L’arte che protegge. Dipingere il Sacro in un tempo profano

Dal catalogo della mostra L’arte che protegge. Dipingere il Sacro in un tempo profano, che verrà inaugurata il 7 dicembre alle ore 18 a Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno curata da Camillo Langone.

di Camillo Langone

“I miracoli appartengono a tutti. Anche alle persone non religiose. Il fatto che qualcosa di trascendente possa agire in nostro favore è un pensiero che accomuna tutti” (Glenn Cooper, 2018)

Nel tempo profano della secolarizzazione, dello svuotamento di chiese e seminari, che cosa ne è dell’arte sacra? Nel tempo profano in cui la Chiesa commissiona molto meno che nel passato, e con molto meno rigore teologico (spesso senza esigere il rispetto nemmeno dei più elementari criteri iconografici cattolici), che cosa producono gli artisti comunque attirati dal sacro? Infine: nel tempo profano della disintermediazione finanche ecclesiale, laddove la religione evapora in spiritualità, che cosa può offrire l’arte a chi continua a cercare il trascendente?

“L’arte che protegge. Dipingere il Sacro in un tempo profano” prova a rispondere a queste domande che sono collettive e mie personali. Se non fossi cattolico, anzi, cattolico praticante, anzi anzi, devoto mariano, non avrei sentito l’urgenza di una mostra del genere. Avrei forse proposto l’ennesima mostra mirata al sociale, all’ambientale (abbondano gli artisti all’uopo), fingendo che l’uomo possa salvare l’uomo o addirittura il pianeta. Mi sarei approssimato a quel personaggio di Isaia 44 che con un pezzo di legno “si costruisce un dio, il suo idolo, lo adora, si inchina e lo prega così: Tu sei il mio Dio, salvami!”. E dunque al grande collezionista François Pinault che in un momento di inaudita lucidità ha confessato: “L’arte è diventata la mia religione, altri vanno in chiesa a pregare”. Mi piace pensare di essere stato il primo ad aver colto la fisionomia di surrogato di tanta arte contemporanea ma devo essere onesto, ricordare che negli stessi anni in cui ho cominciato a scrivere sui giornali articoli intitolabili “Messe versus Mostre” hanno sviluppato analoghe intuizioni Paul Virilio (“L’ateismo della profanazione dell’arte moderna, a esclusivo beneficio di un culto della sostituzione”) e Tommaso Labranca (“Una delle più diffuse pseudo-religioni: l’arte. Il sostituzionismo non dà la libertà: fa solo cambiare gabbia”). Due pensatori fastidiosi che i frequentatori compulsivi di gallerie, di fiere e di musei fanno bene a non leggere.

Se non fossi cattolico, anzi, cattolico praticante, anzi anzi, devoto mariano, dicevo, ma sono tutte queste cose e al contempo amante e studioso dell’arte contemporanea, contemporaneissima, vivente, atteggiamento raro tra i miei confratelli che in quanto a gusti artistici sono in larga misura passatisti. Lo ammetto tranquillamente anche perché non è un problema solo cattolico, è un problema nazionale legato a una demografia e ancor più a una psicologia senile: gli italiani fanno la fila per vedere i pittori morti, vanno pazzi per i leonardisti, i caravaggisti, gli impressionisti, i divisionisti, i surrealisti, i futuristi, gli espressionisti finanche astratti, mentre alle mostre dei pittori colpevoli di essere vivi è normale incontrare soltanto addetti ai lavori. Dicono che l’arte nuova non si capisce, io invece non capisco Chagall, o magari non capisco come possano piacere tante melensaggini in un quadretto solo. E perché Pollock consumava tutta quella vernice? Che problemi aveva? Se c’è qualcosa di comprensibile è la pittura italiana di questi ultimi anni. Perché è quasi tutta figurativa. Perché esprime la realtà o quantomeno la sensibilità dei nostri giorni. Perché è sempre più libera dalle zavorre intellettuali del Novecento. Me ne parlava il qui presente Nicola Samorì: l’arte è in piena disintermediazione, grazie a Instagram il pisciatoio di Duchamp sta tornando un pisciatoio punto e basta, la gente clicca solo sulle opere d’arte che somigliano a opere d’arte, il concettuale agonizza nelle accademie. La Rete e la Strada esigono ora un’arte anche troppo (per i miei gusti tutto sommato centristi) anticoncettuale, e lo penso guardando i muri pieni di murali ossia di illustrazioni, gigantesche ma pur sempre illustrazioni. La Rete elaStrada, dicevo: e la Chiesa? Tasto dolente.

