Nei rapporti con l´Islam la bussola sia la legalità

Samir Khalil fra i massimi esperti di relazioni coi musulmani
“Il velo? Un fatto di tradizione, Dio non c´entra niente”

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“Nei rapporti con l´Islam la bussola sia la legalità”

(Maria Cristina Carratù)

Lo studioso e una convivenza non facile

Inutile illudersi: il confronto con l´Islam, per gli occidentali, non è difficile solo perché ostacolato da chi ne ha paura, o sostiene la superiorità culturale dell´occidente. Lo è «in sé», in quanto confronto con un sistema religioso rispetto a cui categorie come il «politicamente corretto», e perfino la tolleranza religiosa, per non parlare di certo eccessivo «galateo sociale», si rivelano inadeguate. E il confronto richiede non abdicazione, ma reciprocità. L´analisi di padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, docente a Beirut e a Roma, uno dei massimi esperti al mondo di rapporti fra cristianesimo e Islam (ieri all´Istituto Stensen, dove ha messo a confronto l´etica delle due religioni), risuona come un richiamo alla responsabilità rivolto a tutti: ai politici, ai cittadini, e agli stessi immigrati.
Padre Samir, secondo lei le difficoltà nei rapporti dell´occidente con l´Islam sono legate a certi aspetti di fondo di questa religione. Non è un giudizio che, di fatto, chiude ogni possibilità di dialogo?
«No, perché in realtà chiama ognuno a giocare la sua parte. Non si può ignorare un dato storico, e cioè che l´Islam è un sistema integrale, e non soltanto spirituale, che comprende in sé tutti gli aspetti della vita umana, dalla fede, alla politica, alla cultura, all´economia. E che il dirsi musulmano non è soltanto questione di fede, ma culturale in senso lato. La sharia, sistema giuridico basato sul Corano che regola sia gli aspetti religiosi e filosofici che quelli pratici ed etici, chiama ad una adesione totale dell´individuo ad un diritto divino positivo. Ovvero a una lettura della realtà totalmente diversa da quella del pensiero occidentale, fondata sulla netta separazione fra leggi divine e leggi umane».
La sua obiezione all´Islam è dunque di essere un sistema integralista, intrinsecamente non laico.
«Esatto. L´occidente compie molti errori perché ignora alcuni aspetti di fondo dell´Islam, per esempio che il fondamento della sua etica non è il Corano, ma un insieme di usanze e costumi della tradizione araba preislamica. E rispetto a cui, nella successiva riflessione, la legge umana positiva non ha acquisito valore di per sé, ma in quanto identificata con quella divina. Così, quando un immigrato oggi sostiene che portare il velo è un suo valore religioso, dovremmo sapere, come avvertono tutti i più grandi pensatori musulmani, che invece si tratta di un costume. E che perciò il velo non è questione di tolleranza religiosa, ma culturale, la quale può non essere un obbligo».
Non applicarla, però, potrebbe indurre a un irrigidimento capace di rendere ancora più ardua la convivenza.
«E´ vero. Ma nemmeno il cedimento serve. Bisogna piuttosto far valere il principio, per noi inderogabile, dell´applicazione della legge, ovvero della insindacabilità dello Stato di diritto. Per cui se si fa un´eccezione, anche questa deve rientrare nel diritto. Se, per esempio, la maggioranza della gente non è musulmana e alle quattro di mattina dorme, non va bene che ci sia un minareto che a quell´ora fa la sua ‘chiamata´. Il ‘politicamente corretto´ non coglie mai i termini reali di una situazione».
A Colle Val d´Elsa, in mezzo alle polemiche, si discute se fare o no una moschea. Secondo lei sarebbe un errore, o, come sostiene l´amministrazione, un investimento su una futura pace sociale?
«Non è detto che non si possa fare, ma non deve essere neanche obbligatorio. E se non si fa non è detto che si sia nemici dell´Islam, ma semplicemente che si è scelto di tutelare la quiete pubblica. Un sindaco deve servire una comunità, interpretarne la sensibilità e decidere a tutela della maggioranza dei suoi componenti. E´ una questione culturale: Dio non c´entra niente».
A Berlino, per non offendere l´Islam, è stato censurato l´Idomeneo di Mozart, a Firenze, in alcune scuole, si rinuncia a fare il presepio per Natale: errori anche questi?
«Gli europei sembrano averne paura, eppure non sono io a dirlo, ma gli psicanalisti, che la perdita di identità rappresenta la fine della personalità, di un individuo come di una comunità. Certo che ogni identità è frutto di secoli di cambiamenti, ma in ogni periodo storico, ad ogni latitudine, ogni gruppo ne ha di sicuro una. Che va stabilita via via, ma va stabilita. E da parte di una comunità tutta intera, non di un individuo solo. Fossero anche Zapatero, o il Papa».

(12 novembre 2006)