Blog personale di Patrizio Ricci – Free Lance International Press
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don Luigi Giussani

La politica è lo specchio della società.

Il problema non è del contenitore ma del contenuto.

Il partito cattolico è fallito con la DC che non è riuscita a dare la cosa che più era importante la libertà di educare, riproporre un altro partito cattolico non è possibile perchè non c’è la coscienza di un popolo cattolico. Il problema non è la politica ma che i cattolici riescano ad esprimere uomini che vivano veramente una unità con la Chiesa e non una religiosità confessionale e dogmatica. Cosa si deve dunque fare, cosa possiamo fare noi cattolici? Per rispondere a questo propongo  un brano del Signore degli Anelli: “Non vi darò consigli, dicendo fate questo o quello. Non è col fare qualcosa o col contribuire , o con lo scegliere tra l’una o l’altra via che vi potrò essere utile ; solo la mia conoscenza di ciò che fù ed è, ed anche in parte di ciò che sarà, vi può esser d’aiuto” Questo vi dico “La vostra missione è sulla lama di un coltello” Una piccola deviazione ed essa fallirà trascinando tutti in rovina. Ma vi è ancora speranza fin quando la Compagnia sarà tutta fedele”

Dall’intervento di don Giussani ad Assago:

Una cultura della responsabilità deve mantenere vivo quel desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori, il rapporto con l’infinito che rende la persona soggetto vero e attivo della storia. Una cultura della responsabilità non può non partire dal senso religioso. Tale partenza porta gli uomini a mettersi insieme.

È impossibile che la partenza dal senso religioso non spinga gli uomini a mettersi insieme. E non nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente; a mettersi insieme nella società secondo una interezza e una libertà sorprendenti (la Chiesa ne è il caso più esemplare), così che l’insorgere di movimenti è segno di vivezza, di responsabilità e di cultura, che rendono dinamico tutto l’assetto sociale.

Occorre osservare che tali movimenti sono incapaci di rimanere nell’astratto. Nonostante l’inerzia o la mancanza di intelligenza di chi li rappresenta o di chi vi partecipa, i movimenti non riescono a rimanere nell’astratto, ma tendono a mostrare la loro verità attraverso l’affronto dei bisogni in cui si incarnano i desideri, immaginando e creando strutture operative capillari e tempestive che chiamiamo opere, «forme di vita nuova per l’uomo», come disse Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, rilanciando la dottrina sociale della Chiesa. Le opere costituiscono vero apporto a una novità del tessuto e del volto sociale.

Le caratteristiche di opere generate da una responsabilità autentica devono essere: realismo e prudenza. Il realismo è connesso con l’importanza del fatto che il fondamento della verità è l’adeguazione dell’intelletto alla realtà; mentre laprudenza che nella Summa di San Tommaso è definita come un retto criterio nelle cose che si fanno, si misura sulla verità della cosa prima che sulla moralità, sull’aspetto etico di bontà. L’opera, proprio per questa necessità di realismo e prudenza, diventa segno di immaginazione, di sacrificio e di apertura.

Qualche conclusione. Un partito che soffocasse, che non favorisse o non difendesse questa ricca creatività sociale contribuirebbe a creare o a mantenere uno Stato prepotente sulla società. Tale Stato si ridurrebbe ad essere funzionale solo ai programmi di chi fosse al potere e la responsabilità sarebbe evocata semplicemente per suscitare consenso a cose già programmate; perfino la moralità sarebbe concepita e conclamata in funzione dello status quo.

Pasolini diceva amaramente che uno Stato di potere, così come tante volte ne abbiamo oggi, è immodificabile; lascia, al massimo, spazio all’utopia perché non dura o alla nostalgia individuale perché è impotente. Politica vera, al contrario, è quella che difende una novità di vita presente, capace di modificare anche l’assetto del potere.

( scarica pdf :’intervento di don Luigi Giussani all’assemblea della DC lombarda,. 6 febbraio 1987 – assago1987

