20 Settembre 1870/2010: 140 anni di potere massonico in Italia

La massoneria e’ un nemico della Chiesa; nasce con questa inimicizia e persegue la realizzazione di questa inimicizia con la distruzione della Chiesa e della civilta’ cristiana e con la sostituzione a esse di una cultura e di una societa’ sostanzialmente ateistiche, anche quando si fa riferimento all’architetto dell’universo. (…) …non e’ la Chiesa ad essere antimoderna, ma che e’ la modernita’ a essere anti ecclesiale. La modernità è anti ecclesiale, e il punto di attacco massimo all’ecclesialita’ è proprio rappresentato dalla massoneria che, in quanto elemento segretamente connotato e dinamicamente lanciato alla creazione di una civiltà alternativa a quella che nasce dalla fede, rappresenta, a mio modo di vedere, l’elemento radicale della modernità.”

(Angela Pellicciari- storica)

fonte: http://www.grandeoriente.it

Il Grande Oriente Italiano (GOI) nacque a Torino alla fine del 1859, come diretta emanazione della loggia «Ausonia».

Parlare di una nuova obbedienza non è del tutto esatto poiché, come si è visto, era già sorto, nel 1805, un Grande Oriente d’Italia il cui centro era Milano. Le due organizzazioni presentavano tuttavia un’importante affinità concettuale, al punto che l’idea secondo cui l’obbedienza nata in epoca napoleonica costituisse l’origine dell’attuale Grande Oriente d’Italia, inteso come obbedienza che esercita regolarmente la propria autorità massonica sul territorio della penisola, è ormai generalmente accettata. Fu Napoleone, infatti, a voler far sì che si costituisse – come era accaduto in Francia – un Grande Oriente d’Italia, poiché aveva voluto far esistere un Regno d’Italia stimando che a tale nome dovesse corrispondere una realtà politica e statuale.

Nel panorama delle officine che alla fine degli anni cinquanta dell’Ottocento erano sorte nei diversi stati italiani la loggia subalpina si differenziava per il suo proposito, enunciato nel ‘cappello’ introduttivo al primo verbale, di costituire al più presto un organismo massonico in un’Italia unita sotto il nome dei Savoia, così come le vicende belliche verificatesi tra l’aprile e il luglio del 1859 avevano chiaramente indicato.

La scelta del nome «Ausonia» – antico nome dell’Italia più volte utilizzato nei documenti carbonari – e quella di appellarsi al Grande Oriente d’Italia del 1805 da parte dei sette «fratelli» torinesi ci conferma non solo la comune frequentazione dei fondatori nelle organizzazioni settarie risorgimentali e l’iniziazione in logge massoniche, ma anche la volontà di considerare l’evento, come ha efficacemente sottolineato Fulvio Conti, una «rifondazione nella continuità»: rifondazione perché tale fu quella fase, non a caso scandita da numerose assemblee costituenti, che prese avvio soltanto allora e che fu contraddistinta dall’imponente diffusione delle logge e dalla creazione di un centro direttivo, vero e proprio strumento di raccordo ed espressione unitaria della volontà dell’Ordine del quale si era soprattutto avvertita la mancanza nel periodo precedente; ma anche continuità, poiché non si verificò una cesura troppo netta con il passato, col quale sopravvissero non pochi legami, sia pur labili, di natura organizzativa e ideologica, come testimoniano le tracce di un’attività oscura ma talora non priva di ambiziosi programmi lasciate da alcune logge o da singoli esponenti del mondo massonico.

In base a una serie di testimonianze nel loro complesso attendibili, l’iniziativa torinese ottenne l’appoggio del conte Camillo Benso di Cavour – del quale non è a tutt’oggi stata ancora provata l’iniziazione –, che consentì ai propri collaboratori di aderire alla nuova loggia e di fare della capitale sabauda il centro di aggregazione della futura massoneria nazionale italiana.

Tale intento era in primo luogo destinato a soddisfare una diffusa esigenza di unificazione massonica, ma rispondeva tuttavia anche a un’altra finalità implicita nell’iniziativa dell’ambiente cavouriano: quella di imitare la Francia napoleonica sottraendo preventivamente ai repubblicani e ai democratici lo strumento politico, assai efficace a quell’epoca, della strutturazione unitaria di un’organizzazione massonica, collocando alla sua testa un gruppo fidato di moderati e facendone in tal modo un instrumentum regni.

Fin dai suoi primi atti, il GOI dichiarò di volersi strutturare nei tre soli gradi di apprendista, compagno (o «lavorante», secondo la dizione utilizzata nell’articolo 5 delle Costituzioni) e maestro, facendo propria la struttura organizzativa del Grande Oriente di Francia, composta da logge che praticavano i primi tre gradi simbolici ed erano riunite in un organismo nazionale denominato Grande Oriente, retto da un Gran Maestro e da una Giunta direttiva o Supremo Consiglio, a sua volta nominato da un’Assemblea generale (Gran Loggia).

