Blog personale di Patrizio Ricci – International Freelance Reporter
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don Luigi Giussani

La politica è lo specchio della società.

Il problema non è del contenitore ma del contenuto.

Il partito cattolico è fallito con la DC che non è riuscita a dare la cosa che più era importante la libertà di educare, riproporre un altro partito cattolico non è possibile perchè non c’è la coscienza di un popolo cattolico. Il problema non è la politica ma che i cattolici riescano ad esprimere uomini che vivano veramente una unità con la Chiesa e non una religiosità confessionale e dogmatica. Cosa si deve dunque fare, cosa possiamo fare noi cattolici? Per rispondere a questo propongo  un brano del Signore degli Anelli: “Non vi darò consigli, dicendo fate questo o quello. Non è col fare qualcosa o col contribuire , o con lo scegliere tra l’una o l’altra via che vi potrò essere utile ; solo la mia conoscenza di ciò che fù ed è, ed anche in parte di ciò che sarà, vi può esser d’aiuto” Questo vi dico “La vostra missione è sulla lama di un coltello” Una piccola deviazione ed essa fallirà trascinando tutti in rovina. Ma vi è ancora speranza fin quando la Compagnia sarà tutta fedele”

Dall’intervento di don Giussani ad Assago:

Una cultura della responsabilità deve mantenere vivo quel desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori, il rapporto con l’infinito che rende la persona soggetto vero e attivo della storia. Una cultura della responsabilità non può non partire dal senso religioso. Tale partenza porta gli uomini a mettersi insieme.

È impossibile che la partenza dal senso religioso non spinga gli uomini a mettersi insieme. E non nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente; a mettersi insieme nella società secondo una interezza e una libertà sorprendenti (la Chiesa ne è il caso più esemplare), così che l’insorgere di movimenti è segno di vivezza, di responsabilità e di cultura, che rendono dinamico tutto l’assetto sociale.

Occorre osservare che tali movimenti sono incapaci di rimanere nell’astratto. Nonostante l’inerzia o la mancanza di intelligenza di chi li rappresenta o di chi vi partecipa, i movimenti non riescono a rimanere nell’astratto, ma tendono a mostrare la loro verità attraverso l’affronto dei bisogni in cui si incarnano i desideri, immaginando e creando strutture operative capillari e tempestive che chiamiamo opere, «forme di vita nuova per l’uomo», come disse Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, rilanciando la dottrina sociale della Chiesa. Le opere costituiscono vero apporto a una novità del tessuto e del volto sociale.

Le caratteristiche di opere generate da una responsabilità autentica devono essere: realismo e prudenza. Il realismo è connesso con l’importanza del fatto che il fondamento della verità è l’adeguazione dell’intelletto alla realtà; mentre laprudenza che nella Summa di San Tommaso è definita come un retto criterio nelle cose che si fanno, si misura sulla verità della cosa prima che sulla moralità, sull’aspetto etico di bontà. L’opera, proprio per questa necessità di realismo e prudenza, diventa segno di immaginazione, di sacrificio e di apertura.

Qualche conclusione. Un partito che soffocasse, che non favorisse o non difendesse questa ricca creatività sociale contribuirebbe a creare o a mantenere uno Stato prepotente sulla società. Tale Stato si ridurrebbe ad essere funzionale solo ai programmi di chi fosse al potere e la responsabilità sarebbe evocata semplicemente per suscitare consenso a cose già programmate; perfino la moralità sarebbe concepita e conclamata in funzione dello status quo.

Pasolini diceva amaramente che uno Stato di potere, così come tante volte ne abbiamo oggi, è immodificabile; lascia, al massimo, spazio all’utopia perché non dura o alla nostalgia individuale perché è impotente. Politica vera, al contrario, è quella che difende una novità di vita presente, capace di modificare anche l’assetto del potere.

