L’eutanasia fra etica dell’inviolabilità ed etica della qualità della vita umana

Di Mauro Mendula – aprile 28, 2018 – fonte: ControCorrente

Interpretare la dialettica delle fazioni opposte, in tema di eutanasia, come scontro tra una posizione totalitaria – pro-life –  che mortificherebbe ogni scelta personale ed un’altra -pro-choice –  la quale,  nel garantire l’insindacabile volontà di ciascuno sul proprio fine vita, garantirebbe anche quella di coloro che sul fine vita non vogliono per sé alcun intervento attivo o di suicidio assistito, è solo una lettura superficiale delle posizioni in campo (lettura alla quale siamo da tempo abituati da Flores D’Arcais ed altri della cordata dei ‘nuovi diritti’).

In proposito ha visto bene il super-laicista Maurizio Mori, che vi riconosce, più in profondità, lo scontro tra un’etica della ‘sacralità della vita umana’ ad una della ‘qualità della vita umana’. Sulla prima, lo stesso studioso in ‘La novità della bioetica’ afferma:

“deve essere chiaro che con ‘sacralità’ s’intende qui la ‘intangibilità’ o la ‘inviolabilità’ del processo biologico naturale, e va sottolineato che anche se di solito questa prospettiva è connessa con visioni religiose della vita, non lo è necessariamente”[1].

Il fatto che non lo sia necessariamente significa che su tale tema è possibile svolgere riflessioni di semplice ragione e di puro intelletto, a prescindere da qualsiasi riferimento religioso.

Anzitutto un breve approfondimento di natura logica.

Partiamo da un dato: come ha ben osservato l’esperto di bioetica G. Carbone, tutti i movimenti di pensiero dei diritti umani, in origine, hanno riconosciuto che la dignità umana non è valore relativo, ma assoluto, non graduabile ed intrinseco: proprio di ogni essere umano per il semplice fatto di esser tale. Questa base ormai da tempo pare esser stata erosa da più parti.

Resta tuttavia il fatto che, fra la posizione affermante che la vita umana (e dunque anche la sua fine) sia, in assoluto, un ‘bene indisponibile’, e quella per la quale esso sia invece relativo e soggetto a deroghe in funzione della facoltà di libero arbitrio e giudizio insindacabile del singolo, ed alla percezione di ‘qualità’ che questi, un certo numero di persone o una legge possa averne, c’è una opposizione simile a quella che in logica viene definita di ‘contraddizione’ e non di semplice contrarietà.

Chi volesse chiarire meglio i termini, potrebbe rifarsi al quadrato logico di Psello: noterà allora che, tra i contrari, è possibile trovare un medio che superi (e falsifichi) entrambi, mentre, tra i contraddittori, il medio non può esserci, perché un termine insieme nega tutto ciò che l’altro afferma.

Ora, tra l’assunto per il quale la vita umana è un bene indisponibile, e invece l’assunto che tale indisponibilità nega, ponendo invece ‘deroghe’ dipendenti da una certa ‘qualità’ della stessa,  tertium non datur.

In etica, deontologia e diritto, tale anti-fasi è tutta interna alla valenza universale di un principio, dove l’opposizione non è tanto fra norma e realtà – la quale verrebbe altrimenti negata dal semplice confronto fra essa e gli infiniti casi singoli che la contraddicono – quanto piuttosto fra la sua valenza universale o generale e la sua derogabilità de iure.

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