La scelta di adottare la struttura della più importante obbedienza dei paesi latini assume una valenza di notevole importanza che evidenzia la volontà specifica dei fondatori di costituire non soltanto un organismo ispirato ad alcune loro reminiscenze settarie giovanili e, proprio per la sua struttura ‘riservata’, utile alla lotta per l’indipendenza italiana, ma idealmente e organizzativamente ispirato ai principi della tradizione liberamuratoria. Questi principi, ribaditi in seguito nel corso della Prima assemblea costituente del 1861, erano: la credenza in un Essere Supremo denominato «Grande Architetto dell’Universo» (GADU); la struttura democratica dell’Obbedienza; il rispetto delle leggi dello Stato; la solidarietà; la tolleranza e la non ingerenza dei Riti nella vita dell’Ordine. Sarà proprio quest’ultimo punto, come si vedrà in seguito, a rappresentare una concausa che determinerà la frattura tra le due anime politiche del GOI, rappresentate dai «cavouriani» e dai «democratici». Ciò dimostra quanto fosse strategico per i membri iniziali del Grande Oriente d’Italia imprimere una politica moderata al risveglio latomistico italiano, ancorandolo alla tradizione libera muratoria e difendendolo da un utilizzo che potesse avere finalità rivoluzionarie.

Nel biennio 1860-61 la stragrande maggioranza degli aspiranti massoni apparteneva al milieu politicamente impegnato nella Società Nazionale. Se da un lato la comune provenienza culturale e l’attaccamento a un progetto politico liberale moderato consentì – grazie all’omogeneità del suo gruppo dirigente – un lavoro di rafforzamento ed espansione che mise al riparo la nascente organizzazione liberomuratoria da involuzioni rivoluzionarie di matrice repubblicano-mazziniana, dall’altro pose le basi per le contestazioni e la successiva opposizione di quanti, vicini alle correnti democratiche, erano propensi a una organizzazione svincolata da protezioni politiche troppo ingombranti.

Il punto di riferimento dei democratici era rappresentato dal Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato (RSAA) che nello stesso periodo operava a Palermo, retto da un sistema rituale antagonista a quello dei moderati cavouriani.

Questa difformità di interessi e di obiettivi generò tra i due gruppi un’autentica lotta per ottenere l’egemonia sul movimento massonico nazionale, combattuta rivendicavano la ‘primogenitura’ e avanzando reciproche richieste di sottomissione. La vera causa del dissidio fu tuttavia la diversità ideologica, nonostante la reiterata enunciazione di un totale agnosticismo nelle questioni politiche, e la scelta del rituale fu operata non in base a considerazioni esoteriche ma in base al perseguimento di strategie profane. L’utilizzo del Rito Scozzese da parte dei democratici, noto per la rigidità con cui si accedeva ai gradi superiori e per il diverso coinvolgimento operativo a seconda del grado acquisito, rispondeva inizialmente alla necessità di poter contare su una struttura organizzativa simile a quella delle organizzazioni settarie e quindi di tipo ‘oppositivo’, essendo ancora indefinito il futuro dell’Italia dal punto di vista istituzionale. Viceversa, la struttura a tre gradi (apprendista, compagno, maestro) adottata dai moderati era funzionale a un progetto totalmente incentrato sullo sviluppo degli elementi di mediazione, una sorta di «camera di compensazione» in cui le diverse tendenze politiche potessero agire nella legalità e, pur conservando una loro autonomia d’azione e di giudizio, potessero dimostrare piena adesione alla corona e alle istituzioni.

Il GOI, consapevole del pericolo rappresentato dal Supremo Consiglio di Palermo – rafforzatosi con la prestigiosa adesione di Giuseppe Garibaldi –, decise all’inizio del 1861 (anno denso di eventi storici per il neonato regno unitario e per la fragile massoneria) di imprimere una forte accelerazione ai propri programmi, stringendo maggiormente i rapporti con la Società Nazionale e creando, nei nuovi territori annessi al Regno d’Italia, logge che avessero come scopo «la beneficenza e la completa adesione al governo costituzionale di Vittorio Emanuele II».