( scarica pdf :’intervento di don Luigi Giussani all’assemblea della DC lombarda,. 6 febbraio 1987 – assago1987

“La caduta di Icaro”, tra le stelle nel cielo blu, bianca figura indefinita con le braccia aperte senza più ali in un corridoio nero ma con un’esplosione rossa all’altezza del cuore.
Icaro, l’ampiezza del desiderio infinito dell’uomo. Questa stupenda “imago” che ci regala Matisse è davvero descrittiva della dinamica del desiderio umano. Gli elementi salienti che risultano dalla composizione (che appare disordinata e netta, quasi come un collage) sono, senza dubbio, le stelle e il cuore di Icaro. Come mai questi due particolari? Il mito di Icaro è molto famoso ma, Matisse, a mio parere, ha giocato sulle forme per trasmetterci qualcosa di ben più profondo. Icaro non è altro che l’allegoria dell’uomo, sempre alla ricerca di un compimento, di qualcosa che soddisfi la sua brama. La parola desiderio proviene dal latino “De-sidere”, che significa “Senza stelle”. Nostalgia, nostalgia di un bene assente e anche ignoto, se vogliamo. Quante volte ci siamo ritrovati a sperare in fatti o avvenimenti che poi si sono rivelati inutili richiami ad una soddisfazione stantia? Il desiderio è fatto così, si apre in una scala di orizzonti sempre più ampi. Icaro, allora, diviene il grido sfuggente dell’uomo che soffre l’attesa, il presagio di un bene che manca ma di cui ha infinitamente bisogno. Non un grido disperato e nauesato come quello di Munch, bensì un urlo che spacca le traiettorie del tempo e dello spazio ed esplora, pieno di speranza, l’oceano dell’esistenza.”
“Allora, il cerchio rosso dell’Icaro di Matisse cosa significa e simboleggia?
E’ per quel cuore che l’uomo, la figura dell’uomo si libra negli spazi e il tempo e lo spazio non sono solo tomba, ma anche spunto per uno slancio. Quel cuore simboleggia che la figura di Icaro è legata, aspira, cioè dipende da qualcosa d’altro, dipende. Dipende da qualcosa d’altro.
Se non ci fosse qualcosa d’altro, anche evanescentissimo, quella figura cadrebbe su se stessa, cadrebbe giù, si spiaccicherebbe, come, infatti, è il destino di questa fiaba nella mentalità pagana. Nella mentalità pagana, cioè nella mentalità mondana, l’Icaro è destinato a distruggersi a terra, perchè il cuore non tiene, cioè le ali non tengono. Invece quel cuore è il simbolo di un rapporto con qualcosa; con qualcosa: pensatelo esilissimo fin quanto volete, ma è qualcosa d’altro!”

(Luigi Giussani – “L’io rinasce in un incontro”, pag. 71)

A don Giussani a New Jork , durante  una conversazione,  fù fatta una domanda: “Che cosa pensi della cultura occidentale?”

Mi sembra di una semplicità assoluta la risposta, parte dall’osservazione dei fatti  e da chi siamo, percio’ vera:

“Questa domanda per noi è importante perché viviamo in un paese che vuole essere l’espressione realizzata dell’occidente. “Mi pare che sia una domanda onnicomprensiva. Credo che, innanzitutto, la cultura occidentale possieda dei valori tali per cui si è imposta e come cultura e operativamente, socialmente, a tutto il mondo. C’è una piccola osservazione da aggiungere: che tutti questi valori la civiltà occidentale li ha ereditati dal cristianesimo: il valore della persona, assolutamente inconcepibile in tutta la letteratura del mondo, perché la persona è concepibile come dignità esclusivamente se è riconosciuta non derivare integralmente dalla biologia del padre e della madre, altrimenti è come un sasso dentro il torrente della realtà, una goccia di un’ondata che si infrange contro la roccia; il valore del lavoro, che in tutta la cultura mondiale, in quella antica ma anche per Engels e Marx, è concepito come una schiavitù, è assimilato a una schiavitù, mentre Cristo definisce il lavoro come l’attività del Padre, di Dio; il valore della materia, vale a dire l’abolizione del dualismo fra un aspetto nobile e un aspetto ignobile della vita della natura, che non esiste per il cristianesimo; la frase più rivoluzionaria della storia della cultura è quella di san Paolo: ‘Ogni creatura è bene’, per cui Romano Guardini può dire che il cristianesimo è la religione più “materialista” della storia; il valore del progresso, del tempo come carico di significato, perché il concetto di storia esige l’idea d’un disegno intelligente.

