplicemente affermato: “Per noi il Profeta non è Dio, ma gli vogliamo molto bene”. Di questo sentimento profondo occorre avere almeno rispetto!

Di fronte ai musulmani credenti, ma anche di fronte ai terroristi, il parametro che deve dettare il comportamento non è l’utilità o il danno, ma la dignità umana.

Il centro del rapporto tra Chiesa e Islam è quindi preliminarmente la promozione della dignità di ogni persona e l’educazione alla conoscenza e alla tutela dei diritti umani.

In secondo luogo e in connessione a questa precondizione non dobbiamo rinunciare a proporre e annunciare il Vangelo, anche ai musulmani, nei modi e nelle forme più rispettose della libertà dell’atto di fede.

Pubblicità

Per raggiungere questi obiettivi la Santa Sede si propone di valorizzare al massimo le nunziature apostoliche presso i paesi a maggioranza musulmana, per accrescere la conoscenza e se possibile anche la condivisione delle posizioni della Santa Sede.

Penso anche a un eventuale potenziamento dei rapporti con la Lega Araba, che ha sede in Egitto, tenendo conto delle competenze di tale organismo internazionale.

La Santa Sede si propone inoltre di impostare rapporti culturali tra le università cattoliche e le università dei paesi arabi e tra gli uomini e donne di cultura. Tra di loro il dialogo è possibile e direi anche fruttuoso. Ricordo alcuni congressi internazionali su temi interdisciplinari che abbiamo celebrato alla Pontificia Università Lateranense, ad esempio sui diritti umani, sulla concezione della famiglia, sulla giustizia e sull’economia.

Occorre proseguire e intensificare questa strada di dialogo con le élites pensanti, nella fiducia di penetrare successivamente nelle masse, cambiare mentalità ed educare le coscienze.

E proprio per facilitare questo dialogo la Santa Sede ha iniziato, e continuerà su questa strada, un uso più sistematico della lingua araba nel suo sistema di comunicazioni.

Il tutto avendo sempre a mente che la salvaguardia di quell’icona povera e continuamente insidiata ma sommamente amata da Dio che è la persona umana – amata per sé stessa, come dice il Concilio Vaticano II – è la massima testimonianza che le tradizioni religiose bibliche possono offrire al mondo.