Ciò che non si poteva realizzare politicamente con la Società Nazionale si poteva tentare grazie alla mediazione della massoneria, e cioè unificare sotto un unico progetto formazioni e partiti programmaticamente distanti ma uniti da una comune aspirazione all’indipendenza nazionale e all’emancipazione del popolo italiano. Esisteva un forte parallelismo tra il processo di unificazione del Paese e lo sviluppo della massoneria italiana nel periodo compreso tra la metà del 1859, quando l’Italia era considerata solo un’«entità geografica» composta da sette stati sovrani e la liberamuratoria era praticamente inesistente, e la fine del 1861, quando Vittorio Emanuele II regnava su uno stato ormai unificato e le officine torinesi organizzavano la «prima costituente massonica», cui presero parte i rappresentanti di 21 logge italiane.

Confortati dal pieno successo della politica di Cavour, confermata dalla vittoria elettorale del dicembre 1861, i massoni del GOI presero ad accarezzare l’idea di poter legare completamente i propri destini con quello dello statista piemontese, offrendo a questi la suprema carica di Gran Maestro. Il momento era particolarmente propizio, poiché sul piano organizzativo il Grande Oriente italiano si stava ramificando sul territorio nazionale attraverso la creazione di nuove logge o in virtù dell’adesione di logge già esistenti, ma poste all’obbedienza di corpi massonici stranieri. Tuttavia la morte improvvisa di Cavour – avvenuta il 6 giugno del 1861 – fece naufragare il progetto, creando gravi problemi alla nuova Italia e, allo stesso tempo, alla neonata massoneria.

Questo improvviso lutto diede ai vertici del GOI una scossa che li rese più attivi nello sforzo di dare alla massoneria una dimensione veramente nazionale e di mantenere la dirigenza nelle mani di uomini dell’ambiente moderato, ma al contempo pose uno spinoso quesito: a chi offrire il «Supremo Maglietto»? Che caratteristiche doveva avere il sostituto di Cavour?

Sulla seconda domanda esistevano pochi dubbi: doveva essere prima di tutto un massone, un «cavouriano di ferro», godere di prestigio nazionale (per opporsi efficacemente ai «democratici» riuniti nel centro massonico palermitano) e internazionale (per stringere rapporti con l’estero e ottenere riconoscimenti dalle altre obbedienze massoniche). Per ultimo la sua elezione doveva avvenire al più presto perché la crescita numerica delle logge affiliate al GOI e la concorrenza del gruppo palermitano rendeva pressante la creazione di un organo direttivo nazionale, svolto fino a quel momento dall’«Ausonia».

Quella che toccava ai vertici delle logge torinesi non era una scelta facile. Pochi erano i massoni che riassumevano in sé queste caratteristiche e soprattutto pochi erano coloro che avevano intenzione di assumere una tale carica.

In questo caso e in altri, come vedremo in seguito, l’influenza di Felice Govean – l’esponente più prestigioso fino a quel momento espresso dalla massoneria torinese – risultò determinante.

Govean non aveva dubbi: colui che disponeva di tutti i requisiti era il suo vecchio amico Costantino Nigra, ambasciatore a Parigi[1]. Oltre ai requisiti richiesti la candidatura Nigra godeva di un altro aspetto interessante, agli occhi di Govean: la sua lontananza da Torino avrebbe permesso al gruppo dirigente dell’«Ausonia» di svolgere un ruolo guida nel movimento massonico nazionale senza interferenze. Esisteva solo un piccolo particolare: Nigra era all’oscuro dei progetti di Govean e sicuramente, conoscendo perfettamente le vicende massoniche francesi, nutriva non poche preoccupazioni sulle possibili conseguenze che avrebbe avuto sulla sua carriera l’elezione a Gran Maestro, considerando anche che era venuta meno la protezione cavouriana.

Conscio di questi problemi Govean convinse dapprima Livio Zambeccari e David Levi, noti per le loro simpatie democratiche, a sponsorizzare la candidatura di Nigra, e nella circolare del 12 giugno invitò i Maestri Venerabili delle logge italiane a convocare una seduta dei soli Maestri e votare per corrispondenza il Gran Maestro, aggiungendo in appendice il seguente consiglio, strettamente personale e da non divulgare agli altri membri della loggia:

Ora sentiteci, o Fratello: Voi siete pienamente libero nel vostro voto, ma a noi che siamo sul luogo, che vediamo i bisogni ed i pericoli, permetterete un consiglio: La Massoneria Italiana non può procedere avversa al Governo anzi essa debba avere da lui, se non palese, almeno una tacita tolleranza. Ciò dipenderà in massima parte dalla scelta che noi faremo della persona del Gran Maestro. La morte avendo prematuramente rapito all’Italia S.E. il conte Cavour al quale senza dubbio tutti le Logge avrebbero offerto il martello di Gran Maestro noi e molte altre Logge con noi, abbiamo intenzione di offrirlo al suo discepolo S.E. il Commendatore Costantino Nigra.