“Bisogna ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti” disse Paolo VI nel lontano 1964, segno che il problema non è per nulla nuovo. Tuttavia a ogni stagione si rinnova e si aggrava, come sa chi frequenta le chiese di recente costruzione o altresì quelle antiche, spesso violate da inserimenti a volte antiartistici, a volte anticattolici, a volte entrambe le cose. Non vorrei dover rispiegare i motivi dell’incompatibilità di astrattismo e minimalismo con la fede cristiana, non ho una grande vocazione pedagogica e poi mi sembra talmente chiaro: il cristianesimo è basato sull’Incarnazione e l’Incarnazione è figurazione. “Sacra è quell’arte che aiuta a conoscere Dio attraverso il Volto di Cristo” ha sintetizzato il teologo Enrico Maria Radaelli. Un tema approfondito prima da Hans Sedlmayr in “La rivoluzione dell’arte moderna” e poi da Martin Mosebach in “Eresia dell’informe”, confutazioni dell’iconoclastia che serpeggia da troppo tempo nelle navate. Però se vogliamo neutralizzare le tendenze aniconiche con un’unica frase risolutiva dobbiamo ricorrere a un sublime letterato quale Nicolás Gómez Dávila: “Il diavolo è il patrono dell’arte astratta, perché rappresentare vuol dire sottomettersi”. A questo punto si sarà capito che in mostra non ci sono opere astratte. E adesso la smetto di parlare di astrazione perché trattasi di battaglia di retroguardia, siccome in Occidente e pure in Oriente la stragrande maggioranza dei pittori oggi dipinge figure.

 

Quindi cosa troviamo in questa mostra che pretende di essere, anche, una sorta di stato dell’arte sacra italiana? Troviamo sia esempi di arte sacra ufficiale, tratti dalla non molta arte sacra oggi commissionata dalle istituzioni religiose, sia esempi di arte sacra realizzata per devozione privata, dell’autore o dell’eventuale committente, sia esempi di arte priva di immediata finalità religiosa ma prossima al sacro perché scaturita dal confronto, magari all’apparenza soltanto formale eppure sempre aperto a metafisiche valenze, con le Madonne e i Santi dei secoli d’oro. Ci sono dunque pittori molto religiosi, come Giovanni Gasparro, un grande specialista, quasi un consacrato, come Giuliano Guatta che aspira a essere guidato, nel gesto artistico, dai Santi, dagli Angeli e dallo Spirito Santo, come Elvis Spadoni che ha studiato in seminario.

Ci sono pittori senz’altro religiosi ma immersi nel circuito dell’arte profana, insomma l’arte normale, e fra questi annovero Pietro Capogrosso, Marco Cingolani, Ilaria Del Monte, Letizia Fornasieri, Davide Frisoni, Daniele Galliano, Giulia Huober, Fulvia Mendini (potrei dimenticarmi qualcuno perché, vorrei fosse chiaro, l’invito a partecipare non era subordinato alla recita del Credo). Ci sono pittori poco religiosi e sospetto siano la maggioranza. Ci sono pittori per nulla religiosi come Ercole Pignatelli, il decano della mostra (è nato a Lecce nel 1935) che qui rappresenta il trait d’union con la grande rassegna di arte sacra organizzata a Palermo nel 1978 da Luigi Carluccio, forse il vero precedente della presente mostra. Ci sono pittori che per la Chiesa lavorano molto (appunto Gasparro), ogni tanto (Di Stasio), troppo di rado (Guatta, Vezzani), mentre il grosso dei partecipanti non ha mai ricevuto commissioni ecclesiastiche. Appartengono alle diverse generazioni oggi attive nella pittura italiana, in un

arco lungo mezzo secolo che si estende da Ercole Pignatelli fino a Ilaria Del Monte che è dell’85. Tutti i quadri, lo ripeto, appartengono al linguaggio proprio di una fede basata sull’Incarnazione ossia al figurativo. Vastissimo ambito al cui interno trovano spazio le rappresentazioni più realistiche e quelle più stilizzate (fra queste ultime il grande quadro di Cingolani che pure è un convinto iconodulo: “Il cattolicesimo senza immagini è come una fede senza preghiere: vuota”). Alcune opere erano già esistenti, altre sono state dipinte per l’occasione. Appositamente realizzata anche l’unica scultura, plasmata in terracotta dallo scultore piceno Paolo Annibali, solito a confrontarsi col sacro.

Alla fine della fiera, o della mostra, quali sono le risposte alle domande formulate all’inizio? Mediatore nel tempo della disintermediazione vorrei alzare bandiera bianca e lasciare la parola al visitatore, ma sarebbe neghittoso oltre la decenza. Pertanto mi espongo e dico che il sacro pittorico visibile qui ad Ascoli Piceno si dimostra, sebbene non pilotato da teologi e solo in pochi casi un poco pilotato da me, mediamente più sicuro del sacro ecclesiastico visibile in tante nuove o rinnovate chiese. Gli artisti nonostante tutto attirati dal sacro finiscono loro sponte a dipingere Santi, Madonne, Gesù Crocifissi e dunque protettori, siccome (parole di Jean Clair) “l’immagine è protezione finché si riferisce al dio di cui avremmo le sembianze”. Finché c’è figura c’è speranza, e la figura, divina e divinizzante, eccola.

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La mostra 

L’arte che protegge 

sarà visitabile fino al 13 gennaio 2019 al Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno

L’apertura prevista è dal lunedì al sabato dalle ore 8 alle 20,  domenica e festivi dalle ore 10 alle 13, e dalle ore 15 fino alle 19.
Per le informazioni, chiamare i numeri 0736298334 – 0736298785 , scrivere a serv.eventi@comune.ascolipiceno.it o visitare il sito web http://www.comuneap.gov.it.


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