Quando il cielo ci fa segno

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di Luca Del Pozzo

In una fase storica in cui ampi settori della Chiesa sembrano essere, certo non da oggi ma con una accentuazione oggi sicuramente maggiore rispetto ad altri periodi, più attenti alle cose di quaggiù che a quelle di lassù, al punto che si potrebbe a buon diritto prendere a prestito il titolo di una celebre opera di Nietzsche – “Umano, troppo umano” – per riassumere il giudizio sulla situazione attuale da parte di molti osservatori di cose cattoliche, la lettura di “Quando il cielo ci fa segno. Piccoli misteri quotidiani”, breve ma denso “promemoria”, come lo definisce l’Autore, del best seller Vittorio Messori da poco nelle librerie, è senza ombra di dubbio un valido aiuto per risollevare il morale delle truppe.

Ossia per (ri)alzare lo sguardo verso quella che, in fin dei conti, per la fede cattolica è la meta finale, l’approdo ultimo che attende ogni credente: il cielo, appunto. Il quale non si stanca ed anzi continua imperterrito a mandare dei “segni”, degli alerts per dirla con la lingua franca di oggi, che stanno lì a richiamare l’attenzione e a testimoniare l’esistenza di una realtà altra, una dimensione soprannaturale di cui oggi nella Chiesa si sente parlare sempre meno. Non per nulla se Messori ha scritto un libro del genere è anche per rispondere ad una esigenza, meglio ad una precisa esortazione dello scomparso (e compianto) card. Carlo Caffarra: “E’ d’urgenza drammatica che la Chiesa ponga fine al suo silenzio circa il Soprannaturale”. Potrebbe sembrare scontato che la Chiesa parli del Soprannaturale, in realtà non lo è affatto. O meglio, non lo è più. In (relativamente) breve tempo si è passati – in parte per reazione ma per lo più per una sorta di “mondanizzazione” voluta e cercata da certi ambienti sedicenti cattolici per darsi una patina di modernità – da un eccesso all’altro, da una predicazione forse troppo moralistica dell’aldilà (della serie: se ti comporti bene vai in paradiso, se ti comporti male vai all’inferno) che più che incutere il timor di Dio incuteva il terrore di Dio (che in ottica cattolica col primo non c’azzecca nulla), ad una predicazione dove tutto è stato appiattito e ridotto alla sola dimensione orizzontale e dove lo spartiacque tra la salvezza e la dannazione (ammesso che quest’ultima sia ancora contemplata) è il maggiore o minore grado di “bene sociale” che uno alla fine avrà prodotto. Il che pone un problema, e neanche banale: “Il Figlio del Dio Padre – si chiede Messori – si sarebbe incarnato e sarebbe morto in croce perchè i suoi seguaci facessero ciò che il «mondo» può fare (e sempre più spesso fa) da solo e sovente con successo?” E’ vero, è ancora Messori a ricordarlo citando l’Apostolo, “…al vertice di ogni azione cristiana c’è la carità. Ma per i credenti in Cristo (che non venne per cambiare governi e leggi bensì, uno a uno, i cuori degli uomini) la carità spirituale deve precedere quella materiale, che altro non è che una conseguenza spontanea della fede: il bien croir, il credere bene, osserva Blaise Pascal, porta necessariamente al bien agir, alle opere buone.

Fede e carità sono inscindibili. Ma nell’ordine. Prima la carità per l’anima e per le miserie spirituali, poi la carità per i corpi e per le miserie materiali e le ingiustizie sociali”. Su quest’ultimo punto, si potrebbe aggiungere che troppo spesso i fautori di un cristianesimo declinato al sociale o, peggio, strumento di riscatto dall’oppressione e dall’ingiustizia (si pensi alle varie teologie della liberazione per non dire degli sfaceli arrecati da una lettura fortemente politicizzata della famosa “opzione per i poveri”) dimenticano o fanno finta di non sapere che proprio il cristianesimo si fonda sulla più ingiusta delle ingiustizie, quella della croce: vorrà mica dire qualcosa? Chiaro che questo non significa starsene con le mani in mano o girare la testa dall’altra parte di fronte alle ingiustizie; nè tanto meno prediligere certe forme di spiritualità “disincarnate” che hanno un forte retrogusto di aria fritta (la fede senza le opere è morta in sè stessa, dice S. Giacomo). Ma, appunto, un conto sono le opere frutto della fede, altro conto sono le opere che nascono più dallo scandalo della croce che da una carità genuina, e che in quanto tali di cristiano hanno solo il nome.