Egli è molto ben visto da S.M. l’Imperatore Napoleone III; egli è l’amico del principe Napoleone; soldato dell’Indipendenza Italiana, versò il suo sangue per questa causa; la servì con immensi servigi in parte a voi noti, e che la storia a suo tempo registrerà.

Notate bene, e quello che vi diciamo abbiatelo in tutta schiettezza: noi ignoriamo ancora s’egli accetterà nulla perciò debba da noi tralasciarsi per indurlo all’accettazione, mostrandogli l’unanimità dei nostri suffragi.

Credetelo: altra persona non crediamo più opportuna. Accogliete il nostro fraterno saluto»[2].

L’intento di Govean, assecondato da Zambeccari e Levi, era chiaro: mettere davanti al fatto compiuto Nigra in modo che non potesse rifiutare.

I dirigenti torinesi – per assicurarsi che le altre logge non avrebbero ostacolato il progetto – decisero che l’articolo 32[3] delle Costituzioni Generali, al centro di forti contestazioni e approvato alla fine del 1859 quando il GOI era solo la loggia «Ausonia», non venisse modificato e pertanto il Gran Maestro venne votato dai deputati delle logge italiane a cui si sommarono i voti dei Maestri della Loggia Centrale (ossia l’«Ausonia») .

A questo punto la votazione assumeva un significato simbolico essendo scontato il risultato.

Infatti, a eccezione delle Logge «Progresso» di Torino e «Pompeja» di Alessandria d’Egitto che si astennero e «Azione e Fede» che votò contro, tutte le altre diedero il loro assenso a Nigra, elezione confermata il 31 agosto dal voto dei Maestri dell’«Ausonia»[4].

Nigra accettò la carica, seppur sottolineando che avrebbe avuto piacere di essere preventivamente avvertito, e annunciò una sorta di programma che avrebbe dovuto caratterizzare il suo mandato: impegno politico per realizzare l’unità d’Italia; fedeltà al governo e alla monarchia; creazione di logge a Roma e nelle terre irredente; riconoscimento da parte delle altre obbedienze massoniche; vigorosa disciplina interna e costituzione di un patrimonio economico attraverso il regolare pagamento delle quote associative:

Agli Onorevoli Dignitari del Grande Oriente d’Italia.

Mi pregio d’accusar ricevuta della lettera direttami a nome vostro dal Tesoriere del Grande Oriente provvisorio, alla quale era annessa la mia nomina a Gran Maestro, nonché il processo verbale della seduta tenuta il 10 del mese 11 settimo l’anno della Vera Luce 1861. Avrei desiderato che gli Onorevoli Dignitari prima di fare questa nomina, avessero atteso il mio consenso e il risultato della conferenza che debbo avere col Principe Napoleone subito dopo il suo ritorno in Francia, cioè verso la metà del corrente mese. Io credeva difatti importante pigliare consiglio in cosa di così grave momento dall’illustre personaggio che i voti delle Logge francesi chiamano alla suprema loro direzione. Ma il Grande Oriente provvisorio avendo stimato di procedere senza dilazione alla nomina, non mi rimane che di fare atto di obbedienza, accettando e ringraziando della fiducia in me posta. Il mio soggiorno in Francia, se da una lato mi dà occasione di mettermi in rapporto col Grande Oriente francese e di rendere per tal modo qualche servizio, d’altro lato mi mette nell’impossibilità di esercitare effettivamente l’alta carica affidatami. Quindi ben pensarono i dignitari del Grande Oriente provvisorio proponendo la nomina di un Gran Maestro aggiunto, il quale sia in misura di surrogarmi in tutto e per ogni occasione.

Per la nomina del Gran Maestro aggiunto, e quello del Consiglio di Reggenza, io mi rimetto interamente a quello che sarà deliberato dalla Signoria Vostra in regolare adunanza presieduta dall’attuale Gran Maestro provvisorio e coll’intervento degli attuali Rispettabilissimi Fratelli componenti il Gran Consiglio. Attenderò solamente che queste nomine mi siano regolarmente partecipate dal Segretario. È intanto necessario, parmi, che la mia nomina sia annunziata alle Logge estere e massime al Grande Oriente di Francia, affinché io possa essere accreditato presso il medesimo. Valendomi del diritto conferitomi dalla vostra benevolenza e dalla vostra fiducia, sottopongo alla considerazione vostra le seguenti cose, a guisa di generali istruzioni:

1. Chiamo fin d’ora l’attenzione delle Signorie Vostre intorno al modo di procurare all’associazione i fondi che le occorrono perché possa adempiere all’alta sua missione. È importantissimo che l’Ordine Massonico italiano possa disporre di Mezzi sufficienti somministrati in via di regolare quotizzazione di tutti i membri.

