La castità come virtù virile. (Una predica di sant’Agostino, 4)

«Ti si dice: Onora tuo padre e tua madre. Rechi ingiuria ai genitori, tu che non vuoi avere pene da parte dei tuoi figli.

Ti si dice: Non uccidere; tu invece vuoi uccidere il tuo nemico; e forse non metti in pratica questo tuo desiderio perché temi il giudice umano, non perché pensi a Dio (non quia cogitas Deum). Non sai che egli è testimone anche dei pensieri? Anche se continua a vivere colui che tu vorresti che morisse, Dio ti ritiene omicida nel cuore (Illo vivo quem vis mori, te homicidam tenet in corde).

Ti si dice: Non commettere adulterio, cioè non andare con alcun’altra donna all’infuori di tua moglie. Tu invece questo comportamento lo esigi da tua moglie ma non lo vuoi rispettare nei confronti di tua moglie. E mentre dovresti precedere la moglie nella virtù – poiché la castità è una virtù (quoniam castitas virtus est), – tu cadi al primo assalto della libidine. Vuoi che tua moglie ne esca vincitrice, tu rimani vinto. E mentre tu sei capo della tua moglie, lei ti precede nel cammino verso Dio, lei di cui tu sei capo. Vuoi che la tua casa penda con il capo all’in giù? Capo della donna infatti è l’uomo. Dove la donna vive più virtuosamente dell’uomo, la casa pende con il capo all’in giù (Ubi autem melius vivit mulier quam vir, capite deorsum pendet domus). Se il capo è l’uomo, l’uomo deve vivere più virtuosamente e precedere in tutte le buone azioni la moglie, di modo che costei imiti il marito e segua il suo capo (Si caput est vir, melius debet vivere vir et praecedere in omnibus bonis factis uxorem suam ut illa imitetur virum, sequatur caput suum). Come Cristo è capo della Chiesa e alla Chiesa viene comandato di seguire il suo capo e di camminare sulle orme del suo capo, così ogni casa ha per capo l’uomo e per corpo la donna. Dove il capo conduce, là deve seguire il corpo. Perché dunque il capo vuole andare dove non vuole che lo segua il corpo? Perché l’uomo vuole andare dove non vuole che lo segua la moglie?

Comandando tutte queste cose, la Parola di Dio è avversario. Infatti gli uomini non vogliono fare ciò che vuole la Parola di Dio (Haec iubendo sermo Dei adversarius est. Nolunt enim homines facere quod vult sermo Dei). E che cosa dirò del fatto che la Parola di Dio è avversario poiché comanda? (Et quid dicam quia adversarius est sermo Dei quoniam iubet?) Temo di essere avversario anch’io di alcuni, perché dico queste cose. Ma a me che importa? Colui che mi atterrisce spingendomi a parlare mi faccia essere tanto coraggioso da non temere le lagnanze degli uomini (Fortem me faciat qui terret ut loquar, ut non timeam querelas hominum). Coloro infatti che non vogliono conservarsi fedeli alle loro mogli – e abbondano questi tali – non vorrebbero che dicessi queste cose. Ma, lo vogliano o non lo vogliano, io parlerò. (Nam qui nolunt castitatem servare uxoribus suis – et abundant tales – nolunt me ista dicere. Sed velint nolint dicturus sum). Se non vi esorto a mettervi d’accordo con l’avversario, rimarrò io in lite con lui. Chi comanda a voi di agire, comanda a me di parlare. Come voi, non facendo quanto comanda di fare, siete suoi avversari, così noi rimarremo suoi avversari se non diciamo quanto comanda di dire. [Agostino, serm. 9,3]

Da quando il Logos si è fatto carne, per chi ha fede in Gesù Cristo la ragione non è più astratta e la carne non è più insensata. Ai credenti è donata la luce di un giudizio che ha il potere di illuminare il mondo dall’interno, dissolvendone le tenebre e riscaldandone il corpo sfibrato dalla “peste di errori e di vizi che lo ammorba”. Perciò lo sforzo di esercitare la krisis, che vediamo mirabilmente esemplificato anche in questo brano di Agostino, è la prima forma di carità verso il mondo.