Questi sono i valori fondamentali della civiltà occidentale, a mio avviso. Non ne ho citato un altro, perché è implicito nel concetto di persona: la libertà. Se l’uomo deriva tutto dai suoi antecedenti biologici, come la cultura imperante pretende, allora l’uomo è schiavo della casualità degli scontri e quindi è schiavo del potere, perché il potere rappresenta l’emergenza provvisoria della fortuna nella storia. Ma se nell’uomo c’è qualche cosa che deriva direttamente dall’origine delle cose, del mondo, l’anima, allora l’uomo è realmente libero. L’uomo non può concepirsi libero in senso assoluto: siccome prima non c’era e adesso c’è, dipende. Per forza. L’alternativa è molto semplice: o dipende da Ciò che fa la realtà, cioè da Dio, o dipende dalla casualità del moto della realtà, cioè dal potere. La dipendenza da Dio è la libertà dell’uomo dagli altri uomini.

La mancanza terribile, l’errore terribile della civiltà occidentale è di aver dimenticato e rinnegato questo. Così, in nome della propria autonomia, l’uomo occidentale è diventato schiavo di ogni potere. E tutto lo sviluppo scaltro degli strumenti della civiltà aumenta questa schiavitù. La soluzione è una battaglia per salvare: non la battaglia per fermare la scaltrezza della civiltà, ma la battaglia per riscoprire, per testimoniare, la dipendenza dell’uomo da Dio. Quello che è stato in tutti i tempi il vero significato della lotta umana, vale a dire la lotta tra l’affermarsi dell’umano e la strumentalizzazione dell’umano da parte del potere, adesso è giunto all’estremo. Come Giovanni Paolo II ha messo in guardia tante volte, il pericolo più grave di oggi non è neanche la distruzione dei popoli, l’uccisione, l’assassinio, ma il tentativo da parte del potere di distruggere l’umano. E l’essenza dell’umano è la libertà, cioè il rapporto con l’infinito. Perciò è soprattutto nell’occidente che la grande battaglia deve essere combattuta dall’uomo che si sente uomo: la battaglia tra la religiosità autentica e il potere. Il limite del potere è la religiosità vera – il limite di qualunque potere: civile, politico ed ecclesiastico”. .”

New York, 8 marzo 1986

dal Foglio e datato 8 marzo 1986

Auguri a tutti buon natale!
Un natale non solo di lucine e addobbi ma pieno di certezza
Quel bimbo nella mangiatoia cambia la vita a ciascuno di noi vuole solo il nostro si.
Un si che puo’ essere pieno di: entusiasmo,tristezza,stanchezza,dolore e letizia,un si pronunciato all’interno di una grande gioia ,di un grande dolore,di un costante dramma.
Il Signore ci ama e ci conosce vuole solo la nostra adesione.
Il Signore riempie di gioia tutti i cuori anche quello delle vecchie mamme che vivono dei ricordi sole dentro negli ospizi,dei malati,dei bimbi sofferenti,per questo e’ possibile dire a tutti BUON NATALE perche’ la letizia e’ ora possibile sperimentarla dentro ogni circostanza.Nulla e’ contro l’uomo se abbraccia la strada che i pastori hanno percorso prima di lui.

Le due grazie che il Signore dona sono:
la tristezza e la stanchezza.
La tristezza perchè mi obbliga alla memoria
e la stanchezza perchè mi obbliga alle ragioni per cui faccio le cose.

Fà, o Dio
che una positività totale guidi il mio animo,
in qualsiasi condizione mi trovi,
qualunque rimorso abbia,
qualunque ingiustizia senta pesare su di me,
qualunque oscurità mi circondi,
qualunque inimicizia, qualunque morte mi assalga,
perché Tu, che hai fatto tutti gli esseri,
sei per il bene.
Tu sei l’ipotesi positiva su tutto ciò che io vivo.

Luigi Giussani

(fonte: Alza lo sguardo )

Quello che voglio dirvi è come una rivincita, più chiara e più profonda di quanto si possa pensare, sull’apparente inutilità della vita, sull’apparente negatività dei progetti. Chi non l’ha provato, chi non l’ha mai sentito e quindi chi non l’ha mai fatto, dà adito di continuo nella vita a cose proprio brutte. La poesia più bella che c’è al mondo è quella di Dante Alighieri nel Paradiso, l’Inno alla Vergine, che non è interessata a nessuno per secoli e adesso è ricordata, forse, da qualche devoto discepolo di Benigni:

«Vergine madre, figlia del tuo Figlio,/ umile ed alta più che creatura,/ termine fisso d’eterno consiglio», indicazione ineluttabile di Chi ha fatto il disegno di tutto, del disegno di tutto l’universo, che ne è l’espressione. Infatti «tu se’ colei che l’umana natura/ nobilitasti sì, che ’l suo Fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura./ Nel ventre tuo», questi sono gli aspetti più affascinanti dell’espressione dantesca, «nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace/ così è germinato questo fiore», per lo cui caldo nell’eterna pace, senza pusillanimità, senza vergogna di bugia, senza inganno di nessun tipo. «Per lo cui caldo», “caldo” è la parola con cui è indicato tutto il fascino profondo e ineffabile di questa vita dell’universo a cui lo Spirito dell’eterno ha dato inizio. «Qui» continua la poesia di Dante, «qui se’ a noi meridiana face/ di caritate», sei il punto sicuro di amore, «e giuso, intra i mortali,/ se’ di speranza fontana vivace»….  Ho voluto leggere queste righe o rileggerle – chissà quanti di voi le avranno già lette in questi giorni -, ho voluto leggerle proprio per questa idea, il mio augurio è tutto in questa idea: «Qui se’ a noi meridiana face/ di caritate; e giuso, intra i mortali,/ se’ di speranza fontana vivace».
Continua a leggere

diceva a  Siviglia (Spagna) san Josemaría dialogando con un contadino.  La cultura di costui, imparata non sui libri, gli permetteva di avere un ottimo rapporto con Dio (1’ 45”).
«Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo »

diceva don Giussani della Cultura: Mi sovviene un’altra frase di san Paolo: «Egli – Cristo – è morto per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto e resuscitato per loro». Questa frase, per noi, è come l’insinuazione di una vera definizione di cultura: per chi l’uomo viva. Tutto è riconducibile a questa domanda: per chi l’uomo viva. Se l’uomo vive per se stesso, il punto di vista dell’orizzonte culturale è identificato da una autonomia, reale o illusoria che sia. È illusoria quando, esistenzialmente, il vivere per sé significa essere schiavi del potere di fatto, ultimamente dello Stato. Se, invece, un uomo vive per quella Presenza grande, ultima e massimamente vicina – la presenza di Cristo –, al suo sguardo umano il mondo diventa più vasto e, nello stesso tempo, più minuziosamente imponente, come lo era sotto gli occhi di Cristo, che guardava lontano, verso l’orizzonte di tutti i campi, e segnava il piccolo fiore di campo che aveva ai suoi piedi.

Le cose, quindi, diventano più vere, cioè (e questo «cioè» è molto importante nelle nostre conversazioni) più corrispondenti alle esigenze profonde dell’uomo stesso, alle esigenze profonde di quello che Dio ha creato come uomo, a quelle esigenze profonde dell’uomo che la Bibbia chiama, con un termine molto bello, «cuore». A questa corrispondenza, che fa vera una cosa in quanto la pone come risposta alle esigenze più profonde dell’io, ci sembra accennare la famosa frase di san Tommaso, che definiva la verità come adaequatio rei et intellectus: corrispondenza, diciamo noi, del reale che viene incontro alla coscienza di sé che l’uomo ha. Così s’avvera la promessa evangelica del «centuplo quaggiù». «Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù.» (…)

La fede, mi pare, è sorgente di cultura proprio in quanto diventa principio di una percezione, di una conoscenza nuova del mondo, della realtà: come origine, come dinamismo, che ne costituisce l’effimero esistere, e come scopo. Questa nuova percezione della vita come tale, della realtà che mi tocca e in cui mi imbatto come tale, è descritta di nuovo da san Paolo: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri».Questa fede che diventa cultura, dunque, è come un investimento nuovo del mondo che porta più bellezza e più utilità, più precisa utilità, a tutto. In questo senso, la fede è suggerimento anche, evidentemente, di una prassi nuova sulla realtà (spazio, tempo e uomo), di un nuovo significato vissuto di uomo.

( fonte Luigi GIUSSANI tratto da: Il senso di Dio e l’uomo moderno, Rizzoli, Milano 1994, p. 89-93.)