2. È egualmente importante che il numero delle Logge si accresca quanto è possibile e che se ne creino specialmente a Roma e nelle città del Veneto del Friuli e del Tirolo.

3. Non bisogna dimenticare che l’Associazione oltre il generale suo scopo, deve avere quello di aiutare il Movimento politico dell’Italia e di ogni altro paese tendente da un lato all’unità e indipendenza nazionale e dall’altro lato all’eguaglianza ed alla libertà degli ordini politici, religiosi e sociali.

Bisogna quindi appoggiare francamente e con tutti i mezzi di cui la società dispone, il Governo del Re finché esso cammina, come fa nella via dell’unificazione e della libertà.

5. È indispensabile che la più stretta disciplina sia osservata in tutta la gerarchia Massonica. Senza questa disciplina, universalmente osservata, nulla d’importante può esser fatto o tentato. Conseguentemente ogni ordine, ogni direzione che parta dal Grande Oriente, deve essere eseguito con quella obbedienza che genera la fiducia nei capi, la purità delle intenzioni e la bontà dell’istituzione.

Pregando le Signorie Vostre di annunziarmi a suo tempo le nomine fatte e di mandarmi l’elenco di tutti le Logge italiane, vi offro l’espressione della mia più distinta considerazione.

Parigi, li 3 ottobre 1861. Costantino Nigra[5].

L’accettazione da parte di Nigra venne ratificata nella riunione del GOI provvisorio dell’8 ottobre 1861 e comunicata ufficialmente a tutte le logge il 15 ottobre.

Nella medesima seduta venne creato un Consiglio di Reggenza e Govean fu eletto Reggente facente funzioni di Gran Maestro[6].

Forte dell’accettazione di Nigra e dell’incarico ricevuto, Govean s’adoperò affinché la contestazione della «Progresso» rientrasse, fatto che si concretizzò nella seduta del 19 novembre, quando venne votata una mozione in cui accettava lo status quo in attesa di una Assemblea costituente; concetto ribadito in una lettera inviata all’altra loggia dissidente «Azione e Fede» di Pisa il 22 novembre, in cui si comunicava che «per ragioni di concordia e d’unione» si riconoscesse la nomina di Nigra alla Gran maestranza.

A seguito di questa delibera il Consiglio cooptò il Maestro Venerabile della «Progresso» Carlo Masmejan e comunicò al Gran Maestro la felice conclusione della vicenda[7].

Benché ufficialmente regnasse la più ampia concordia sul nome di Nigra, le cose non si svolsero secondo i piani di Govean. La loggia «Azione e Fede» di Pisa, malgrado la lettera conciliante della loggia «Progresso», scrisse a Torino e a Parigi, contestando la regolarità dell’elezione[8].

I travagli che accompagnarono la comunicazione ufficiale della nomina del nuovo Gran Maestro e la violenta polemica sviluppatasi attraverso i giornali clericali – che contribuì di lì a poco in modo determinante alla rinuncia di Nigra – dimostrano quanto l’intera operazione fosse frutto di una scelta frettolosa e soprattutto non concordata tra Govean e Nigra. Prima che venisse diramata la notizia alla stampa alcuni giornali, tra cui «L’Eco di Bologna», avevano diffuso la voce, che Giuseppe Garibaldi era stato nominato Gran Maestro del Grande Oriente Italiano. La notizia venne smentita da Giuseppe Pansa, Oratore della loggia «Ausonia», sulla «Gazzetta del Popolo»[9], senza precisare chi fosse stato veramente eletto. Su richiesta della loggia «Ausonia» il Consiglio del GOI l’8 novembre diramò un comunicato ufficiale che scatenò la reazione dei giornali cattolici «Il Campanile» di Firenze e «L’Armonia» di Torino.

La stampa clericale insinuò che la rapida carriera diplomatica del giovane torinese fosse dovuta solo ed esclusivamente a «meriti massonici».

Il 9 novembre «L’Armonia», in un articolo dal titolo L’antico e il nuovo Gran Maestro della Frammassoneria Italiana, dava notizia dell’avvenuta elezione di Costantino Nigra:

Abbiamo in Torino il Grande Oriente della Framassoneria Italiana. Questo Grande Oriente aveva un Gran Maestro, e noi siamo accertati che questo Gran Maestro era il Conte di Cavour. Egli godeva di tutta la confidenza di tutti i Frammassoni di Europa: di Lord Palmerston Gran Maestro Generale, e del principe Napoleone, che fu proposto teste alla Grande Maestranza di Parigi.