L’attitudine propria del cristiano, è bene ribardirlo, non è quella di recriminare nè di ergersi a giudice della storia, ma di convertirsi. E’ insomma importante rimettere le cose nella giusta scala di valori e priorità, dove prima viene il Soprannaturale poi tutto il resto. Ecco allora questa carrellata di episodi, di fatti – non necessariamente eclatanti – accaduti nella vita quotidiana dell’Autore in cui il divino ha fatto irruzione bussando ora dolcemente ora magari in modo più deciso. Si va quindi dalla telefonata dello zio Aldo ricevuta da Messori, all’epoca fanciullo, ad un anno esatto – giorno, ora e minuto – dalla di lui scomparsa, alla comparsa (scusate il gioco di parole) improvvisa e inaspettata  – per di più al di fuori dell’orario consentito – di una suora nell’ospedale dove stava morendo la mamma del già famoso scrittore, che fece in tempo ad avvisare il cappellano il quale riuscì ad impartire alla moribonda – che per tutta la vita e fino alla fine non ne volle sapere di avere frequentazioni clericali – l’estrema unzione, come si chiamava allora; e ancora, dall’intercessione, invero risolutiva, di san Giovanni Calabria, fondatore della congregazione dei Poveri Servi e Serve della Divina Provvidenza, al quale Messori si era direttamente rivolto, grazie alla quale i superiori della Casa madre della Congregazione gli concedettero di poter usufruire di un paio di stanze a mo’ di studio nell’Abbazia di Maguzzano, vicino a Desenzano del Garda dove Messori era andato a vivere, all’intercessione, anzi meglio al “suggerimento” ad opera dell’Angelo Custode di una citazione biblica, poi prontamente verificata in diretta, grazie alla quale Messori ebbe la meglio in uno dei tanti duelli televisivi, nella fattispecie in una puntata di Porta a Porta, con il matematico nonchè polemista anti-clericale Piergiorgio Odifreddi, e a tanto altro ancora, incluso, ovviamente, il “segno” per eccellenza, quello che ha spinto Messori a scrivere il libro ma di cui non dirò nulla per tenere alta (si spera) un po’ di suspense. Lascio dunque a quanti lo vorranno, spero tanti,  il gusto e la sopresa di scoprire il volume nei suoi dettagli.

Qui mi limito a qualche cenno su ciò che più mi ha colpito. Come ad esempio la vicenda , a me ignota, della veggente Maria Simma. Stiamo parlando di una donna, un’umile e poco istruita contadina austriaca, morta quasi novantenne dopo che in gioventù venne respinta da ben tre monasteri perchè troppo cagionevole di salute, la quale aveva ricevuto un carisma molto particolare: incontrare le anime del purgatorio che, ogni notte, le si presentavano con le stesse sembianze che avevano da vivi chiedendo preghiere per sè o affinchè la veggente intercedesse con i loro parenti (particolare, questo, che ricorda molto da vicino la parabola cosiddetta del ricco epulone o “ghiottone” che, finito all’inferno, supplica Abramo di andare ad avvisare i suoi fratelli perchè si convertano). La cosa interessante è che quando Messori andò a trovarla per studiare il caso, durante il colloquio mantenne un tono “pacato, da tranquilla e saggia montanara, ben lontana da toni ispirati e senza affannarsi nel dimostrare che quanto diceva corrispondeva alla verità”. Non solo. “A chi le ricordò il divieto dello spiritismo per i cattolici, la Simma  diede la stessa risposta di Padre Pio: non era lei che evocava i defunti, erano questi a venire da lei”. Naturalmente, come ogni carisma che si rispetti anche la Simma dovette subire ostilità diffidenze e sospetti da parte della Chiesa – (e quando questo non accade c’è di che dubitare dell’autenticità dei carismi e più in generale della bontà di certe iniziative pastorali, in linea con il monito di Gesù: “Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi, perché i padri loro facevano lo stesso con i falsi profeti”, troppo spesso dimenticato) – ma, alla fine, scrive Messori, “i vescovi della diocesi…dovettero arrendersi all’enigma di quella contadina poco istruita e apparentemente insignificante che era stata scelta per una missione sconvolgente”. Da notare che stessa sorte, quanto a critiche e dileggi, toccò anche al libro “Fateci uscire da qui!”, scritto da uno dei parroci di Maria Simma che volle raccogliere molti dei casi che l’avevano vista all’opera. Il libro fu, ed è, infatti accusato di essere troppo poco anzi per nulla misericordioso, suonando addirittura come una specie di bestemmia che qualcuno possa soffrire per i suoi peccati, ciò che dimostra la deriva luterana ben presente nel cattolicesimo contemporaneo. Eppure, la prospettiva, anzi la possibilità di un castigo oltretomba non solo è intuitiva e ragionevole, ma quel che più conta è stata enunciata a chiare lettere da Gesù in persona in svariate occasioni. Non meno interessante è la vicenda che ha visto protagonista San Pio da Pietralcina, meglio noto ancora oggi “nonostante” la canonizzazione come Padre Pio. Il fatto è questo.

