La Chiesa non è solo un altro fornitore di devozioni etiche

Quello che segue è l’intervento di mons. Charles J. Chaput al Sinodo dei giovani il 4 ottobre.

In particolare mi ha colpito come mons. J. Chaput identifichi il ‘crollo delle evidenze’ di questo nostro momento storico  come il prodotto di una cultura che è allo stesso tempo profondamente attraente quanto essenzialmente atea.

Va da sé che che questa circostanza storica non è casuale ma è fatta dal potere con coscienza di causa e  in maniera ‘scientifica’ , ovvero con tutto il corollario di  precise strategie e mezzi che questo comporta.

Ora la necessità è quella di recuperare la prima evidenza del nostro essere uomini, cioè la famigliarità con la Sua Presenza.

Però – come mons. Charles J. Chaput ricorda – per un lavoro all’altezza della sfida che ci si pone davanti occorre eliminare ogni ambiguità. Bisogna avere chiaro che occorre una presenza intelligente che sfaldi il mare di menzogne in cui sono immersi continuamente noi stessi ed i giovani. In definitiva occorre una coscienza intelligente piena di giudizio e carità  e non ancora succube ed ignara di ciò che accade.

Fratelli,

Sono stato eletto al Consiglio permanente del Sinodo tre anni fa. All’epoca mi fu chiesto, insieme ad altri membri, di suggerire temi per questo Sinodo. Il mio consiglio fu allora di concentrarsi sul Salmo 8. Tutti conosciamo il testo:

“Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,

*la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, *
il figlio dell’uomo perché te ne curi?”

Chi siamo come creature, cosa significa essere umani, perché dovremmo immaginare di avere una dignità speciale – queste sono le domande eterne che stanno alla base di tutte le nostre ansie e conflitti. E la risposta a tutte queste domande non si troverà nelle ideologie o nelle scienze sociali, ma solo nella persona di Gesù Cristo, redentore dell’uomo. Il che naturalmente significa che dobbiamo capire, nel più profondo, perché dobbiamo essere redenti in primo luogo.

Se ci manca la fiducia per predicare Gesù Cristo senza esitazioni o scuse ad ogni generazione, specialmente ai giovani, allora la Chiesa è solo un altro fornitore di devozioni etiche di cui il mondo non ha bisogno.

In questa luce, ho letto il capitolo IV dello Instrumentum, paragrafi 51-63, con vivo interesse. Il capitolo fa un buon lavoro di descrizione delle sfide antropologiche e culturali che i nostri giovani affrontano. Infatti, la descrizione dei problemi di oggi, e la necessità di accompagnare i giovani nell’affrontare questi problemi, sono i punti di forza dello Instrumentum nel suo complesso. Ma credo che il paragrafo 51 sia fuorviante quando parla dei giovani come “guardiani e sismografi di ogni età”. Si tratta di false lusinghe, e maschera una perdita di fiducia degli adulti nella continua bellezza e potenza delle credenze che abbiamo ricevuto.

In realtà, i giovani sono troppo spesso prodotti dell’epoca, formati in parte dalle parole, dall’amore, dalla fiducia e dalla testimonianza dei genitori e degli insegnanti, ma più profondamente oggi da una cultura che è allo stesso tempo profondamente attraente ed essenzialmente atea.

Gli anziani della comunità di fede hanno il compito di trasmettere la verità del Vangelo di età in età, senza che sia danneggiata da compromessi o deformazioni.  Eppure troppo spesso la mia generazione di leaders, nelle nostre famiglie e nella Chiesa, ha abdicato a questa responsabilità per una combinazione di ignoranza, codardia e pigrizia nel formare i giovani per portare la fede nel futuro. Dare forma alle giovani vite è un duro lavoro di fronte a una cultura ostile. La crisi degli abusi sessuali del clero è proprio il risultato dell’autoindulgenza e della confusione introdotta nella Chiesa lungo la mia vita, anche tra coloro che hanno il compito di insegnare e guidare. E i minori – i nostri giovani – ne hanno pagato il prezzo.

Infine, ciò che la Chiesa ritiene vero sulla sessualità umana non è un ostacolo. È l’unico vero cammino verso la gioia e l’integrità. Non esiste una cosa come un “Cattolico LGBTQ” o un “Cattolico transgender” o un “Cattolico eterosessuale”, come se i nostri appetiti sessuali definissero chi siamo; come se queste denominazioni descrivessero comunità distinte di diversa ma uguale integrità all’interno della vera comunità ecclesiale, il corpo di Gesù Cristo. Questo non è mai stato vero nella vita della Chiesa, e non è vero ora. Ne consegue che “LGBTQ” e linguaggi simili non dovrebbero essere usati nei documenti della Chiesa, perché il suo uso suggerisce che si tratta di veri e propri gruppi autonomi, e la Chiesa semplicemente non classifica le persone in questo modo.

Spiegare perché l’insegnamento cattolico sulla sessualità umana è vero, e perché è nobilitante e misericordioso, sembra cruciale per qualsiasi discussione su questioni antropologiche. Ma purtroppo in maniera deplorevole manca in questo capitolo e in questo documento. Spero che le revisioni dei Padri sinodali possano affrontare questo aspetto.

Fonte: Catholic Herald

traduzione  Sabino Paciolla

 

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