E’ un pazzo isolato! No, è un suprematista bianco! Sicuramente ha oscurato il caos NATO nel Baltico


Non so voi ma la quantità di stronzate che ho dovuto sentire nelle ultime due ore superano per intensità un’intera stagione di “Piazza pulita”. Nel giorno in cui iniziano i negoziati sulla Brexit, con il governo inglese più debole che mai dopo l’esito delle urne e la tragedia di Grenfell Tower e a soli tre giorni dall’anniversario dell’uccisione della deputata laburista, Jo Cox (16 giugno), per mano di un nazionalista anti-UE (del cui destino, come d’altronde del processo a suo carico, nessuno sa nulla), ecco che arriva il pazzo con il van. Un pazzo strano, però. Primo, entra in un’area come quella di Seven Sisters Road a tarda sera dell’ultimo giorno di ramadan e nessuno se ne accorge: ho vissuto abbastanza a Londra per sapere che da quelle parti scatta l’allarme anche per una faccia sconosciuta, figurati un van bianco nel deserto di una domenica notte.

E cosa fa il nostro genio? Attende l’uscita dei fedeli dalla moschea di Finsbury Park e prova a schiacciarne il maggior numero con il van: ma, essendo un pazzo e non un provetto jihadista con diploma di guida sportiva presso qualche intelligence occidentale, porta a casa un magro bottino. Un morto e 10 feriti. In compenso, non solo si fa arrestare ma rischia anche il linciaggio, mentre due fantomatici complici riescono a fuggire. Tu pensa che culo! “Voglio uccidere tutti i musulmani”, avrebbe gridato il 48enne bianco, dopo essersi schiantato col furgone. E, per portare a termine il suo proposito, utilizza una dinamica tipica dei cosiddetti “lupi solitari” dell’Isis, ovvero il non plus ultra dei musulmani. Estremo atto di sfida? Nemesi? O semplicemente un altro soggetto che necessita di tante pilloline blu che, casualmente, una domenica decide di noleggiare un furgone e fare una strage di islamici, magari perché glielo hanno detto le vocine nella testa?

Casualmente dico, perché periodo peggiore per far alzare la tensione a Londra non esiste. Dopo l’assalto alla Kensington City Hall e il tardivo mea culpa di Theresa May riguardo la gestione del rogo di Grenfell Tower, ecco che giovedì Paul Golding, leader del movimento nazionalista “Britain First”, quello cui avrebbe dovuto far parte l’assassino di Jo Cox,

compare, in favore di telefonino che filma, nell’area del disastro e dà vita a un bel battibecco etnico con dei musulmani della zona che prestavano soccorso. A suo dire, è lui a essere stato accerchiato e minacciato. La sapiente penna di Shehab Khan del quotidiano liberal “The Independent” verga tutto, in un articolo che gronda allarmismo inter-etnico ad ogni virgola. C’è poi questo,

ovvero il tweet di Tommy Robinson, leader dell’altra formazione nazionalista inglese, la English Defence League, rilanciato sul social network solo un’ora dopo l’attacco di Seven Sisters Road. Il contenuto, di fatto, non è sconvolgente: ricorda come quella moschea, negli anni, abbia dato un serio contributo all’aumento dell’odio razziale e religioso. Apriti cielo, il suo cinguettio viene sovrastato in pochi nanosecondi da decine di risposte piccate e di accuse di razzismo, creando un caso. E un sospetto. Missione compiuta: Finsbury Park, per almeno un decennio abbondante centrale dell’estremismo e jihadismo nella capitale britannica, vede il suo curriculum ripulito di colpo, lindo come il bucato fatto dall’olandesina dei vecchi caroselli Mira Lanza.

Non solo hanno subito un attentato la cui matrice sta per essere fabbricata in questi minuti in qualche riunione segreta, ora sono anche baluardi di convivenza: come si dimentica in fretta che a capo di quella moschea per anni c’è stato Abu Hamza, l’imam con la mano ad uncino, condannato per incitamento all’odio razziale e religioso in Gran Bretagna, reclutatore di jihadisti per conto di Al Qaeda e per questo gentilmente estradato negli USA, dove nel 2015 una corte di Manhattan l’ha condannato all’ergastolo senza possibilità di appello. Strana moschea quella di Finsbury Park, da sempre: platealmente estremista in tutte le sue manifestazioni, eppure sempre sopportata con enorme pazienza delle istituzioni. Certo, così i servizi segreti sapevano dove monitorare. E, magari, anche dove pescare qualche “lupo solitario” o “pazzo isolato” alla bisogna.