Dopo il successo planetario di “Ipotesi su Gesù” Messori si trovò a dover gestire una corrispondenza sempre più massiccia, senza per questo venir meno all’abitudine di rispondere ad ogni singola lettera. In particolare instaurò una relazione epistolare, tutt’ora in essere anche se meno frequente, con una delle sue lettrici, tale signora Antonietta. I due stabilirono un patto: una lettera di Antonietta, con relativa risposta di Messori, ogni mese. A un certo punto accade l’imprevisto: Messori, per svariati motivi, salta l’appuntamento con Antonietta. Che quindi aspetta invano, giorno dopo giorno, l’arrivo della missiva. Finchè non decide di rivolgersi, appunto, a Padre Pio, pregandolo perchè risolva l’inghippo. E che succede? Succede che Padre Pio si mette all’opera: il giorno dopo, la mattina seguente la notte in cui Antonietta si era rivolta al frate di S.Giovanni Rotondo, il postino le recapita l’agognata lettera di Messori. Con un particolare: il timbro sulla busta portava la data di quello stesso giorno, la lettera cioè era stata spedita e recapitata, percorrendo oltre 300 km, quella stessa mattina! E questo, come Messori poi scoprirà in seguito, grazie a Padre Pio il quale (anche questo aspetto del futuro santo lo scoprirà in seguito) era solito affidare le lettere più urgenti anzichè alle poste direttamente agli angeli in modo da farle arrivare subito a destinazione…

Per concludere. “Quando il cielo ci fa segno” è un libro che merita di essere letto, al di là dei singoli fatti ed episodi in esso raccolti, perchè parla dell’eternità, della vita eterna, della Provvidenza, della comunione dei santi e di tutto ciò che la fede della Chiesa da sempre proclama e confessa. Avendo presente, come ricorda Messori citando il Codice di Diritto Canonico (n.1752), quella che fino a prova contraria è la suprema lex della Chiesa: salus animarum, la salvezza delle anime (“Prae oculis abita salus animarum, quae in Ecclesia suprema sempre lex esse debet”, CDC n. 1752). Tutto il resto, lo abbiamo già detto, viene molto dopo. La Chiesa esiste per annunciare il Vangelo e santificare gli uomini. A che pro inseguire, sciommiottandolo, il mondo nel suo sforzo umanitario, inteso in senso lato? Perchè la Chiesa dovrebbe impegnarsi a fare ciò che il mondo, tra l’altro, ha dato prova di saper fare molto meglio? Il maggior pregio del libro di Messori mi sembra essere proprio questo: ricordarci che di una Chiesa che non “sala” il mondo, proprio quel mondo che tanto sembra avere a cuore, alla fine non sa/saprà cosa farsene.

 

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