Profondo quello che egli dice sul non uccidere: un comandamento che siamo tutti convinti che non ci riguardi, ma che viene ricondotto, evangelicamente, alla radicalità dell’omicidio del cuore (che invece ci riguarda, e come).

Ma soprattutto, genialmente spiazzante il discorso sulla castità, rispetto alla mentalità del suo tempo ed ancora di più rispetto alla nostra. Allora si trattava di rivendicare (ed era una rivoluzione culturale) la pari responsabilità di uomini e donne di fronte al comandamento di Dio. E oggi?

Oggi assistiamo alla ridicola catastrofe di una cultura moderna che, dopo avere per decenni combattuto con tutte le sue forze contro la castità, dopo averla odiata, vilipesa, criminalizzata; dopo aver letteralmente proibito il pudore, decretandone l’oscenità; dopo aver promosso (e continuando tuttora a promuovere) ogni licenza ed ogni sporcizia spacciandole per libertà, progresso e civiltà, ora si è incartata nella più ideologica delle battaglie, quella contro le conseguenze pratiche della sua stessa demenza. Così, per limitarci ad un esempio di attualità, ci si scandalizza (o si finge di scandalizzarsi) se un produttore o un regista agiscono nella vita in modo coerente con i film che per anni hanno prodotto e diretto e per cui sono stati premiati ed esaltati nello stesso ambiente che ora li condanna. Per occultare la contraddizione, si pretende che la differenza capitale la faccia solo ed esclusivamente il consenso della donna, ma è facile accorgersi che poi non si sa bene che cosa sia il consenso, perché chi può sapere se “sì” vuol dire “sì”, quando il maschio è ricco e potente? E il “sì” dei minorenni non conta (ma allora la differenza tra un orco e un uomo moderno e à la page la farebbe un giorno in più o in meno sulla carta d’identità?). Persi in questo ginepraio di contraddizioni, i nostri contemporanei sono inavvertitamente spinti  a pensare (e probabilmente è proprio lì che si voleva andare a parare) che la cosa migliore sia considerare tutti i maschi potenziali stupratori, fino a prova contraria (in certi paesi le leggi si stanno adeguando). Insomma: a mezzo secolo dal ’68, l’imperativo, e apparentemente liberatorio, “vietato vietare” (perché tutto è lecito) non sa come fare i conti con gli effetti della sua pratica esecuzione e si rovescia nel suo contrario.

Il problema è che questa cultura è anche nemica della virilità, che essa del tutto ideologicamente identifica con la violenza maschile. Le conseguenze tragiche di questo sistematica operazione di demolizione della virilità le stiamo vedendo. Per questo la prospettiva di lavoro culturale che il giudizio cristiano qui illustrato da Agostino riapre è straordinariamente attuale e feconda. Perché la virilità è tutt’altra cosa. La caratteristica principale della virilità, ci dice qui Agostino, è infatti il dominio di sé, il controllo ragionevole degli istinti e delle pulsioni. Esattamente il contrario dell’atteggiamento predatorio con cui solitamente la si identifica (per celebrarla o, più spesso, per demonizzarla). C’è dunque un nesso essenziale tra castità e virilità Non è virile il dongiovanni, lo è il padre di famiglia. O il monaco.

Un corollario: fare discorsi del genere era scomodo anche ai tempi di Agostino, e lui lo dice. Oggi lo è molto di più. Chi mai oggi oserebbe proporre la castità come virtù virile, come “una cosa da veri uomini”? I preti che osano predicare in modo non “politicamente corretto” sono presi di mira e spazzolati ben bene: colpirne uno per educarne cento. E purtroppo anche nella chiesa c’è oggi un grave deficit di virilità.

Preghiamo perché Dio non faccia mancare sacerdoti virili alla sua chiesa, e sosteniamo quelli che ci sono.

Source link: Leonardo Lugaresi

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