Morto il Conte di Cavour la frammassoneria Italiana andò in cerca di un nuova Gran Maestro, e un bel giorno la «Gazzetta del Popolo» ci annunziò che l’aveva trovato ed eletto, astenendosi però dal dircene il nome.

«L’Ami de la Rèligion» e «L’Eco di Bologna» affermarono che il Gran Maestro era Giuseppe Garibaldi. La «Gazzetta del Popolo» negò; ma generalmente non credevasi alla negativa. Laonde il Grande Oriente di Torino divisò di spedire ai suoi giornali il seguente avviso pubblicato da «L’Opinione», «Gazzetta del Popolo», «Gazzetta di Torino» e «Monarchia» dell’ 8 novembre [… vedi nota 28] e insinuava gravi dubbi sulle capacità politiche e professionali dell’ambasciatore a Parigi: «Costantino Nigra è un giovinetto di primo pelo che entrò nelle grazie di Camillo Cavour che portavagli una speciale affezione, e l’incamminò per la carriera diplomatica, e lo volle depositario dei suoi segreti. Era ben naturale che egli dovesse succedere nella Grande Maestranza della Frammassoneria. Il Nigra non ha niente di straordinario, e ci sono migliaia di giovani che valgono in Piemonte quanto egli può valere. Ma egli era un buon, e caldo, e zelantissimo frammassone, e la frammassoneria italiana e francese lo portò ai primi onori. Pochi anni fa Costantino Nigra passava il suo tempo con la Donna Lombarda con Clotilde e con L’Assedio di Verona commentando le canzoni popolari. All’improvviso eccolo diventare gran diplomatico, e poi Ministro del Regno d’Italia a Parigi.

Era un mistero: un mistero che egli progredisse così rapidamente; un mistero che trovasse così buona accoglienza presso il Bonaparte; un mistero che avesse libero ingresso nel suo palazzo e fumasse con lui i sigari nel più segreto di tutti i suoi gabinetti; un mistero che lo mandassero a Napoli col principe di Carignano per portare la parola d’ordine ai Carbonari (sic) di quelle contrade; un mistero che, reduce da Napoli, partisse subito per Parigi. Ma tutti questi misteri si rivelano colla nomina del sig. Nigra a Gran Maestro della Frammassoneria Italiana. Da questo punto molte cose passate si intendono facilmente, e molte altre avvenire saranno di facilissima spiegazione. Già Marco Minghetti ci disse che nella Camera dei Deputati tutti erano rivoluzionari e il Conte di Cavour pel primo. Lo stesso Conte di Cavour ci confessò di avere cospirato per dodici anni. Ora il Grande Oriente ci dice che l’Italia è rappresentata a Parigi dal Gran Maestro della Frammassoneria Italiana. Benissimo: è questo un fatto che non dimenticheremo mai più, e di cui parleremo soventissime volte»[10].

Il GOI, per mettere a tacere la campagna stampa messa in piedi dalla stampa clericale[11] diramò un comunicato pubblicato dai quotidiani torinesi «Gazzetta del Popolo» e «Gazzetta di Torino»: «Il Grande Oriente d’Italia. Riceviamo dal Grande Oriente d’Italia, sedente in Torino, la seguente comunicazione: Alcuni giornali essendosi occupati della nomina del Gran Maestro, il Grande Oriente non può lasciare che la pubblica opinione vaghi in proposito. Egli perciò annunzia che a Gran Maestro della Massoneria Italiana fu nominato S.E. il Comm. COSTANTINO NIGRA, Ambasciatore a Parigi per S.M. il Re d’Italia».

Contemporaneamente alla difficoltà in campo massonico Nigra dovette affrontare alcuni contrattempi in campo politico. Spaventato dagli attacchi dei giornali clericali citati, pensò che la sua carriera fosse anche in pericolo per colpa di un dissidio, che a partire dal novembre 1861 sorse con Urbano Rattazzi.

Questo dissidio si produsse a causa della spiccata tendenza di Vittorio Emanuele II a svolgere una politica personale, indipendente e spesso divergente da quella dei suoi ministri. Ostile a Ricasoli e specialmente alla sua politica nei riguardi della questione romana, il Re ispirò nell’ottobre 1861 una missione di Rattazzi (che aspirava a soppiantare Ricasoli) presso Napoleone III, per riferirgli segretamente certi suoi progetti di politica estera. Nigra, messo in estremo imbarazzo da tale situazione, nell’alternativa di subire la sfiducia del Re o di Ricasoli, ritenne assolutamente indispensabile tutelare la sua posizione a Parigi e di astenersi da qualsiasi decisione tale da provocare discussioni sulla sua persona. Nigra per evitare di trovarsi in mezzo a un conflitto politico tra Rattazzi e Ricasoli venne tentato dall’idea di chiedere un congedo per il periodo in cui il presidente del Parlamento italiano soggiornò a Parigi. Sconsigliato dal suo amico e massone Alessandro Bixio rinunciò all’idea scrivendo immediatamente a Ricasoli, conoscendone il carattere, per rassicurarlo sulla sua lealtà. Le voci di una presunta intesa tra Nigra e Rattazzi, diffuse dalla stampa francese, furono smentite dallo stesso Rattazzi[12].

