Sì, Dio permette la tentazione. Perché siamo chiamati a scegliere

«E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male». Recenti dichiarazioni di papa Francesco («Non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non mi lasci cadere nella tentazione”: sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito») hanno riaperto una vecchia questione.

Ma se per secoli i cristiani hanno pregato così, è possibile che abbiano preso tutti un abbaglio? Davvero sarebbe meglio dire «non abbandonarci nella tentazione», come si legge nella nuova traduzione?

Non essendo un esperto, lascio volentieri la risposta ad altri.  Di certo continuerò a pregare come mi è stato insegnato da bambino. E mi affido a un ricordo di tanti anni fa. Riguarda il  cardinale Carlo Maria Martini, che all’argomento dedicò riflessioni, secondo me, illuminanti.

Il problema di una traduzione meno «scandalosa», spiegò l’arcivescovo, non si pone certamente oggi. Sant’Ambrogio, per esempio, preferiva tradurre «e non permettere che cadiamo nella tentazione». In questo senso il «non abbandonarci nella tentazione» proposto dalla Conferenza episcopale italiana non è che uno dei tanti tentativi di risolvere un antico problema, ma, secondo Martini, la vera questione è un’altra.

Il punto, spiegava il cardinale, è che Gesù nella preghiera pone il problema della tentazione in primissimo piano e con forza. Qualunque sia il verbo (indurci, abbandonarci o altro) dobbiamo concentrarci sul complemento. Gesù ci dice che la tentazione ci accompagna, fa parte della nostra esperienza quotidiana, come provò lui stesso che, non a caso, dopo gli anni trascorsi in famiglia, incominciò il suo ministero proprio sottoponendosi alle tentazioni di satana nel deserto. Dunque, sia che diciamo «non ci indurre in tentazione» o «non permettere che cadiamo nella tentazione» o «non abbandonarci nella tentazione», la questione vera è che Dio certamente permette la tentazione, e non in via straordinaria o marginale, ma come esperienza costante.

Perché? Secondo Martini la risposta è semplice: perché proprio attraverso la tentazione, e il conseguente combattimento interiore, cresciamo nella fede. Se non fossimo esposti alla tentazione, se tutto andasse liscio e tranquillo, se fossimo come teleguidati verso il bene, la libertà non sarebbe messa alla prova. Non dobbiamo mai dimenticare, invece, che la vita del cristiano è una battaglia continua, perché continuamente si tratta di scegliere tra il bene e il male.

Le tentazioni sono tante e di vario tipo, ma ce n’è una che appare particolarmente spaventosa. È quella di tipo escatologico, che riguarda la fine dei tempi, quando satana sferrerà il suo ultimo e più temibile attacco. Martini ricordava a questo proposito le parole di  Matteo (24, 11-12): «Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà». Ecco la tentazione ultima e più devastante: cedere definitivamente all’azione di satana, alla sua seduzione, e scegliere il Male. Con la maiuscola, perché è persona, ovvero il Maligno.

La seduzione è effettivamente l’arma usata dal Maligno, che istiga l’uomo a scegliere lui presentandosi in veste suadente, accattivante.

Tutti, spiegava Martini, senza esclusioni, siamo soggetti alla seduzione del Maligno, e tutti dobbiamo vigilare. Ecco perché Gesù, nella preghiera che ci ha insegnato, mette l’accento sulla tentazione.

Nel libro «Ritrovare se stessi», nel capitolo dedicato al combattimento spirituale, Martini scrive: «Tutta la vita di Gesù è stata una formidabile lotta, una presa di posizione decisa nel grande combattimento contro l’avversario».  E così è per noi. Non è lecito indorare la pillola.

Se siamo in battaglia, di che cosa dobbiamo prendere consapevolezza?

Ecco la risposta dell’arcivescovo: «Anzitutto che noi ci troviamo in una situazione rischiosa; è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Avere il senso del rischio, delle difficoltà, è realismo, un realismo che ci permette di vedere le vie dell’avversario, le vie attraverso le quali il mondo è portato al male, ma sentendoci pieni della forza di Dio. Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione, fatta con l’aiuto della sacra Scrittura, ci mette davanti alle avversità senza paura perché sappiamo cogliere, insieme alla vastità del male, la potenza di Cristo che opera continuamente nella storia. Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta, né quartiere, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo, oggi, lo si dimentica spesso, vivendo in un’atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi i quali minacciano proprio chi non se l’aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio. La terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere, dal momento che il nemico si aggira attorno a noi per scoprire se c’è almeno un varco aperto, se c’è almeno un elemento mancante nell’ armatura così da farci cadere nel combattimento. L’ultima osservazione, assai importante: tutte le armi, tutti gli elementi dell’armatura vanno continuamente affinati nell’esercizio della preghiera che non li supplisce – non supplisce lo zelo, l’impegno, lo spirito di fede, la capacità di donarsi -, ma è la realtà nella quale tutti sono avvolti e vengono ritemprati per la lotta».

Un comportamento di fondamentale importanza, nella battaglia contro la tentazione, consiste nell’evitare le occasioni di peccato. Se l’occhio ti dà scandalo, cavalo. Se la mano è occasione di scandalo, tagliala. Gesù non potrebbe essere più chiaro. Ed è significativo, spiega Martini, che in Matteo  queste esortazioni si ritrovino, praticamente identiche, in due passi diversi dello stesso Vangelo: un caso molto raro, segno dell’importanza dell’ammonimento.

Evitare non solo il peccato, ma le occasioni di peccato. Una lezione da non dimenticare mai in un mondo segnato dalla moltiplicazione di queste occasioni. Tenendo ben presente che l’esperienza cristiana è agonistica, è battaglia, combattimento, competizione contro il Maligno che utilizza senza sosta l’arma della tentazione per irretirci e conquistare la nostra anima.

Per chi volesse approfondire, al riguardo c’è un bellissimo testo di Martini intitolato «Non sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostro».

Aldo Maria Valli

 


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