“La caduta di Icaro”, tra le stelle nel cielo blu, bianca figura indefinita con le braccia aperte senza più ali in un corridoio nero ma con un’esplosione rossa all’altezza del cuore.
Icaro, l’ampiezza del desiderio infinito dell’uomo. Questa stupenda “imago” che ci regala Matisse è davvero descrittiva della dinamica del desiderio umano. Gli elementi salienti che risultano dalla composizione (che appare disordinata e netta, quasi come un collage) sono, senza dubbio, le stelle e il cuore di Icaro. Come mai questi due particolari? Il mito di Icaro è molto famoso ma, Matisse, a mio parere, ha giocato sulle forme per trasmetterci qualcosa di ben più profondo. Icaro non è altro che l’allegoria dell’uomo, sempre alla ricerca di un compimento, di qualcosa che soddisfi la sua brama. La parola desiderio proviene dal latino “De-sidere”, che significa “Senza stelle”. Nostalgia, nostalgia di un bene assente e anche ignoto, se vogliamo. Quante volte ci siamo ritrovati a sperare in fatti o avvenimenti che poi si sono rivelati inutili richiami ad una soddisfazione stantia? Il desiderio è fatto così, si apre in una scala di orizzonti sempre più ampi. Icaro, allora, diviene il grido sfuggente dell’uomo che soffre l’attesa, il presagio di un bene che manca ma di cui ha infinitamente bisogno. Non un grido disperato e nauesato come quello di Munch, bensì un urlo che spacca le traiettorie del tempo e dello spazio ed esplora, pieno di speranza, l’oceano dell’esistenza.”
“Allora, il cerchio rosso dell’Icaro di Matisse cosa significa e simboleggia?
E’ per quel cuore che l’uomo, la figura dell’uomo si libra negli spazi e il tempo e lo spazio non sono solo tomba, ma anche spunto per uno slancio. Quel cuore simboleggia che la figura di Icaro è legata, aspira, cioè dipende da qualcosa d’altro, dipende. Dipende da qualcosa d’altro.
Se non ci fosse qualcosa d’altro, anche evanescentissimo, quella figura cadrebbe su se stessa, cadrebbe giù, si spiaccicherebbe, come, infatti, è il destino di questa fiaba nella mentalità pagana. Nella mentalità pagana, cioè nella mentalità mondana, l’Icaro è destinato a distruggersi a terra, perchè il cuore non tiene, cioè le ali non tengono. Invece quel cuore è il simbolo di un rapporto con qualcosa; con qualcosa: pensatelo esilissimo fin quanto volete, ma è qualcosa d’altro!”

(Luigi Giussani – “L’io rinasce in un incontro”, pag. 71)

A don Giussani a New Jork , durante  una conversazione,  fù fatta una domanda: “Che cosa pensi della cultura occidentale?”

Mi sembra di una semplicità assoluta la risposta, parte dall’osservazione dei fatti  e da chi siamo, percio’ vera:

“Questa domanda per noi è importante perché viviamo in un paese che vuole essere l’espressione realizzata dell’occidente. “Mi pare che sia una domanda onnicomprensiva. Credo che, innanzitutto, la cultura occidentale possieda dei valori tali per cui si è imposta e come cultura e operativamente, socialmente, a tutto il mondo. C’è una piccola osservazione da aggiungere: che tutti questi valori la civiltà occidentale li ha ereditati dal cristianesimo: il valore della persona, assolutamente inconcepibile in tutta la letteratura del mondo, perché la persona è concepibile come dignità esclusivamente se è riconosciuta non derivare integralmente dalla biologia del padre e della madre, altrimenti è come un sasso dentro il torrente della realtà, una goccia di un’ondata che si infrange contro la roccia; il valore del lavoro, che in tutta la cultura mondiale, in quella antica ma anche per Engels e Marx, è concepito come una schiavitù, è assimilato a una schiavitù, mentre Cristo definisce il lavoro come l’attività del Padre, di Dio; il valore della materia, vale a dire l’abolizione del dualismo fra un aspetto nobile e un aspetto ignobile della vita della natura, che non esiste per il cristianesimo; la frase più rivoluzionaria della storia della cultura è quella di san Paolo: ‘Ogni creatura è bene’, per cui Romano Guardini può dire che il cristianesimo è la religione più “materialista” della storia; il valore del progresso, del tempo come carico di significato, perché il concetto di storia esige l’idea d’un disegno intelligente.

Questi sono i valori fondamentali della civiltà occidentale, a mio avviso. Non ne ho citato un altro, perché è implicito nel concetto di persona: la libertà. Se l’uomo deriva tutto dai suoi antecedenti biologici, come la cultura imperante pretende, allora l’uomo è schiavo della casualità degli scontri e quindi è schiavo del potere, perché il potere rappresenta l’emergenza provvisoria della fortuna nella storia. Ma se nell’uomo c’è qualche cosa che deriva direttamente dall’origine delle cose, del mondo, l’anima, allora l’uomo è realmente libero. L’uomo non può concepirsi libero in senso assoluto: siccome prima non c’era e adesso c’è, dipende. Per forza. L’alternativa è molto semplice: o dipende da Ciò che fa la realtà, cioè da Dio, o dipende dalla casualità del moto della realtà, cioè dal potere. La dipendenza da Dio è la libertà dell’uomo dagli altri uomini.