Pensando che i tentennamenti di Nigra fossero dovuti solo per questioni massoniche i dignitari del GOI, nelle sedute del 12 e 15 novembre, decisero di regolarizzare la situazione convocando un’assemblea costituente. Nigra colse l’occasione per uscire dal gioco, annunciando che, essendo una assemblea costituente, tutte la cariche compresa la sua dovevano essere azzerate. La lettera di Nigra colse di sorpresa il Gran Consiglio che, in una «concitata» seduta tenutasi il 25 novembre respinse le dimissioni ribadite immediatamente da Nigra.[13]

Finì, dopo neanche due mesi, la prima Gran Maestranza del Grande Oriente Italiano e iniziò il declino della componente moderata cavouriana torinese, che si concluse definitivamente con il trasferimento della capitale a Firenze nel 1865.

Curiosamente Nigra rimosse dalla sua memoria questa esperienza, tanto che, circa trent’anni dopo, egli negò la sua appartenenza alla massoneria. Infatti nell’aprile del 1899 il Gran Maestro Ernesto Nathan invitò Nigra, ambasciatore a Vienna, a spedirgli una sua fotografia per farne un ritratto che avrebbe adornato la sala dei Gran Maestri a Palazzo Giustiniani.

Con immenso stupore, il Gran Maestro ricevette la seguente risposta: «Stimatissimo Signore, mi pregio dare riscontro alla sua lettera del 26 corrente. Ricordo benissimo che il mio compianto amico Felice Govean aveva proposto la mia nomina a Gran Maestro della Massoneria, dopo la morte del conte di Cavour, a cui gli aveva avuto il pensiero di conferire quella carica. Ma io non accettai l’incarico e non ebbi mai l’onore che ella mi attribuisce di aver diretto in qualsiasi momento la Massoneria italiana, né feci mai la professione di Massone. La fotografia della mia modesta persona non ha perciò alcun titolo per figurare nel salone del Consiglio che Ella presiede»[14].

Si ignorano i motivi che lo spinsero a negare la realtà. Sicuramente questo episodio come innumerevoli altri, per esempio la distruzione sistematica, da lui stesso operata negli ultimi anni della sua vita, del suo archivio e di tutto quello che poteva metterlo in relazione con altre persone che aveva frequentato durante la sua esistenza, era il frutto dello stato d’animo di un uomo solo, abbandonato e depresso che non accettava, dopo essere stato uno dei più affascinanti e influenti uomini pubblici del Regno d’Italia, la vecchiaia e l’isolamento.

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[1] Su Costantino Nigra cfr. F. Curato, Costantino Nigra, in Il Parlamento Italiano, Nuova CEI, Milano 1987, pp. 277-79; P. Borelli, Costantino Nigra: il diplomatico del risorgimento, Gribaudo, Cavallermaggiore 1992 e C. Nigra, Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, Zanichelli, Bologna 1926-29, 4 voll.

[2] Archivio Storico del Grande Oriente d’Italia (ASGOI), Circolare del G.O.I. a tutti i FF. Maestri della Comunione (12 giugno 1861), Sc. 2, busta 2.

[3] L’art. 32 prevedeva che il voto dei Maestri della Loggia Centrale (ossia l’«Ausonia») avesse lo stesso valore di quello dei Venerabili delle logge all’obbedienza del GOI.