All’ideale della santità medievale si sostituisce nell’Umanesimo l’ideale della riuscita umana: non più il Dio cui tutto deve confluire in unità armonica, ma il “divo”, l’uomo riuscito che conta sulle sue forze. E’ nelle proprie forze che occorre sperare, sulle proprie energie che si scommette. Non importa in quale campo, ma occorre che la vita “riesca”. E già filtrata come accettabile l’idea che non è così importante “riuscire” nella totalità della vita, ma è sufficiente riscuotere l’ammirazione in un particolare settore: l’estetica, il valore militare, la politica, l’erudizione. L’umanista Coluccio Salutati diceva: “Del cielo è degno l’uomo che fa grandi cose su questa terra”. E se un uomo non ha goduto di circostanze favorevoli, dove ritrova la sua dignità, se essa non è più retta dal rapporto obiettivo con Dio, ma è consegnata alla mercè del caso? E chi è piccolo e debole, non può essere uomo degno? Il seme del razzismo attende di attecchire su questo terreno.

La scoperta degli antichi manoscritti – salvati in buona parte dai monaci medievali – ha portato, a livello di linguaggio, a convergenze interessanti: la dea “fortuna”, o la dea “fama” hanno una rilevante presenza in quell’operazione di recupero del vocabolario antico caratteristica degli umanisti, presenza che contribuisce a chiarire quanto il senso della vita sentito veramente come tale sia il successo, anche ottenuto in un particolare della vita. Il dio dunque, non lontano ed isolato dall’esistenza, ma operante e partecipe nelle vicende umane è il successo.

Diceva Chesterton: “Ogni errore è una verità impazzita”. Infatti la riuscita nell’esistenza rappresenta indubbiamente un valore. Esso viene altamente sottolineato nella tradizione cristiana attraverso il concetto di “merito”. La parola “merito” indica la proporzione dei gesti che l’uomo compie nei confronti dell’Eterno: l’uomo deve meritare la felicità, o il Paradiso. Ma è chiaro che in questa prospettiva cristiana un malato, per esempio, un uomo sfortunato, un handicappato, possono avere una dignità e una statura più grande di quella di coloro i cui nomi vengono celebrati dai giornali a caratteri cubitali. Tale statura non è ridotta alla fortunata convergenza di fattori esteriori.

Tutta questa parzialità, questa assenza di unità caratterizzerà il filo della cultura moderna, del pensiero e quindi della prassi moderna. La riuscita della vita, la fede o la speranza poggiate tutte sulle umane energie sono tipiche anche della mentalità contemporanea. Non a caso l’espressione “divismo” si è diffusa nella nostra epoca, e il suo campo d’azione non � certo ridotto al senso più specificatamente hollywoodiano del termine. Il divismo ha una sua etica incidente socialmente e non confinata al mondo della celluloide. Al Dio ancor oggi si sostituisce il divo. Il Dio infatti è concepito come entità inarrivabile, mentre il divo è l’uomo che si realizza palpabilmente, oggi come per l’Umanesimo.

Lo statunitense John Dewey, il creatore della pedagogia americana – la sua notorietà era così grande che quando compì l’ottantesimo anno d’età negli Stati Uniti sono stati proclamati due giorni di festività nazionale – pone come suprema formula, supremo criterio dell’educazione, “l’efficienza sociale”. Alla parola efficienza egli aggiunge la parola sociale, ma il senso ci porta molto vicino al “divo” degli umanisti.

Occorre comunque notare che tali trasformazioni di mentalità non si sono verificate in modo necessariamente irreligioso. Ma, se i principi cristiani possono essere con devozione trattenuti e non rinnegati, il sentimento del vivere fluttua per suo conto. Dio finisce con l’essere vissuto come una nuvola che si libra nel cielo, sempre più  lontana, con sempre minori influssi su una terra sempre più copiosamente afferrata e manipolata dall’uomo solo. Dio diventa astratto, giustapposto alla terra.

Da dove vengono le energie dell’uomo?

L’umanista aveva ancora un senso di umanità reale e non poteva dimenticare che l’uomo è pieno di limiti. Dalla lettura dei maestri antichi attingeva quel velo di tristezza, quel senso del limite ultimo che nel teatro greco faceva concludere tragicamente ogni sforzo umano. Sintomatica è in questo senso l’esclamazione di Petrarca quando dice: “Chi mi darà ali di colomba, sì che m’innalzi e levimi da terra?”.