C’è poi questo,

ovvero l’accorato appello della nostra amata Rita Katz, a inizio marzo, affinché non si dimentichi il rischio rappresentato dal nazionalismo bianco per le nostre società. Casualmente, però, in Gran Bretagna quella minaccia ha marciato con la comunità ebraica londinese, come ci mostra questa foto

in cui appare ancora il leader di “Britain First”, Paul Golding. Un qualcosa di imbarazzante, esattamente come quest’altro esponente dell’organizzazione

che si confronta con un cittadino musulmano: quest’ultimo ha al collo una kefiah, il primo la bandiera britannica e quella israeliana legate assieme. Non a caso, era il febbraio del 2015, la comunità ebraica londinese, dopo qualche titubanza, prese le distanze dalla dichiarazione di amicizia e supporto di “Britain First” in chiave anti-islamica. E, attenzione, se Seven Sisters Road è patria della moschea di Finsbury Park, non dimentichiamo che fino al mese scorso quella zona era anche la sede di White Hart Lane, stadio dove per oltre 100 anni ha giocato il Tottenham, squadra di riferimento della comunità ebraica londinese. Insomma, diciamo che c’è un pochino di cortocircuito da quelle parti. Situazione perfetta per aggiustare il tiro di quanto accaduto stanotte in base ai desiderata.

Una cosa è certa, quanto accaduto ha immediatamente tolto dagli schermi televisivi e dalle homepage dei siti di informazione tre cose. Primo, le prove tecniche di guerra totale in Siria, dopo i missili iraniani contro le basi dei ribelli e l’abbattimento da parte di un F-18 statunitense di un SU-22 dell’aeronautica siriana. Secondo, le trattative per il Brexit tra Regno Unito e Unione Europea, iniziate ufficialmente stamattina ma che nessuno si è cagato di striscio. Terzo, questo:


ovvero, il fatto che con la scusa di una sempre maggiore tensione rispetto al wargame che i russi intendono simulare il prossimo autunno ai confini con la Bielorussia (fino a 100mila uomini coinvolti), truppe statunitensi e britanniche nel weekend hanno simulato la difesa della cosiddetta “breccia di Suwalki”, ovvero la regione al confine polacco-lituano ritenuta il potenziale varco di un’invasione russa. Insomma, mentre noi cazzeggiavamo allegramente tra uno ius soli e un Macron in versione Re Sole, qualcuno simulava un’offensiva di Mosca contro gli Stati del Baltico. E, quindi, contro l’Europa. A confermare il tutto ci ha pensato il generale Ben Hodges dell’esercito USA: “Quella breccia è vulnerabile per sua stessa natura geografica. Non è inevitabile che ci sia un attacco, certamente ma.. se quel varco fosse chiuso, allora avresti tre alleati a Nord che potrebbero essere potenzialmente isolati dal resto dell’Alleanza.. Per questo dobbiamo addestrarci, dobbiamo dimostrare che possiamo supportare gli alleati a tenere aperta la breccia, mantenendo i contatti tra noi”.


Calcolando che dal casus belli con l’Ucraina nel 2014, la NATO ha dispiegato qualcosa come 4 gruppi di combattimento da oltre 4.500 uomini in totale fra Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, possiamo parlare di qualcosa di più che una simulazione a tavolino. O di un addestramento. All’operazione hanno preso parte mezzi aerei USA e britannici, oltre a truppe di terra di Polonia, Lituania e Croazia in una simulazione di difesa del potenziale flashpoint nell’area di Suwalki: il tutto con la sovrintendenza del battaglione USA di stanza alla base di Orzysz, in Polonia. Parlando con la Reuters, ecco cosa ha dichiarato il capo delle forze di terra lituane, generale Valdemaras Rupsys: “Questa è stata solo una simulazione di piccole dimensioni rispetto a quanto sarebbe necessario in caso di un attacco reale”.

Non so com’è ma, al netto delle nuove sanzioni anti-russe votate dal Senato USA e della dura reazione alle stesse da parte di Germania e Austria, il relazione all’approvvigionamento energetico e al progetto Nord Stream 2, penso che a breve la “minaccia russa” salirà – o verrà fatta salire – di livello e qualche altra simulazione più corposa avrà luogo. Ma tranquilli, ci sarà sempre un pazzo isolato, un lupo solitario o un suprematista fuori controllo a fare in modo che voi non sappiate che nel cuore dell’Europa si sta giocando a fare la guerra. Quella grossa. La Terza.

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