[4] «A Gloria del Grande Architetto dell’Universo. Il Rispettabile apre i lavori al 3° grado Massonico. Si dà lettura dei verbali delle precedenti tenute e riunioni che vengono approvati. Il Rispettabile pone all’ordine del giorno la nomina del Gran Maestro dell’Ordine. Da ragguaglio che le Logge sotto gli auspici del Grande Oriente d’Italia provvisorio hanno già trasmessi i verbali delle loro tenute, nelle quali si votò parte a grandissima maggioranza e parte per acclamazione a Gran Maestro il Commendatore Costantino Nigra, ora ambasciatore del Re d’Italia a Parigi. Descrive ed enumera i meriti ed il passato di questo distinto soldato, cittadino e diplomatico; la sua amicizia coll’Imperatore dei Francesi, col principe Napoleone, e la benevolenza particolare di cui gode dello stesso nostro Sovrano. Dà poscia lettura della Circolare spedita alle Logge su tale argomento dietro giudiziosa domanda del Fratello Laffond, e dopo alcuni cenni in merito dei Fratelli Elena, Gallinati, Piazza e Arnaudon, Laffond e Bruno, posto ai voti dal Venerabile se si debba votare a schede segrete o per alzata e seduta, quest’ultimo sistema venne ad unanimità approvato. Il Rispettabile con chiara ed intelligibile voce invita coloro che vogliono sia creato Gran Maestro dell’Ordine Sua Eccellenza il Commendatore Costantino Nigra Ambasciatore del Re d’Italia presso l’Imperatore dei Francesi. I Fratelli si alzano tutti come un sol uomo, e per acclamazione votano in favore del nostro Illustre Candidato. Habemus Pontificem gridano i Cardinali in Conclave quando hanno votato il successore al defunto Papa. Nella speranza che Roma non abbia mai più ad udire questo infausto grido che acclamava a sempre nuovi tiranni, facciamo che al regno delle tenebre, del gesuitismo e della schiavitù dei popoli, succeda ora in Italia il grido degli apostoli della Libertà e della Vera Luce. Abbiamo il nostro Gran Maestro, la Massoneria in Italia è costituita sulle rovine della esecrate signoria temporale dei preti. Il Rispettabile fa circolare il tronco di beneficenza che produce lire 39. Il Rispettabile chiude i lavori con Rituale al 3° grado. I Fratelli soddisfatti di tanta solenne tenuta si ritirano in silenzio» (in archivio privato Augusto Comba, Verbali della Loggia Centrale «Ausonia», Tenuta dei Maestri del 31 agosto 1861 – Era volgare).

[5]« ». Lettera riportata in P. Buscalioni, La loggia Ausonia e il primo Grande Oriente d’Italia, Roma , s.e., s.d., pp. 114-16 e A. Colombo, Per la storia della massoneria nel Risorgimento italiano, in «Rassegna storica del Risorgimento», 1914, fasc. I, pp. 70-72.

[6] Il Consiglio interinale di reggenza era composto da:

Gran Reggente: Felice Govean

1° Gran Maestro Aggiunto: Livio Zambeccari.

2° Gran Maestro Aggiunto: Non Nominato.

1° Gran Sorvegliante: Carlo Flori.

2° Gran Sorvegliante: Non Nominato

Gran Segretario: David Levi.

Grande Oratore: Carlo Elena.

Grande Esperto: Giovanni Gallinati.

Gran Cerimoniere: Federico Gallo.

Gran Tesoriere: Carlo Borani.

Gran Controllore: Casimiro Teja.

Gran Archivista: Angelo Piazza.

Gran Guardasigilli: Celestino Peroglio

Gran Portastendardo: Francesco Cordey

Gran Ospitaliere: Sisto Anfossi

Ivi.

[7] Archivio del Museo Centrale del Risorgimento – Roma (MCRR), Raccolta Nelson Gay, b. 721/22(3) – 721/22(5).

[8]ASGOI, Copialettere del Grande Oriente d’Italia, Lettere alla loggia «Azione e Fede» di Pisa datata 15 novembre 1861(firmata da Govean, Zambeccari e Levi).

[9] «Gazzetta del Popolo», 23 ottobre 1861.

[10] «L’Armonia», 9 dicembre 1861, p. 1116.

[11] Nel mese di ottobre e nei primi giorni di novembre la «Perseveranza» e in particolare «L’Armonia» scatenarono una campagna giornalistica contro l’ambasciatore a Parigi giungendo ad affermare che «Non si è molto contenti a Parigi del modo come si conducono gli affari di quella nostra ambasciata. Nigra sembra scapitato di molto nella stessa opinione dell’Imperatore» (in «Armonia» del 8 novembre 1861).

[12] U. Rattazzi, Urbain Rattazzi par un témoin des dix dernières années de sa vie, Duganie, Paris 1902, p. 117. Sul momento estremamente delicato attraversato da Nigra cfr. P. De La Gorce, Histoire de second empire, IV, Paris, 1898-1906, pp. 166-67.

[13] A. Colombo, Per la storia della massoneria, cit., pp. 70-75. Il testo delle due lettere venne citato da Felice Govean nel discorso d’apertura della Prima Costituente riportato in U. Bacci, Libro del massone italiano, Roma, 1911 ( rist. anast., Forni, Bologna 1972) II, pp. 119-21, e A. Luzio, La massoneria italiana e il Risorgimento italiano, I, Zanichelli, Bologna 1925, pp. 344-47.

[14] Riportata in P. Borelli, Costantino Nigra, cit., p. 186.

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