La mancanza terribile, l’errore terribile della civiltà occidentale è di aver dimenticato e rinnegato questo. Così, in nome della propria autonomia, l’uomo occidentale è diventato schiavo di ogni potere. E tutto lo sviluppo scaltro degli strumenti della civiltà aumenta questa schiavitù. La soluzione è una battaglia per salvare: non la battaglia per fermare la scaltrezza della civiltà, ma la battaglia per riscoprire, per testimoniare, la dipendenza dell’uomo da Dio. Quello che è stato in tutti i tempi il vero significato della lotta umana, vale a dire la lotta tra l’affermarsi dell’umano e la strumentalizzazione dell’umano da parte del potere, adesso è giunto all’estremo. Come Giovanni Paolo II ha messo in guardia tante volte, il pericolo più grave di oggi non è neanche la distruzione dei popoli, l’uccisione, l’assassinio, ma il tentativo da parte del potere di distruggere l’umano. E l’essenza dell’umano è la libertà, cioè il rapporto con l’infinito. Perciò è soprattutto nell’occidente che la grande battaglia deve essere combattuta dall’uomo che si sente uomo: la battaglia tra la religiosità autentica e il potere. Il limite del potere è la religiosità vera – il limite di qualunque potere: civile, politico ed ecclesiastico”. .”

New York, 8 marzo 1986

dal Foglio e datato 8 marzo 1986

Auguri a tutti buon natale!
Un natale non solo di lucine e addobbi ma pieno di certezza
Quel bimbo nella mangiatoia cambia la vita a ciascuno di noi vuole solo il nostro si.
Un si che puo’ essere pieno di: entusiasmo,tristezza,stanchezza,dolore e letizia,un si pronunciato all’interno di una grande gioia ,di un grande dolore,di un costante dramma.
Il Signore ci ama e ci conosce vuole solo la nostra adesione.
Il Signore riempie di gioia tutti i cuori anche quello delle vecchie mamme che vivono dei ricordi sole dentro negli ospizi,dei malati,dei bimbi sofferenti,per questo e’ possibile dire a tutti BUON NATALE perche’ la letizia e’ ora possibile sperimentarla dentro ogni circostanza.Nulla e’ contro l’uomo se abbraccia la strada che i pastori hanno percorso prima di lui.

Le due grazie che il Signore dona sono:
la tristezza e la stanchezza.
La tristezza perchè mi obbliga alla memoria
e la stanchezza perchè mi obbliga alle ragioni per cui faccio le cose.

Fà, o Dio
che una positività totale guidi il mio animo,
in qualsiasi condizione mi trovi,
qualunque rimorso abbia,
qualunque ingiustizia senta pesare su di me,
qualunque oscurità mi circondi,
qualunque inimicizia, qualunque morte mi assalga,
perché Tu, che hai fatto tutti gli esseri,
sei per il bene.
Tu sei l’ipotesi positiva su tutto ciò che io vivo.

Luigi Giussani

(fonte: Alza lo sguardo )

Quello che voglio dirvi è come una rivincita, più chiara e più profonda di quanto si possa pensare, sull’apparente inutilità della vita, sull’apparente negatività dei progetti. Chi non l’ha provato, chi non l’ha mai sentito e quindi chi non l’ha mai fatto, dà adito di continuo nella vita a cose proprio brutte. La poesia più bella che c’è al mondo è quella di Dante Alighieri nel Paradiso, l’Inno alla Vergine, che non è interessata a nessuno per secoli e adesso è ricordata, forse, da qualche devoto discepolo di Benigni:

«Vergine madre, figlia del tuo Figlio,/ umile ed alta più che creatura,/ termine fisso d’eterno consiglio», indicazione ineluttabile di Chi ha fatto il disegno di tutto, del disegno di tutto l’universo, che ne è l’espressione. Infatti «tu se’ colei che l’umana natura/ nobilitasti sì, che ’l suo Fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura./ Nel ventre tuo», questi sono gli aspetti più affascinanti dell’espressione dantesca, «nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace/ così è germinato questo fiore», per lo cui caldo nell’eterna pace, senza pusillanimità, senza vergogna di bugia, senza inganno di nessun tipo. «Per lo cui caldo», “caldo” è la parola con cui è indicato tutto il fascino profondo e ineffabile di questa vita dell’universo a cui lo Spirito dell’eterno ha dato inizio. «Qui» continua la poesia di Dante, «qui se’ a noi meridiana face/ di caritate», sei il punto sicuro di amore, «e giuso, intra i mortali,/ se’ di speranza fontana vivace»….  Ho voluto leggere queste righe o rileggerle – chissà quanti di voi le avranno già lette in questi giorni -, ho voluto leggerle proprio per questa idea, il mio augurio è tutto in questa idea: «Qui se’ a noi meridiana face/ di caritate; e giuso, intra i mortali,/ se’ di speranza fontana vivace».
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