L’umanista è  come se si domandasse da dove viene all’uomo quell’energia realizzatrice, fonte di successo e di grandezza, e capisce benissimo che l’uomo non può darsela da sè. L’individuo non è evidentemente fonte della sua forza: essa proviene da qualcosa d’altro, qualcosa di più grande. Cosè di fronte a un Dio cristiano non negato, ma eclissato in una lontananza empirea, la creatività ultima viene identificata con la natura, una natura sostituzione concreta della divinità astratta.

Una natura panteisticamente intesa caratterizzerà l’epoca rinascimentale.

Ma se la natura è l’origine delle nostre fortune, delle nostre energie, tutto ciò che nasce dalla natura è bene. Dopo l’affermazione dell’uomo realizzatore, propria dell’umanista, l’uomo rinascimentale dichiara un concetto etico nuovo: l’uomo naturalmente agisce bene. E dalla natura che cosa scaturisce? L’impulso, lo spontaneo, l’istinto. Il “bene” diventa l’istinto. Il “naturalismo”, che definisce cosè l’etica rinascimentale, segnala un cambiamento sistematico avvenuto nell’intero corpo della morale. Quando Rabelais scriveva: “Fa’ ciò che vuoi, perchè per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi”, esplicitava questo mutamento, e già dava voce perfetta ad un principio dell’etica di oggi.

Come è vero che l’errore è una verità diventata pazza! Per riconoscere l’errore occorre urgerlo nella sua logica e solo allora esso renderà manifesto il fatto che è costretto a dimenticare o a rinnegare qualcosa. In questo caso, per esempio, la tradizione cristiana sarebbe la prima a sottolineare l’affermazione di Rabelais, perchè la difesa della legge naturale che l’uomo si porta scritta nel cuore è posizione caratteristica della cultura cattolica e significa riconoscere che “per natura l’uomo è spinto ad atti virtuosi”.

Ma nello stesso tempo la Chiesa riconosce che occorre essere realisti e non dimenticare che, se è vero che la natura suggerisce all’uomo atti virtuosi, è anche vero che la situazione esistenziale in cui egli vive rende impossibile realizzare l’impeto ideale che l’uomo ha in cuore. Ogni impulso buono ha un’arsi che presto degrada. Ciascun uomo conosce l’amaro sapore, l’umiliazione di sentire questo venir meno a se stesso. Non riconoscerlo significa perdere di vista la concretezza della propria umanità. Rabelais dimentica totalmente tale limite realistico, la cui origine la tradizione cristiana chiama “peccato originale”. Con una frase famosa ammetteva quel limite anche il poeta latino Ovidio: “Vedo ciò che è meglio e faccio il peggio”.

Vale a dire: l’animo naturale, pur costituendo per l’uomo di tutti i tempi una trama di indicazioni ideali, nel concreto è soffocato da una grande fragilità. Se l’uomo per natura ha una sua forza, esistenzialmente è ferito, ambiguo, equivoco. è  come se avesse le vertigini, se gli tremassero i polsi. Se, per esempio, noi tracciassimo una linea sul terreno e sfidassimo i presenti a seguirla mettendo i piedi uno dopo l’altro e ad avanzare cosè, nessuno avrebbe difficoltà. Ma se noi potessimo prendere la stessa linea e la alzassimo cento metri da terra, la situazione cambierebbe radicalmente. Sarebbe sì la stessa linea, gli stessi gesti richiesti, ma in condizioni diversissime, al punto da rendere impossibile per i più l’identica operazione. Come struttura l’uomo è capace di determinate cose, di cui storicamente ed esistenzialmente diventa incapace.

Il risultato come clima del naturalismo rinascimentale è bene indicato da una frase di Machiavelli che registra con il consueto cinismo l’atmosfera e la mentalità delle corti del ’500: “Noi siamo gli uomini più empi e più immorali che si possono immaginare”.

Va notato che nel Rinascimento inizia una sottile ma reale ostilità al Dio cristiano, che cerca di modulare, di potare gli istinti umani. Un tale Dio può anche porsi in contraddizione con l’impeto della natura, con l’impulso che sembra naturale, e comincia così a diventare un potenziale o attuale nemico.

don Luigi Giussani è per all’apice di quella esperienza che mi ha portato fin qui, a cui devo gratitudine , con lui e la gente che lo seguiva ho imparato un uso della ragione non parziale, ho imparato  ma quello che ho imparato non domino, perchè è una vibrazione della terra la fede.

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